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La storia di una delle ultime partigiane viventi

17.01.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 14:02

Antonietta Chiovini oggi ha 89 anni e abita a Biganzolo sul Lago Maggiore. All’inizio della guerra era fascista, come il resto della sua famiglia. Adolescente a Verbania, un prete la convinse ad entrare nella Resistenza. Aiutò molti ebrei a mettersi in salvo nel nostro Paese.

Antonietta Chiovini oggi vive sul Lago Maggiore.

di Christian Doninelli e Giovanni De Vito

 

Antonietta Chiovini, 89 anni, vive a Biganzolo (VB) e ammette senza imbarazzo: all’inizio della seconda Guerra mondiale era fascista, come del resto tutta la sua famiglia. Nel 1940, adolescente a Verbania, città ai bordi del lago Maggiore, farà un incontro decisivo. Un prete la convince ad entrare nella Resistenza. A rischio della sua vita, accompagnerà molte famiglie ebree perseguitate verso la Svizzera. Oggi la signora Chiovini è una delle ultime partigiane viventi nella regione. Dopo settant’anni di silenzio ha deciso di raccontarci la sua storia.

 

Perché proprio oggi ha deciso di raccontare la sua vicenda?

Quasi tutte le mie compagne sono scomparse, è giusto che racconti adesso. Sono rimasta zitta per molto tempo, per pudore, perché era una storia personale.

 

Lei era una giovane adolescente, perché decise di entrare nella Resistenza?

I miei genitori erano fascisti e anch’io lo ero. Eravamo sette fratelli ma solo io e mio fratello Nino entrammo nella Resistenza, gli altri erano piccoli. Poi un giorno, mio padre che lavorava alla Cassa di Risparmio di Verbania, venne trasferito a Cuggiono vicino Milano e lì conoscemmo un prete antifascista, don Giuseppe Albeni, che radunava la sera tutti noi giovani. Si discuteva, si rifletteva e ci ha fatto capire cos’era il Fascismo.

 

Quali furono i primi incarichi nella Resistenza?

Il primo lavoro che ho fatto è stato a Cuggiono e dintorni nel ’43; assieme a mio fratello andavamo di nascosto a fare delle scritte sui muri. Il mio nome di copertura era "17" perché avevo diciassette anni. Allora ero anche poco colta; una volta dovevo scrivere su un muro che il segretario politico di Cuggiono era un grassatore. Non sapevo cosa volesse dire grassatore, che era colui che rubava i soldi alla gente, un bandito. Don Albeni ci mandava qua e là a fare queste cose. Lui voleva ricostruire la Democrazia Cristiana che a quei tempi era il Partito Popolare. Io ero molto giovane e non avevo ancora una visione completa per capire le cose politiche. Con don Albeni siamo andati a parlare con tutti i preti della montagna perché lui diceva che era necessario stare vicino ai partigiani e quando sarebbe caduto il fascismo bisognava ricostruire il partito cattolico. Venne catturato e messo in prigione a Novara con l’accusa di aiutare i partigiani. Durante l’interrogatorio gli chiesero se mi conosceva. Ovviamente negò e poi riuscì a farmi arrivare la notizia che ero in pericolo e che mi dovevo nascondere. Alla fine venne rilasciato e trasferito nella diocesi di Varese.

 

Oltre alle scritte sui muri, avete avuto altri incarichi?

A quei tempi, tutte le informazioni erano sotto il controllo del Fascismo. Per evitare la censura, la Resistenza diffondeva le notizie attraverso due giornali, l’Unità e il Ribelle. Io avevo il compito di prendere i giornali in un’osteria in via Orti a Milano e consegnarli ad una signora che faceva le pulizie nei cinema. Lei poi li infilava tra le poltroncine pieghevoli del cinema. Altre volte li portavo ad una tintora e lei li nascondeva nei vestiti dei clienti. Oppure portavo i giornali a Saronno, li consegnavo al capo stazione e lui li dava ai ferrovieri che li distribuivano nei treni.

 

Quali rischi correvate?

Come minimo si rischiava di essere violentate, torturate, deportate in Germania e se eri fortunata, ti uccidevano subito.

 

I suoi genitori sapevano che lei e suo fratello eravate nella Resistenza?

Si, e per questo mio padre ha rischiato la fucilazione. Una spia infiltrata tra i partigiani lo aveva denunciato e fatto arrestare per colpa nostra. Assieme ad altre tre persone si trovava davanti al plotone di esecuzione per essere giustiziato quando, per puro caso, uno dei capi fascisti lo riconobbe, perché lavoravano nella stessa banca, e gli chiese: «Tu cosa ci fai qui?». Mio padre rispose che due dei suoi figli erano entrati nella Resistenza. All’ultimo minuto, il gerarca fascista salvò la vita a mio padre. Gli altri tre vennero fucilati.

 

Che importanza hanno avuto le donne nella Resistenza?

Se non ci fossero state le staffette, i partigiani rimanevano isolati perché non potevano scendere dalla montagna né girare liberamente, mentre noi donne ci spostavamo anche di notte e se i fascisti ci fermavano, raccontavamo loro una balla, che magari stavamo andando a cercare un dottore perché la mamma stava male. Poi io ero una ragazzina e non destavo sospetti. Portavamo da mangiare ai partigiani, farina, riso. Alcune volte li accompagnavo dal fotografo per fargli fare le nuove foto per i documenti falsi e poi trasportavo le armi.

 

La popolazione era ostile nei vostri confronti?

No al contrario! La gente ci aiutava. Una volta avevo preso il treno per Laveno e poi dovevo prendere un traghetto. Avevo una valigiona pesante con dentro un fucile mitragliatore smontato e quando scesi dal treno la valigia si aprì e caddero i pezzi. Mi sentii gelare il sangue. Pensai tra me e me: «È finita! Adesso mi ammazzano!». In quell’attimo la gente si strinse attorno a me per coprirmi ed io raccolsi i pezzi del mitragliatore e scappai.

 

Lei ha aiutato dei perseguitati a fuggire in Svizzera?

Tra Milano, Busto Arsizio e Gallarate adunavo i nuovi partigiani e li accompagnavo in montagna. Poi c’erano dei soldati alleati scappati dal campo di concentramento vicino Novara e li aiutavo a passare in Ticino, ne avrò accompagnati circa una trentina ed era la cosa più pericolosa. Ho accompagnato anche molte famiglie di ebrei verso la Svizzera, saranno state circa una cinquantina di famiglie e non capivo perché li considerassero diversi da noi perché parlavano il milanese come noi! (ride). Ma c’erano le leggi razziali e loro fuggivano perché perseguitati.

 

Dopo la guerra vi siete rivisti con queste famiglie?

Raramente. Anche perché noi non conoscevamo i loro nomi e loro non conoscevano i nostri. Mentre con alcuni contrabbandieri svizzeri ci siamo rivisti a Verbania perché loro hanno continuato i loro traffici. Trasportavano il salgemma perché qui non c’era il sale e rientravano in Svizzera col riso. Ci siamo rivisti qualche volta con le figlie della famiglia ebrea Pontremoli di Lugano.

 

Come venivano organizzati i trasferimenti?

Nel ’44 ci recammo per due volte clandestinamente ad Ascona in Svizzera assieme a mio fratello Nino al comandante Marco. Lì incontrammo il capo dei contrabbandieri svizzeri che si chiamava Thoman, per organizzare la logistica del trasferimento dei nostri partigiani che uscivano dai campi del Ticino e che ritornavano a combattere dopo i tragici rastrellamenti dell’Ossola. Avevamo preso in affitto una villetta sopra Ascona per ospitare i partigiani, lo chiamavamo posto 24. A Castagnola siamo stati anche ospiti della Principessa Caracciolo perché il figlio Carlo era partigiano con noi nella Battisti e sua sorella è la Principessa Marella. Pensa che al mattino veniva il maggiordomo ad accendermi la stufa nella stanza per fare il bagno. Io che ero abituata a vivere nelle baite! (ride).

 

Quanto tempo ci impiegavate?

Ci volevano due giorni di cammino partendo da Scareno attraversando la Valle Intrasca, poi la Cannobina si saliva al passo del Limidario che era oltre i 2000 metri e c’era tanta neve e freddo. Da li scendevamo a Brissago, poi ad Ascona, Locarno e Lugano.

 

Chi erano gli interlocutori in Svizzera?

Tre contrabbandieri. A Brissago ce n’era uno, si chiamava "Baccalà", un altro che era di Locarno e si faceva chiamare "Leone". Diceva di essere il figlio del sindaco di Locarno e che non poteva rientrare in Svizzera perché aveva fatto la guerra in Spagna. Poi Thoman ad Ascona che era il capo di tutti i contrabbandieri. Sempre al posto 24 di Ascona, abbiamo ospitato e poi accompagnato in Italia Giovanni Gronchi, comandante dei partigiani del nord d’Italia. Quando lo accompagnai da Scareno ad Esio, per ringraziarmi mi regalò la sua giacca a vento. Dopo la guerra venne eletto Presidente della Repubblica Italiana.

 

Perché avevate scelto i contrabbandieri?

Perché conoscevano bene i sentieri non controllati dalla polizia di frontiera. Ma siccome non ci fidavamo di loro, ogni volta che facevamo dei trasferimenti di persone, mandavamo sempre un nostro partigiano.

 

Che ricordo ha della Svizzera?

Quando siamo arrivati la prima volta in cima al Monte Limidario, ci siamo guardati in faccia con Marco e mio fratello e abbiamo esclamato con gioia: «Qui non c’è più la pena di morte!». La Svizzera era tutta illuminata mentre da noi c’era il coprifuoco, tutto al buio. Poi a Lugano sono andata al cinema e ho visto Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin mentre in Italia era censurato. Gli svizzeri avevano una paura tremenda perché i tedeschi volevano far saltare la galleria del Sempione e le dighe idroelettriche della Val Formazza, che forniva elettricità alla Svizzera. È stato grazie ai nostri partigiani della Val Grande Martire, che a Varzo, nella notte fra il 21 ed il 22 aprile del ’45, disinnescarono le 60 tonnellate di esplosivo piazzate nella galleria e pronte ad esplodere. L’operazione salvò il tunnel dalla distruzione e la Svizzera continuò a mantenere i collegamenti con l’Italia.

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