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Il latino? Un atto d’amore per la libertà

28.01.2017 - aggiornato: 28.01.2017 - 17:53

Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana ad Oxford, ha scritto un racconto appassionato in cui a far da protagonista è la bellezza senza tempo della lingua latina.

© Foto dal web

di Federica Alziati

Se è concesso a chi scrive una recensione esordire con una confidenza in prima persona, devo innanzitutto ammettere che nell’agone delle lingue classiche ho sempre prediletto il greco. Forse per il fascino del linguaggio essenziale e immaginifico dei poemi omerici; forse per il tesoro di perfezione lessicale che ha permesso di tradurre in parole le grandi visioni filosofiche, da Talete a Platone e via discorrendo. Forse senza neppure una ragione particolare. Ma il libro che Nicola Gardini ha scritto come atto d’amore nei confronti del latino mi ha coinvolta e commossa profondamente, riuscendo a ravvivare la naturale familiarità con una lingua che ci è (seppur indirettamente) materna, troppo spesso data per scontata e lasciata inaridire nelle periferie della memoria.

Qual è il segreto di questo sorprendente bestseller dell’anno 2016 d.C., il duemilasettecentosessantanovesimo dalla fondazione di Roma? Non è una grammatica, né  un compendio di storia della letteratura latina. E non si tratta neppure di un elogio delle virtù dei progenitori o di un lamento («O tempora, o mores!») ispirato dalla decadenza contemporanea. Quello di Gardini è più semplicemente un racconto, appassionato e ben condotto, delle bellezze del latino e di alcune delle storie che popolano sua vicenda millenaria. Animato dall’idea che il codice di una lingua si comporrà pure di strutture grammaticali e regole sintattiche, ma la sua eredità rimane affidata all’ispirazione dei poeti, al genio dei pensatori, alla grandezza della civiltà che in essa ha trovato espressione.

Ai giovani studenti che si affannano a mandare a memoria le declinazioni e a chi ancora ricorda a distanza di decenni (con affetto, con terrore, magari con rimpianto) l’insegnante del Liceo l’autore rammenta che il latino non è una sequenza di casi o una successione di brani da tradurre, bensì il veicolo di trasmissione di «un’etica del pensiero e del linguaggio». Non so dire se davvero la lingua latina sia «il più vistoso monumento alla civiltà della parola umana e alla fede nelle possibilità del linguaggio». E non credo che quel che conti sia stilare classifiche di merito. Per decidere di lasciarsi guidare da Gardini nel suo viaggio nella latinità (letteraria e non solo) basta un filo di commozione per la fiducia che la nostra umanità ha riposto, allora come oggi, nel dono delle lingue, e un residuo di riconoscenza per il tesoro di saggezza e cultura che ne è derivato.

Una lingua, infinite voci

Dal futuro remoto del nostro terzo millennio nuovo di zecca, ricorriamo sbrigativamente alla definizione di “lingua morta”; all’alba del secondo millennio, gli uomini del medioevo usavano il termine “grammatica”: quand’ancora il latino risuonava (e lo avrebbe fatto per secoli, pur ridimensionato nelle forme e rimodellato nella pronuncia) nelle chiese e nelle Università di tutta Europa, in qualche modo già lo si concepiva come una lingua canonica, fissa nella sua immutabilità, contrapposta alla vivace mutevolezza della giovane nidiata dei linguaggi neolatini. Intonato alle atmosfere un po’ lugubri e polverose delle scuole di retorica, l’annuncio di morte fa tuttavia sorridere non appena ci si metta a riflettere sulla millenaria vicenda evolutiva del latino – uguale a se stesso come può esserlo, ahinoi, il linguaggio dei nostri articoli rispetto a quello dei versi di Dante – e sullo straordinario concento di voci che l’ha animata.

Le lingue «crescono e cambiano e si evolvono a certi livelli di raffinatezza solo grazie all’intelligenza e alle passioni dei singoli», suggerisce Gardini. E davvero l’idea di un latino puro e uniforme si rivela una delle tante astrazioni teoriche che troppo spesso dispensano dal confronto con la realtà: la tradizione vivente della storia, della cultura, della letteratura ci dimostra che non esiste un solo latino e ci invita piuttosto a dialogare con il latino di Cesare, di Cicerone, di Seneca... e perché no, se siamo bravi persino con quello di Tacito.

Lo stesso fa Gardini, inanellando una serie di capitoli che evocano sulla scena – affrancati da criteri cronologici e gerarchie di valore – i protagonisti della latinità e l’esperienza di vita e pensiero di cui si sono fatti portavoce. Bastano pochi tratti e minimi affondi nel tessuto linguistico delle loro opere per far risaltare lo stile inconfondibile di ciascuno. C’è la formularità arcaica e ancora un po’ ingenua del trattato De agri cultura, l’unico testo sopravvissuto del mitico Catone il Censore. O l’immediata modernità dei carmi amorosi di Catullo: «da mi basia mille», che nemmeno toccherà rendere in italiano. A dar corpo all’ideale di classicità linguistica inseguito per secoli interviene quindi la perfetta architettura sintattica di Cicerone: «oratio [...] lumen adhibere rebus debet», «la lingua deve portare luce alle cose», cita e traduce Gardini dal De oratore, per esemplificare un modello imperituro di eleganza retorica che consiste nel «portare a esaurimento tutto il potenziale del tema», nel «distendere il pensiero fino ai limiti concessi dalla ragionevolezza». E dalle raffinatezze ciceroniane si trapassa poi alla «presunta facilità di Cesare», alla minuziosa costruzione del De bello gallico, celebrazione delle accorte strategie di una campagna di conquista e al contempo «avventura di una lingua che ricrea il mondo aritmeticamente e geometricamente, e organizza le frasi secondo rapporti esatti di causa e di effetto». 

Il coraggio di Lucrezio si misura invece nel suo corpo a corpo con il lessico, nello scavo all’origine della potenzialità di significato dei dettagli che serve per provare ad avanzare nello sforzo vertiginoso di dare una fisionomia alla natura delle cose, De rerum natura. Mentre la grandezza di Virgilio ci si fa incontro con il fluire dei suoi versi, percorsi da un’energia che ravviva la pregnanza delle parole e la meraviglia che scaturisce dal loro accostamento. L’opera monumentale di Tito Livio, «storico della nostalgia», ripercorreva a ritroso nei suoi centoquarantadue libri originari l’avventura di Roma fino alla fondazione della città, Ab urbe condita, facendosi racconto di racconti, proliferazione di discorsi indiretti. Ma ecco ben presto imporre il suo fascino la concisione estrema, efficacissima e un po’ misteriosa di Tacito, in cui Gardini individua uno dei maggiori motivi di vanto del latino.

Si potrebbe continuare a lungo, invocando insieme all’autore la prosa sapiente e serena di Seneca come la cangiante poetica di Ovidio, il realismo satirico di Giovenale e l’ispirazione senza tempo di Orazio, fino a contemplare l’immaginario rinnovato di Sant’Agostino che segna l’inizio di una nuova era.

Bellezza inutile?

Si potrebbe, ma ci fermiamo qui. Il catalogo degli autori e delle opere lascia spazio nel saggio di Gardini a un congedo che risolve senza ulteriori indugi l’annosa questione della vitalità del latino e dell’utilità della sua conoscenza. O meglio la liquida, denunciando l’assurdità di far valere il criterio dell’utile quando in gioco c’è un’eredità di bellezza e sapienza in cui affonda le radici tanta parte della nostra civiltà. Con parole misurate ma spietatamente chiare sono a buon diritto messe alla berlina la miopia di quanti credono che l’istruzione debba coincidere con la «traduzione immediata del sapere in qualche servizio pratico» e le ridicole buone intenzioni dei pochi che ancora raccomandano ai giovani lo studio del latino per tenere in esercizio la memoria e sviluppare l’intelligenza matematica, come se al Louvre si andasse «per acuire la vista, o alla Scala per tener vivo l’udito». E noi? Da che parte staremo?

Dal lacerto di un affresco di Pompei una giovane dai capelli ricci si sfiora le labbra con uno stilo e, con la forza del suo sguardo assorto nella meditazione, ci invita a riflettere sul potere discriminante del pensiero, sul privilegio che ha contraddistinto l’esistenza degli uomini di ogni tempo e che ci rende in qualche modo contemporanei di ogni epoca. E dagli archivi della Biblioteca Ambrosiana di Milano un manoscritto di valore insestimabile appartenuto a Francesco Petrarca e miniato da Simone Martini ci consegna un commento a Virgilio e un monito ancor più prezioso per la nostra modernità, per la nostra vecchia Europa che si crede nata ieri e si dimentica di se stessa, della propria identità e dei propri debiti con il passato.

Ci lascia intedere delicatamente, tra le righe, quel che nessuno dei grandi della modernità (da Petrarca alle ultime propaggini del Novecento) ha mai perso di vista: che la cultura è educazione al confronto, e dunque al dialogo con le epoche, le civiltà, le storie collettive e individuali, le lingue e le voci che ci hanno preceduto. Che questa capacità dialettica è una palestra irrinunciabile per la nostra libertà personale, perché – Gardini sembra quasi volerlo gridare – ci educa ad interpretare e ci insegna a discernere, tra le infinite proposte che ci raggiungono da ogni parte, quel che è vero e buono in ogni tempo dalle fallaci lusinghe delle mode passeggere. Quel che resiste nel tempo, come il latino. Siamo abbastanza coraggiosi da ammettere di avere ancora bisogno di imparare? 

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