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Uno sguardo su individuo e responsabilità

26.11.2016 - aggiornato: 26.11.2016 - 17:56

In uscita il nuovo film di Clint Eastwood "Sully". La pellicola tratta la vicenda del comandante che fece atterrare un aereo di linea in avaria sul fiume Hudson.

© Foto dal web

di Daniela Persico

Nel 2009 un volo di linea appena partito dall’aeroporto LaGuardia, New York, fu colpito da uno stormo di uccelli: lo strano evento provocò un guasto rarissimo, l’avaria di entrambi i motori. Grazie a una procedura passata alla storia delle cronache giornalistiche come “Miracolo sull’Hudson”, il comandante dell’aereo Chesley “Sully” Sullenberger riuscì ad atterrare sul fiume che costeggia l’isola di Manhattan, portando in salvo tutti i 155 passeggeri a bordo, compresi gli assistenti di volo.

L’uomo, ultimo a uscire dall’aereo che stava iniziando ad affondare, fu subito salutato come un eroe. Ma la storia su cui si concentra Sully, il nuovo film di Clint Eastwood, è quella meno nota dei giorni di inchiesta a cui fu sottoposto il pilota per verificare se la sua scelta fosse stata la migliore o, invece, un azzardo che avrebbe complicato la soluzione senza traumi dell’incidente, evitabile atterrando in un altro aeroporto della zona, o tornando indietro a quello di partenza.

Eastwood gestisce con grande mestiere una parabola umana e professionale che sembra essere scritta con chiarezza fin dall’inizio, rinunciando a qualunque tipo di spettacolarizzazione, ben diversamente da quanto ha fatto, per citare l’esempio più prossimo nel tempo, Robert Zemeckis con Flight a partire da presupposti simili. Tanto da far pensare che la “scena madre”, quella del miracoloso ammaraggio sull’Hudson, possa rimanere del tutto fuori scena in un film così chiaramente incentrato sullo scarto tra direttive istituzionali e istinto decisionale del singolo, a ribadire uno slancio etico che da sempre configura Eastwood come il massimo rappresentante dell’individualismo americano al cinema.

Ma, intorno alla metà del film, quasi a occuparne il nucleo pulsante, prende avvio un flashback con il resoconto dell’incredibile evento: il velivolo che, a pochi minuti dal decollo, impatta contro uno stormo di uccelli e pone il primo pilota nella posizione di dover tentare un atterraggio di emergenza. Benché la torre di volo consigli un ritorno all’aeroporto di partenza o, nell’impossibilità di effettuare un viraggio a 180°, una deviazione sul più vicino aeroporto di Newark, il capitano decide di planare sul fiume Hudson, mettendo in atto una manovra le cui percentuali di riuscita sono bassissime. Invece, il tentativo riesce a meraviglia e tutti i passeggeri del volo vengono portati in salvo, nonostante una temperatura vicina allo zero e il vento gelido che batte le acque del fiume.

L’ultimo terzo del film, infine, è incentrato sulla vicenda processuale che vede l’eroismo del capitano messo in discussione dai responsabili della compagnia aerea, decisi a dimostrare che il comandante non ha agito al meglio, mettendo a repentaglio la vita dei passeggeri piuttosto che seguire le indicazioni fornite dalla torre di controllo. Il regista, ovviamente, parteggia per il proprio protagonista, tratteggiato da Tom Hanks con solida perentorietà e poco spazio per l’emotività. Ma è solo apparenza: perché a essere decisivo sarà proprio il “fattore umano”, una componente che si configura nei trentacinque secondi che il comandante ha impiegato per prendere la cruciale decisione. Trentacinque secondi che risultano essere decisivi per le simulazioni volute successivamente dalla compagnia, capaci di lasciar solo immaginare quello che sarebbe potuto succedere se il comandante avesse agito diversamente.

Lo spettro dell’11 settembre aleggia su tutta questa parte di film, che dei tragici eventi di quella data fornisce una sorta di controcampo ottimistico, ricordando che l’uomo ha sempre una possibilità di scelta. A fronte di ciò, le ultime parole del protagonista sono però a favore di una dimensione collettiva, a ribadire che non si è mai soli nel prendere scelte così radicali e nell’attuarle, e che solo in relazione a un più ampio contesto comunitario il singolo può trovare la forza di designarsi eroe.

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