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Capire il presente attraverso l’arte sacra

20.08.2016 - aggiornato: 20.08.2016 - 15:47

Il primo numero della rivista “Arte e Cultura”. Chiese e conventi raccontano l’importanza della devozione popolare che ha segnato la vita dei nostri antenati. 

“Madonna degli Angeli con il Bambino, San Francesco da Paola, Carlo Borromeo e committenti"

© Foto GdP

di Pietro Montorfani

Non senza coraggio Giorgio Mollisi e le Edizioni Giornale del Popolo hanno varato recentemente una nuova rivista, Arte e Cultura, dedicata all’arte sacra nella Svizzera italiana nei molti secoli della sua storia. Il coraggio sta non soltanto nell’impresa editoriale, in controtendenza rispetto a un panorama che vede chiudere sempre più spesso antichi e prestigiosi periodici culturali, ma anche nella scelta del tema. Eppure basterebbe una breve gita in Leventina, tra Mairengo e Rossura, o un immaginario balzo a ritroso nel tempo, nella Lugano del primo Ottocento, quando tra chiese e conventi si contavano una quindicina di luoghi di culto, per sincerarsi di quanto l’arte sacra e la devozione popolare abbiano segnato la vita dei nostri antenati, apparentemente così lontana dalla nostra, in questa strana, inspiegabile e un po’ apatica estate 2016 (anche in questo caso, anzi in modo particolare, torna valida la massima di Marc Bloch secondo cui l’incomprensione del presente «cresce fatalmente dall’ignoranza del passato»).

A quella vecchia volpe di Mollisi (sia detto con benevolenza) va dato il merito di avere inaugurato questa sua nuova impresa dedicando un fascicolo alla chiesa e al convento di Santa Maria degli Angeli a Lugano. Se è vero che la chiesa, con il tramezzo affrescato di Luini e le numerose cappelle gentilizie, è tra gli oggetti più studiati della Svizzera italiana (ma nulla è fissato nel marmo e ben vengano ulteriori studi), il convento recentemente restaurato – per quel che si conserva dalle distruzioni ottocentesche – è forse il più grande regalo che sia stato fatto, in quest’ambito, alla popolazione ticinese. Chi non l’ha ancora visto, accorra a stupirsi davanti alle storie di San Francesco sulle lunette del chiostro (qualcosa di simile, un poco più tardo, è in Santa Maria delle Grazie a Bellinzona) e soprattutto davanti agli stemmi di landfogti e sindacatori, ai quali sono dedicati i due contributi forse più originali del fascicolo, firmati da Marino Viganò e Carlo Maspoli. Nonostante gli sforzi, resta aperta la questione di fondo, circa la vera ragione per cui i nomi delle famiglie cattoliche d’oltre San Gottardo siano stati dipinti nel chiostro di un convento, in ossequio a una convenzione che toccava invece gli edifici civili (l’antico pretorio in Piazza Riforma, per dirne uno, sede oggi della Banca dello Stato).

Il lungo saggio di apertura, documentato e audace al tempo stesso, è di Andrea Spiriti, dell’Università degli Studi dell’Insubria, e ripercorre passo passo, con taglio divulgativo ma colto, tutti gli interventi cinque-seicenteschi all’interno della chiesa. Partendo dalla bibliografia precedente, dal lontano volume di don Isidoro Marcionetti (1975) ai più recenti studi di Vera Segre (2012) e Lara Calderari (2015), Spiriti commenta e discute tutte le interpretazioni fin nei dettagli, con riferimenti non ovvi ai vangeli apocrifi e a letture non canoniche, che pure ebbero un certo peso nel delineare le costanti dell’iconografia sacra tra Medioevo e Rinascimento. Non tutti gli apporti del saggio lasceranno il segno in ugual misura (che il nome del centurione con la lancia sia Longino, ad esempio, come vuole la tradizione, non pare un’informazione decisiva, e così l’attribuzione di molti nomi a personaggi secondari della Crocifissione), ma è senz’altro condivisibile l’opinione secondo cui il tramezzo luinesco sia caratterizzato da una notevole «complessità teologica unita ad un uso molto libero delle fonti» (p. 37). Solida appare la lettura di Spiriti quando si addentra nella storia della devozione, specie in riferimento ai due Anni Santi (1525 e 1600) che sembrano aver segnato nel profondo il grande progetto iconografico della chiesa.

Il direttore della rivista dedica invece alcune pagine all’affresco seicentesco della Madonna con Bambino visibile oggi sulla parete esterna della cappella Quadri-Castagna (la seconda a destra dall’ingresso), sottolineandone giustamente l’eccentricità rispetto al resto della chiesa e avanzando l’ipotesi che possa essere un’opera tarda dell’artista valsoldese Giovan Pietro Pozzo (1555-1616). L’affresco voluto dai Castagna fu riportato alla luce nel 1930, asportando un dipinto settecentesco che lo ricopriva, sul quale interviene anche Laura Facchin nell’ultimo, notevole contributo della rivista, incentrato sulle opere di epoca successiva. Non convince del tutto l’ipotesi, avanzata dal Marcionetti e in seguito ripresa da molti altri, tra cui la Facchin, che a ricoprire l’affresco fosse la Madonna con Bambino ora conservata nel museo della chiesa: per forma e dimensioni parrebbe provenire da altri luoghi, magari la cappella di destra sotto il tramezzo, prima che fosse sventrata nel 1853, già intitolata alla Madonna del Rosario.

Attendiamo con curiosità i prossimi fascicoli di questa rivista (dedicati ancora ad artisti e luoghi della regione luganese, lo stuccatore e incisore Giacomo Mercoli di Mugena e la famiglia di architetti Tosetto di Castagnola), che si lascia apprezzare per il taglio divulgativo, gli schemi esplicativi e le numerose immagini a colori. Il primo fascicolo paga forse la fretta, nella trascrizione e commento di alcune iscrizioni e nel mancato approfondimento di altre piste di ricerca (su sindacatori e landfogti), ma non per questo mancherà di farsi apprezzare.

 

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