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Cent'anni fa nasceva Natalia Ginzburg

17.07.2016 - aggiornato: 17.07.2016 - 08:03

Militante, ma con occhi aperti e il cuore sempre in ascolto, la scrittrice fu una delle voci più notevoli della letteratura italiana. Conosciamola con Michele Fazioli. 

di Michele Fazioli

 

Era nata cento anni fa, il 14 luglio del 1916, è morta 25 anni fa, il 7 ottobre del 1991. Natalia Ginzburg fu una figura forte, perentoria, della vita culturale e civile italiana. Segnata da molti dolori, provata da lutti e fatiche private, seppe esprimere sempre la capacità reattiva degli spiriti alti, di chi non si arrende e non si incupisce. Naturalmente oggi conta la scrittrice, sono le sue pagine narrative a costituire il segno più duraturo della sua esistenza e a farne una delle voci più notevoli della letteratura italiana del Novecento. Ma vale la pena di contestualizzare un poco anche la sua vicenda personale. 

 

Passione civile e politica, “senso religioso”

La sua passione politica fu sincera, generosa. E anche sempre tentata dalla semplificazione ideologica ma mai senza il contrappeso di un forte accento di umanità. Si accasò nel PCI e come molti intellettuali italiani di quella parte si accorse molto tardi della malattia degenerativa del comunismo politico. Quando ci furono le tragiche vicende del terrorismo italiano, il cuore della Ginzburg batté sempre per gli arditi “compagni che sbagliavano” ed ebbe indulgenze eccessive nei confronti dell’impazzimento ideologico di allora. Ma lei sbagliò, quando sbagliò, più per generosità che non per sicumera ideologica. Ed ebbe anche giudizi esatti. Natalia Levi, di padre ebraico e madre cattolica, seppe guardare con apertura intelligente a questo suo patrimonio di radici ebraico-cristiane. Disse una volta: «A Dio ci penso sempre. Mi sento ebrea e cattolica nello stesso tempo. Non sono laica». Fu contro ogni bigottismo, quello clericale e quello politico della propria parte. Quando alla fine degli anni ’80 divampò la polemica fra chi voleva togliere il crocifisso dalle scuole pubbliche e chi vi si opponeva, lei andò contro gran parte dei suoi amici scrivendo sul quotidiano comunista “L’Unità” un famoso articolo in cui affermò: «Non togliete quel crocifisso: è il segno del dolore umano». Natalia Ginzburg possedeva insomma il dono non frequente di una forte autonomia intellettuale e di giudizio. Militò, fu di parte: ma sempre con gli occhi suoi bene aperti e il cuore in ascolto. Tutta questa sensibilità per l’umano giudicato non in teoria ma dentro la realtà lei la arricchì anche nella esperienza del dolore.  Aveva sposato Leone Ginzburg, dal quale ebbe tre figli, fra i quali Carlo, il grande storico. Leone Ginzburg fu prima mandato al confine dai fascisti per ragioni politiche e razziali, poi nel 1944 fu arrestato dai nazifascisti, torturato e ammazzato. Nel 1950 Natalia Ginzburg sposa il letterato Gabriele Baldini, da cui avrà due figli, entrambi portatori di handicap. Nel 1969 rimane vedova una seconda volta. 

 

Una voce narrativa originale e vivida

La Ginzburg fu, soprattutto, una scrittrice. Vivida, con una sua voce originale, modulata in una soluzione stilistica in cui la semplicità e la chiarezza si impastano sempre con una tensione lirica. A dispetto del suo impegno politico e civile, lei cantò sempre le armonie e soprattutto le disarmonie dei piccoli mondi familiari attorcigliati, tesi e irrisolti, narrati con un respiro spesso appunto lirico. Fu Eugenio Montale a scrivere: «Il mondo non ha peso per Natalia, che si confessa annoiata e incompetente in fatto di musica, di pittura e di tutto che non sia poesia, e soprattutto incapace di vivere una vita che non sia in poesia». Natalia Ginzburg aveva esordito, dopo qualche racconto giovanile, nel 1942 con un romanzo firmato con uno pseudonimo (c’erano le leggi razziali), La strada che va in città (ristampato nel 1945 con il suo vero nome). Nel 1947 pubblica È stato così, poi seguiranno altri romanzi e racconti. Ma è nel 1963 che mette a segno un’operazione narrativa tutta sua, azzardata e felice, che tocca il cuore dei lettori: Lessico familiare (premio Strega) che costituisce una intima lavorazione linguistica partendo dalla unicità di una storia non ripetibile, accaduta e finita ma al tempo stesso sempre viva proprio grazie al miracolo delle locuzioni e della memoria verbale. In quel romanzo lei fa riaccadere i giorni lontani e perduti della sua infanzia e giovinezza e l’arruffata, stravagante compagnia affettiva di una famiglia singolare, bella, intelligente: la sua. Ognuno, leggendo quel libro, scoprirà che anche lui ha una storia così, di espressioni uniche, di modi di dire come codici cifrati, aneddoti indimenticabili (ogni lessico familiare è unico, diverso dagli altri). 

 

Le dinamiche dei microcosmi familiari

I romanzi successivi saranno apprezzati per la capacità di scrutare con emozione asciutta ma sensibile dentro i grovigli dei microcosmi familiari, delle tensioni e degli affetti, delle parole dette e soprattutto di quelle non dette o sbagliate, della somma di solitudini. C’è una certa amarezza, nei ritratti umani della Ginzburg, speziata spesso da una lieve, delicata comicità ma senza troppo ottimismo. In Caro Michele il protagonista viene indagato attraverso le lettere, diversamente umorali, che egli riceve via via dalla madre (un rapporto difficile, quello), dalla sorella e da una ex ragazza che poi ha avuto un figlio (chissà, forse dallo stesso Michele). Le nervature dei gorghi familiari appaiono anche in Famiglia, in La città e la casa e pure in La famiglia Manzoni, che è una spietata requisitoria sull’aridità affettiva del grande Manzoni (giustificato anche da dolori e lutti) nella sua relazione con i figli e soprattutto con la sventurata Matilde. Ci sarebbero poi altri titoli, fra cui quelli di alcune commedie (celebre Ti ho sposato per allegria). Non si può qui dire tutto. Concordo però con Pietro Citati quando scrive che il miglior libro della Ginzburg è Le voci della sera. Anch’esso racconta una storia di intrecci familiari avviluppanti e friabili, fra speranze incompiute e amori avvizziti. La narrazione è un susseguirsi di frasi colte nell’aria, scambi di affetti e stizze. Apre il romanzo il monologo di una madre che sta parlando a una figlia. Il cicaleccio vacuo avviene in una sera d’autunno, nell’ora in cui l’aria scurisce e si accendono i lampioni. Alla fine del romanzo ecco un’altra sera, anni dopo, un altro autunno, aria ancora più fredda nell’ultimo chiarore mentre si riaccendono i lampioni. E di nuovo la madre chiacchiera, passa di palo in frasca, parla di sé, delle sue piccole mire. Fra questi due monologhi si gioca una recita di vita che dura un grappolo di stagioni fra le colline piemontesi. C’è un’aria di teatro: poche scene, pochi personaggi, una costellazione familiare principale e alcune comparse. Il tono è quello della commedia, spesso con passaggi di buffa comicità. Ma il suono ilare, in tonalità maggiore, ad ogni svolta della narrazione si muta in tonalità minori.

Ecco un brano di dialogo spiccio che dice precarietà, realismo, accettazione:
 «Lui mi dice, a volte:
- Guarda che non ti sposo.
E io mi metto a ridere, e dico:
- Lo so.
- Dice: - Non ho voglia di sposarmi. Se mi sposassi, mi sposerei forse con te.
- E dice: - Ti basta?
- Dico: Lo faccio bastare».
Nei romanzi della Ginzburg ci sono moltissimi personaggi che «si fanno bastare» quel che acciuffano (sentimenti, felicità adombrate) e per esausta impotenza o indifferente stanchezza perdono l’occasione di osare azzardi e desideri che non basterebbero mai.

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