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Erasmo, Ariosto e Tasso, percorsi attorno alla follia

29.05.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:02

Si sono conclusi gli incontri primaverili del ciclo “Elogio della follia”. L’inaugurazione di Ossola ha introdotto la Follia erasmiana, ispirata al messaggio evangelico, per lasciare poi spazio ai poemi cavallereschi, dal “Furioso” alla “Gerusalemme liberata”.

di Federica Alziati

 

Dopo il ciclo di incontri dedicato lo scorso anno ai grandi nomi della letteratura lombarda moderna e contemporanea, la RSI e l’Istituto di Studi italiani dell’USI tornano a proporre al pubblico una serie di sette serate di divulgazione letteraria. L’occasione contingente che ha ispirato il nuovo programma di letture, riflessioni e ascolti musicali, in questo caso, è il cinquecentesimo anniversario della prima edizione dell’Orlando furioso, data alle stampe esattamente nel 1516. La sequela dell’Ariosto ha quindi suggerito di eleggere a tema conduttore della rassegna il motivo dominante della follia, o più precisamente l’Elogio della follia, se ci si vuole attenere al titolo preso in prestito da Erasmo.

E proprio con Erasmo da Rotterdam ha avuto inizio la sequenza dei tre incontri inaugurali, i più fedeli al retroterra cinquecentesco ed epico-cavalleresco, culminati all’insegna dell’eterno binomio Ariosto-Tasso. Ad essi farà quindi seguito, dopo l’intermezzo di una serata musicale condotta da Carlo Piccardi, un secondo ciclo di appuntamenti autunnali che, con un deciso slancio cronologico in avanti, contempleranno il vasto spettro di significato della follia e del suo rapporto con la creazione letteraria sulle orme poetiche di Dino Campana, Amelia Rosselli e Alda Merini.

Com’era inevitabile, l’avvio erasmiano (affidato a Carlo Ossola lo scorso 10 maggio) ha concesso subito la ribalta alla personificazione stessa della Follia, introducendo nel modo più diretto possibile il pubblico in un orizzonte di rovesciamento dell’ordine prestabilito e dei valori condivisi. Dal podio finalmente conquistato, l’ipostasi delle umane pazzie ha domandato ancora una volta non l’attenzione riservata agli «oratori sacri», ma l’orecchio che si presta «ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli», riservandosi così la libertà di sconvolgere l’immagine del mondo coltivata dagli ascoltatori.

Come ha ben spiegato il professor Ossola, la Follia di Erasmo rivendica il proprio tradizionale statuto ex lege, la propria condizione libera al massimo grado, per smascherare l’irragionevolezza che domina la realtà degli uomini e richiamare alla semplicità del messaggio evangelico. Il Moriae encomium resta fedele alla novità sconvolgente del cristianesimo e al coraggio paolino di aderire a ciò che era insensatezza per il mondo classico e scandalo per l’ebraismo. E racchiude il germe della lezione di libertà che l’umanista Erasmo ha rivolto all’Europa del suo tempo, incamminata verso il dramma dei conflitti politici e delle guerre di religione.

Muovendo dalla dialettica latina del genio di Rotterdam, il percorso di letture si è poi lasciato avvincere dalla forza di attrazione delle ottave ariostesche, dal cadenzato fluire del proemio del Furioso alla progressione incalzante della follia di Orlando. Non tanto, o non soltanto alla furia del paladino, tuttavia, si dovrà ascrivere la centralità del poema di Ariosto rispetto al tema posto a problema e alle suggestioni erasmiane di partenza.

È la natura stessa del capolavoro, l’infinito diramarsi dei filoni narrativi e delle vicende dei personaggi – ha ricordato la Lina Bolzoni, ospite del secondo appuntamento – ad incarnare perfettamente la sete di viaggio, lo spalancarsi degli orizzonti e il moltiplicarsi dei punti di vista che caratterizzano l’Europa alle soglie del Cinquecento: l’inverarsi dello sconvolgimento del mondo sino ad allora conosciuto. Non si dovrà dimenticare che in quel medesimo 1516 in cui Ariosto licenziava la prima versione del Furioso, il dedicatario dell’Elogio della Follia, Thomas More, dava alla luce l’ardita visione della propria Utopia. All’ideale utopico dell’intellettuale e politico inglese, il poeta e funzionario della corte di Ferrara accostava una moderna rappresentazione dell’intrico delle passioni e dei desideri umani, lasciando spazio tra cavalieri e lettori anche alla propria, personalissima follia d’amore.

Quasi esclusivamente alla melancolia e al dramma umano di Torquato Tasso ha quindi fatto riferimento Giacomo Jori nel corso della serata del 24 maggio scorso. Un saggio delle lettere gravide di tormento e insania scritte dal poeta rinchiuso nell’ospedale di Sant’Anna è servito allora d’introduzione al riflettersi della pazzia amorosa nei personaggi della Gerusalemme liberata. Al lamento disperato di Erminia, amante disillusa di Tancredi, e alla ancor più intensa agonia dello stesso Tancredi, il cui animo scisso e dilaniato dopo la morte di Clorinda è tra i modelli più fecondi della letteratura moderna. Si potrebbe forse obiettare che l’episodio è centrale ma non conclusivo né risolutivo nel poema tassiano.

Dal pianto di Tancredi sul cadavere di Clorinda (e dal simultaneo ritorno di Rinaldo dopo la parentesi amorosa con Armida) s’inaugura, anzi, la seconda parte della Gerusalemme liberata, in cui si smorza la spinta centrifuga delle passioni fuorvianti e la missione dei crociati si avvia finalmente al compimento. E ci si potrebbe parimenti chiedere quanto della reale fisionomia di Tasso sia trapassato nel mito del poeta malinconico coltivato dall’Europa romantica e decadente, da Leopardi a Baudelaire sino alle interpretazioni psicanalitiche di Freud. Ma si dovrà, d’altro canto, accettare che la fortuna di un autore e di un capolavoro non coincidono molto spesso con le intenzioni dell’uno e dell’altro, e che la tradizione assomma significati e ne rinnova i contorni, in un equilibrio dinamico di pulsioni dispersive e richiami all’ordine. Molto umano, talvolta un po’ folle.

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