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La bambina, il bosco ed è mistero

07.04.2018 - aggiornato: 07.04.2018 - 20:28

SPECIALE SABATO - In anteprima l'incipit del nuovo romanzo del giornalista GdP, Andrea Bertagni: "La bambina nel bosco", Edizioni Dadò, da metà aprile in libreria.

di Andrea Bertagni

 

CAPITOLO 1

In una valle della Svizzera italiana, 7 agosto 1986

Il vento è come un sogno. Ti ci ritrovi dentro da un momento all’altro senza accorgertene, senza sapere come va a finire. Luca, 34 anni, un presente da idraulico e un passato da studente modello in psicologia, un po’ si sorprese ad avere questo pensiero, lassù, nel silenzio del cielo, a 3000 metri d’altezza. Era anche per questo che amava immergersi in quel blu, col suo parapendio. In quell’immensità di aria, tutto diventava piccolo, lontano, leggero. Come i suoi pensieri. E le nuvole. Così distanti, eppure così vicine.
Senza smettere di cavalcare il vento, Luca continuò a mantenere lo sguardo sulla nuvola sopra di lui. Enorme e dalla forma indefinita, pareva possedere in sé tutti i colori e tutte le sfumature. Ancora pochi metri e sarebbe stata sua.
Invece diede uno strattone e, veloce e dritto come un falco in picchiata, scese di quota, stringendo forte le corde. L’aria, fino a quel momento leggera e dolce, gli si rovesciò sulla faccia come un’onda, schiacciandogli la pelle. Anche le orecchie cominciarono a  vibrare. Almeno finché non si fermò, tornando a volteggiare leggero sopra quell’oceano di tutto, aria e infinito.
Non poteva farci niente. Ogni volta che si lanciava col parapendio saliva quasi senza accorgersene. Sempre più in alto. Con ampie volute. Come a scalare il cielo. Doveva stare attento o un giorno o l’altro sarebbe rimasto senza ossigeno o bruciato dal sole. Come Icaro.
Inoltre quella mattina, nonostante avesse esperienza da vendere, per scendere dovette penare più del dovuto. A mettersi di traverso non era stata solo l’aria di discesa, forte sulla faccia e sugli occhi. Ma anche il vento. «Non ti fidare del vento, Luca» gli aveva detto un gior no suo padre. «Ti sorprende sempre». Già, suo padre. Chissà perché lassù, nel cielo, gli tornava spesso in mente. Certo, c’entrava il fatto che era stato lui a insegnargli ad andare in parapendio. Ma forse c’era anche qualcos’altro. Ne era sicuro. Così com’era convinto che un giorno lo avrebbe capito. Magari l’avrebbe scoperto volando sempre lassù, vicino alle nuvole, dove anche i pensieri non hanno barriere e si muovono senza confini.

– Papà mi manchi...–, si lasciò sfuggire con un filo di voce.

Conosceva bene quella brezza. Per tutta la notte soffiava da Nord. Poi, con le prime luci dell’alba, scompariva. Ostacolandolo quella mattina, era come se volesse dargli l’ultimo saluto. Come si fa con gli amici. Ecco perché, seppur impegnato nella manovra di discesa, Luca si fidò e chiuse gli occhi. Per alcuni minuti.
Quando li riaprì vide il sole spuntare da dietro le mon tagne e i boschi sottostanti passare da grigi a verdi. Com’erano impenetrabili e vergini. In una parola belli. Sì, quelli, anche se non abitava in quella valle, erano i suoi boschi. In nessun altro luogo si sentiva a casa come in quel posto. Solo lassù, sospeso su quegli alberi, sentiva di lasciarsi il mondo e i suoi problemi alle spalle. Come il lavoro da idraulico, che aveva sempre odiato. O la città in cui abitava, così caotica, sporca e incomprensibile. Per non parlare del suo sentirsi perennemente inadeguato in ogni situazione, anche nelle relazioni più stabili come quella con la sua ragazza, con sua sorella e con i suoi colleghi di lavoro più anziani. Tutti, dal primo all’ultimo, sembravano non perdere occasione di sottolineare e mettere in evidenza la sua inadeguatezza. Quasi fosse un dato di fatto. Un elemento a cui aggrapparsi in ogni evenienza, per sicurezza. Non che con se stesso fosse diverso. Anzi. Forse le critiche più aspre provenivano proprio dalla sua stessa mente. Dai pensieri negativi che non si sa perché continuavano come micce impazzite a innescarsi.
Tranne lassù, in quota. A un palmo dalle nuvole. Solo volando con il suo parapendio, il mondo sembrava risparmiarlo. Almeno per un po’. O forse era quella valle a essere magica? Com’era possibile che nessun altro, a parte lui non si fosse accorto di quella bellezza? Di come era incredibile e magico sorvolare quella fetta di mondo?
A un tratto Luca smise di farsi altre domande. In fondo, andava bene anche così. Anzi, a dire il vero, era quasi meglio. Più quella valle rimaneva intatta e più lui poteva sorvolarla in solitaria, apprezzandone le virtù e le proprietà terapeutiche.
Con un altro strattone, diede velocità al parapendio per avvicinarsi meglio alla collinetta priva di vegetazione che fungeva da zona d’atterraggio, poco distante dal sentiero che avrebbe percorso, questa volta al contrario, per tornare da dove era venuto. Ci era atterrato innumerevoli volte. Lo avrebbe fatto a occhi chiusi anche questa volta. Compiendo una manovra veloce e fluida dettata dall’abitudine, in pochi secondi indossò le cuffiette in gommapiuma del walkman. Schiacciò play alla cassetta e in un attimo Brothers in arms dei Dire Straits risuonò nelle sue orecchie e nello spazio immenso tutto intorno.

These mist covered mountains
Are a home now for me...

All’improvviso una brezza si incuneò nel parapendio, increspando gli angoli della tela, che si chiusero e si riaprirono nello spazio di pochi secondi.
Senza curarsene, Luca continuò la discesa, aggrappandosi alle note e alla voce di Mark Knopler.

But my home is the lowlands
And always will be

Quando arrivò la seconda folata il parapendio non poté fare alcuna resistenza e si accartocciò su se stesso.

Someday you’ll return to
Your valleys and your farms

La caduta durò pochi secondi. Ma Luca ebbe il tempo di pensare di stare per morire.
Invece sopravvisse. Luca non poteva saperlo, ma quella non sarebbe stata l’unica sorpresa di quella mattina.
 

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