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Il fascino delle parole su pellicola

21.10.2017 - aggiornato: 21.10.2017 - 14:39

SPECIALE SABATO - È con una pubblicazione che l’Accademia della Crusca ha deciso di partecipare quest’anno alla XVII Settimana della Lingua Italiana nel mondo.

di Francesca Monti

 

È con una pubblicazione, cartacea e digitale, che l’Accademia della Crusca ha deciso di partecipare quest’anno alla XVII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Mentre l’iniziativa si avvia alla sua conclusione, fino a domani, 22 ottobre, sarà possibile scaricare gratuitamente in formato elettronico il ricco volume curato da Giuseppe Patota e Fabio Rossi.

Che analizza il ruolo del cinema come amplificatore, in Italia e all’estero, di lingue e varietà, proponendo dieci capitoli che esplorano le origini, il successo della commedia all’italiana, la lingua cinematografica di registi come Federico Fellini e Massimo Troisi e molti altri aspetti del binomio settima arte-lingua. Ne abbiamo parlato con uno degli autori, lo storico della lingua  italiana Riccardo Gualdo. 

 

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Quali sono stati i momenti in cui il cinema si è rivelato uno strumento importante per la diffusione della lingua italiana?

Il saggio introduttivo di L’italiano al cinema, l’italiano nel cinema, scritto da Fabio Rossi, esamina proprio questo aspetto, citando gli studiosi Alberto Menarini e Sergio Raffaelli. Rossi parla di “fasi alterne”. Molto importanti sono gli anni Trenta, perché soprattutto grazie al doppiaggio e all’influsso del cinema americano, che arriva in Italia nonostante le censure del fascismo, nasce una lingua molto più vicina alla realtà. In quel momento coesistono due situazioni parallele: da un lato il cinema “dei telefoni bianchi”, di regime; dall’altro quello sperimentale, che attraverso la lezione del doppiaggio e con nuovi registi si avvicina al realismo. Il film di Frank Capra Accadde una notte (1934), ad esempio, con Clark Gable, arriva subito in Italia e viene doppiato in una lingua molto più vicina al parlato. Proprio perché non era possibile doppiarlo nella lingua un po’ falsa che ricorreva allora al cinema. Alcuni intellettuali di quel tempo, come Emilia Salvioni, scrittrice di romanzi popolari di successo, o Paolo Milano, critico e giornalista, parlano dell’importanza di usare al cinema una lingua moderna, vicina a quella delle persone comuni. Milano dice, ad esempio: «bisogna multare chi usa nel cinema una forma come “ho detto loro”, invece di “gli ho detto”».

 

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(la copertina del libro)

 

Il secondo momento fondamentale è quello della commedia all’italiana, gli anni ‘50 e ‘60 con Mario Monicelli, Dino Risi ed Ettore Scola. Grazie anche all’opera di sceneggiatori come Age e Scarpelli, e Suso Cecchi d’Amico, viene costruita una nuova lingua del cinema, che rispecchia, anche se stilizzandole, le caratteristiche della lingua comune. Il cinema che si sviluppa dopo la guerra pensa a una nuova rappresentazione del Paese, che cancelli le finzioni rappresentative del Ventennio. Io e Laura Clemenzi abbiamo fatto uno specifico studio sul documentario, che è scuola di lingua per grandi registi che all’epoca sono giovani, come Michelangelo Antonioni, Ermanno Olmi e poi Bernardo Bertolucci. Sperimentano una rappresentazione realistica della nuova Italia, il Paese dei contadini non idealizzati ma visti negli aspetti più umili, come in Gente del Po di Antonioni del 1947. Qui c’è una voce fuori campo femminile, una cosa molto innovativa per l’epoca, che descrive la vita dei contadini lungo il corso del Po, nella bassa padana, con piccoli inserti di dialetto. E il documenario degli anni Cinquanta e Sessanta rappresenta un’importante scuola di descrizione della nuova realtà linguistica, anche legata alla classe operaia e all’industrializzazione.

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