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Chialiva, la vera storia di una figura romanzesca

06.11.2016 - aggiornato: 06.11.2016 - 09:03

L’esule piemontese fu amico di Fogazzaro, che si ispirò a lui per il suo primo libro. Un processo racconta la sua tumultuosa venuta a Lugano. 

di Pietro Montorfani*

 

Ad Antonio Fogazzaro che attendeva, senza troppa voglia, di iniziare i corsi di giurisprudenza all’Università di Padova, così scriveva dopo un soggiorno sul Ceresio Giacomo Zanella, l’adorato professore di liceo cui il giovane scrittore doveva buona parte del suo amore per la letteratura: «Lugano con quel romanzesco Chialiva, e Campione con quelle grandi memorie dell’arte cristiana, mi si affollavano intorno alla mente». L’abitudine della famiglia Fogazzaro di trascorrere il periodo estivo nella casa materna di Oria in Valsolda, presso i parenti Barrera, invece che nella più turbolenta Vicenza, era andata consolidandosi nei difficili anni tra il 1848 e l’Unità d’Italia, anche a causa della dichiarata fede liberale di Mariano, padre del futuro romanziere. A colpire Giacomo Zanella, da poco riammesso all’insegnamento dopo una decennale sospensione dovuta a medesimi sentimenti antiaustriaci, erano stati invece gli affreschi trecenteschi di Santa Maria dei Ghirli a Campione e un non meglio precisato Chialiva qualificato nel testo come «romanzesco». [...]

La frequentazione di Abbondio Chialiva (1800-70), un esule originario di Ivrea che risiedeva a Lugano dal dicembre del 1842, era iniziata per la famiglia Fogazzaro proprio nel 1848, favorita da comuni amicizie vicentine e dalla vicinanza di Mariano agli interessi della carboneria (cui era prossimo anche il piemontese). «Le notizie di Chialiva sono bastantemente buone», scriveva il piccolo Antonio allo zio Giuseppe, da Oria, il 5 dicembre 1852, «la vista gli va mancando e perciò va appressandosi il momento dell’operazione».

Amico intimo di Luigi (1841-1914), il figlio pittore di Abbondio nato proprio a Lugano in circostanze misteriose, Antonio Fogazzaro non dimenticò mai quell’insolita figura della sua infanzia e dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta a Milano nel dicembre del 1870, memore forse della felice intuizione dello Zanella si ispirò a lui per la creazione di uno dei protagonisti del suo primo romanzo (Malombra, 1881).

Che Abbondio Chialiva potesse essere ritenuto un personaggio «romanzesco» è cosa che si chiarirà facilmente dalla lettura delle pagine che seguono; ma anche senza troppo scavo archivistico, facendo anzi il lavoro a ritroso, dall’invenzione alla storia, lo aveva già intuito un fine osservatore come Giuseppe Giacosa, come rivela lo stesso Fogazzaro: «[Giacosa] aveva letto Malombra parecchio tempo dopo uscito il libro, quando non se ne parlava più; e la figura del conte Cesare d’Ormengo lo aveva colpito. Gli era parso un ritratto e la spiccata fisionomia piemontese del personaggio gli aveva messo una curiosità grande di conoscere l’originale. [...] Gli dissi il nome del reale conte Cesare e fu allora la volta sua di stupire. Non era un vecchio conservatore aristocratico, io gli avevo cambiato le idee pur cercando ritrarne, insieme alla figura esterna, il carattere morale e la pittoresca efficacia della parola. Era un vecchio rivoluzionario del 21, un repubblicano fiero; ed era quasi un conterraneo dei Giacosa, era Abbondio Chialiva di Ivrea, che abitò lungamente a Lugano dove la sua villa elegante, la Tanzina, fu ospizio d’esuli e convegno di agitatori politici; Abbondio Chialiva, padre di Luigi che tirato su per matematico gli diventò tra le mani pittore e salì a meritata fama. Giacosa poté udirne altre notizie più tardi da Arrigo Boito che gli diventò poi fratello d’anima e che ebbe dimestichezza con i Chialiva quando Abbondio, vecchio, cieco e triste, venduta la Tanzina, pose dimora a Milano».

In pochi tratti questo ricordo fogazzariano di Abbondio Chialiva, l’unico di una certa consistenza, apre uno spiraglio sulla realtà storica che si cela dietro la figura affascinante del conte d’Ormengo. Dice da un lato la genesi di una componente importante di Malombra (non ultimo lo stretto rapporto tra una villa maestosa e il suo singolare proprietario), mentre dall’altro ribadisce il potenziale romanzesco di una vita, quella dell’esule piemontese rifugiato a Lugano, cui andrebbe senz’altro attribuito lo statuto di eccezionale. Il desiderio di «conoscere l’originale», che contribuì a cementare la tardiva amicizia tra Fogazzaro e Giacosa, potrebbe insomma diventare anche il nostro. [...]

Quali sono dunque i punti di intersezione tra Abbondio Chialiva e Cesare d’Ormengo? Il «carattere morale» e la «pittoresca efficacia della parola»: questi i tratti principali attorno ai quali Fogazzaro, per sua stessa ammissione, ha voluto costruire il personaggio, descritto nel romanzo come lo «strano» e «ricchissimo» discendente di fuggiaschi piemontesi, un «signore» che ha «amici in tutte le sette parti del mondo» e che ha «sempre ospiti», segnato da un piccolo mistero che cela la nascita di un figlio naturale. «“Ha famiglia?” – “Signor no. Cioè...”», ammette controvoglia il vetturale nelle pagine iniziali del libro, e allusioni alla triste sorte della madre di Luigi Chialiva ritornano con frequenza per bocca di molti: «Quel giovanotto lì, piovuto al Palazzo dalle nuvole, è un peccatuccio dell’amico Cesare». Un preciso riferimento al vero personaggio storico si legge anche nel capitolo quinto della prima parte, laddove Cesare d’Ormengo non riesce a trattenere il disprezzo, tutto di Chialiva, nei confronti del ministro Lamartine, al punto che «certi rudi e gagliardi paroloni piemontesi mezzo sepolti nella memoria gli si smuovevano dentro, venivan su con lo sdegno e gli uscivano come cannonate». E davvero non si può evitare di pensare ad Abbondio quando Fogazzaro, nello stesso capitolo, descrive il conte come un «aristocratico pieno di generose contraddizioni», burbero e rigido soltanto in superficie; oppure dove fa dire con un eufemismo a don Innocenzo che il signor conte, come il vero Chialiva, «non ama molto i preti».
 

*Testo ricavato dall’introduzione

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