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Grandezza di un pensiero radicato nella verità

30.11.2014 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:04

Fu il suo un cammino puro e intransigente che seppe cogliere la tragedia della modernità, cioè l’aver dimenticato il cristianesimo. A cent'anni dalla morte, il ricordo anche a Lugano.

Péguy è nato il 7 gennaio 1873 ed è morto, nella battaglia della Marna, il 5 settembre 1914. Mercoledì si terrà una serata a Lugano.

di Pietro Ortelli

Queste succinte note non tentano di presentare Charles Péguy, ma piuttosto si propongono di accennare alla sua grandezza, anzi alla sua unicità (in senso più forte di quanto non si possa dire di ogni grande). L’uomo, prima ancora dell’intellettuale e dello scrittore – ma, nel suo caso, i piani non sono così distinguibili – esercita su di me lo stesso fascino di poche altre figure la cui esistenza si è realizzata sotto il segno della tensione al vero: penso per esempio a Edith Stein: «la mia vita è stata unicamente ricerca della verità».

Se non che, trattandosi di Péguy, occorre aggiungere subito che questa affermazione, riferita a sé, gli sarebbe forse parsa sospetta, poiché in lui questo esito è il risultato di un cammino verso la realtà nella sua profondità e il ritrovamento di sé avviene nel momento in cui si manifesta con la massima intensità il problema della solidarietà, della salvezza dell’altro, dell’umile, del povero. Questo cammino assolutamente puro e intransigente, ha avuto un alto costo in termini di sacrificio personale.

C’è voluto del tempo perché la grandezza di Péguy si palesasse: in vita ebbe contro, con qualche eccezione, sia i socialisti, sia gli apparati cattolici e clericali (per citare le sue due successive appartenenze) e in seguito non mancò qualche valorizzazione equivoca.

 

Ha scritto Georges Bernanos: «Quest’uomo impareggiabile cui, per la sua assoluta sincerità, per la sua prodigiosa freschezza d’animo, è riuscito il colpo straordinario di sottrarre l’intera sua vita agli imbecilli, di rappresentare in mezzo agli imbecilli la parte dell’eroe invisibile di Wells, è ora ridotto alla triste condizione di pittoresco strumento della propaganda clericale» (allude qui a una riduzione in senso reazionario che ha caratterizzato il suo recupero da parte di un certo conservatorismo cattolico) e in un’altra pagina ha soggiunto: «È un uomo che, morto, resta a portata di voce […], che risponde ogni volta che lo si chiama», ed effettivamente  continua a risponderci e a strapparci dalla nostra tiepidezza e sonnolenza. Nel frattempo, ad aiutarci nella lettura, arrivava il contributo, capitale, di Hans Urs Von Balthasar (in Gloria. Una estetica teologica, vol. 3, Stili laicali, Milano, Jaka Book, 1976), che colloca definitivamente Péguy tra i più originali e profondi autori cattolici («Non si è mai parlato così cristiano»: e infatti vi sono state ricadute nella teologia vera e propria).

Alain Finkielkraut, uno dei suoi eredi intellettuali, lo avvicina ai maggiori filosofi della modernità, a Nietzsche, a Benjamin, a Heidegger e lo ritiene indispensabile per pensare il mondo moderno (Le Mécontemporain. Charles Péguy, lecteur du monde moderne, Parigi 1992).

Ma prima ancora, per quanto mi riguarda, non posso non citare mons. Luigi Giussani, che ha portato me, come centinaia di altri giovani, sin dagli anni Sessanta, all’incontro con Péguy, non soltanto segnalandolo alla lettura personale, ma anche e soprattutto avviando a una intelligenza sicura del nocciolo della sua opera, ossia la comprensione del cristianesimo come avvenimento di popolo, come Verità incarnata, contro ogni riduzione spiritualistica o moralistica: lo spirituale deve farsi carne, l’invisibile deve mostrarsi nella forma.

Curiosamente Péguy utilizza la parola “conversione” solo riferendosi alla sua adesione al socialismo (da lui sentito come la realizzazione piena della solidarietà con gli esclusi); della sua successiva adesione alla Chiesa parla in questo modo: «Mediante un approfondimento costante del nostro cuore lungo la stessa via e non, in nessun modo, per un’evoluzione, abbiamo ritrovato la via del cristianesimo. Non l’abbiamo trovata come in un ritorno. L’abbiamo trovata in fondo alla strada». Osserva Von Balthasar: «In questo sfociare lungo conseguenze mai deviate sta il mistero della figura di Péguy, la quale – a dispetto di ondeggiamenti e di depressioni nell’elemento personale – fu così infallibilmente sicura di se stessa». 

 

La tragedia della modernità, ritiene Péguy, è di aver dimenticato il cristianesimo (l’incontro del tempo e dell’eterno nell’incarnazione), quella della Chiesa di aver perso il popolo cristiano per aver dimenticato i poveri (divenuti i destinatari della “carità”) a causa dell’alleanza con la devota borghesia ecclesiastico-clericale; ma egli sa anche che contro la piccola borghesia socialista anticlericale stanno «i profondi misteri della salvezza di Cristo: la solidarité non si può avere più a buon mercato di tutte insieme le originarie profondità bibliche della charité» (Von Balthasar).

La vita privata non fu leggera. Questo cattolico dalla fede luminosa non poté mai accostarsi ai sacramenti perché sua moglie, sposata solo civilmente, non acconsentì mai al matrimonio religioso e lungamente neppure al battesimo dei figli (quattro, l’ultimo nato dopo la sua morte al fronte nei primi mesi di guerra). Per questa unione non felice rinunciò all’amore della sua vita, una giovane ebrea che lavorava con lui ai “Cahiers de la Quinzaine”. Forse la sua straordinaria fecondità intellettuale ha attinto anche in questo lottato e costoso sacrificio.

 

 

 

DA NON PERDERE

“Storia di un’anima carnale. Charles Péguy a 100 anni dalla morte”. Una serata con parole e filmati, curata da Pigi Colognesi, studioso dell’opera e della vita del grande scrittore e intellettuale francese. Organizza il Centro Culturale della Svizzera Italiana, mercoledì 3 dicembre, ore 20.30, a Lugano, Aula Magna di Trevano.

 

 

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Parole e filmati con Pigi Colognesi

 

Pigi Colognesi, come è strutturata la conferenza che terrà a Lugano?

Il mio obiettivo sarà di familiarizzare il pubblico con questo grandissimo autore, più citato che letto. Sono convinto che la sua opera abbia un’attualità straordinaria, però la sua figura, la vicenda, il pensiero sono poco noti, per cui farò semplicemente un excursus biografico, presentando i gangli del suo percorso intellettuale e soprattutto umano.

Di che tipo saranno i filmati che presenterà?

Innanzitutto io ho molta fiducia nella parola detta, anche la mostra che avevamo realizzato per il Meeting di Rimini si concentrava sul mettere lo spettatore di fronte alle parole di Péguy. Per ottenere questo risultato, oltre ai tradizionali pannelli espositivi, abbiamo inventato quattro video, messinscene di ipotetiche situazioni della vita di Péguy , ipotetiche nel senso che non sono realmente accadute, ma tutto quello che viene pronunciato dai personaggi sono parole di Péguy stesso.

È stato un successo: i video,  interpretati da attori della Compagnia degli Incamminati,  hanno avuto un impatto importante su coloro che li hanno visti, perché si sono sentiti coinvolti nella parola di Péguy e nella sua attualità. Infatti, le scene non le abbiamo realizzate come se si trattasse di una fiction d’inizio ’900, ma le abbiamo ambientate nel mondo di oggi. La seconda scena, quella che proietteremo a Lugano e che racconta il lavoro di Péguy ai Cahiers  e la sua battaglia culturale nei primi anni della rivista da lui fondata, ad esempio, è ambientata nella redazione di un giornale di oggi. Sentire le sue parole in un contesto attuale aiuta la gente ad immedesimarsi nel suo pensiero. Questa è la ragione per cui al termine della mia relazione proietteremo questo video. 

Gli altri video di cosa trattano?

Il primo è un dibattito tra Péguy e due personaggi storici, Guesde, capo del socialismo dell’epoca, e Jaurès, il suo amico che poi diventerà l’arcinemico, e si narra tutta la vicenda del giovane Péguy, la sua partecipazione all’affaire Dreyfus, le motivazione che lo hanno spinto a creare i Cahiers de la Quinzaine e il suo socialismo anomalo, poco ideologico e molto implicato esistenzialmente. Il secondo, attraverso il dialogo tra Péguy e André Bourgeois, suo amministratore factotum e un’altra figura immaginaria, dà conto di tutta la battaglia dei primi anni dei Cahiers, fino al 1905. Il terzo, ambientato in un ospedale, si focalizza intorno al momento storico in cui Péguy, nel 1908, riceve la visita di un suo amico, Joseph Lotte, al quale comunicò il suo ritorno alla fede cristiana e quindi fa un po’ il passaggio alla fede che aveva ricevuto da bambino e che poi aveva abbandonato. L’ultimo è un pellegrinaggio, ma invece di andare a Chartres, lo abbiamo ambientato a Caravaggio, scelta non casuale perché il primo incontro nostro con Péguy è stato proprio alla Via Crucis di Caravaggio, quando don Giussani utilizzava dei pezzi di Péguy per farci immedesimare con la salita di Gesù al Calvario. Insieme ad Alain-Fournier, in questo video si racconta del vivere da cristiano di Péguy.

Ultimamente, secondo lei, c’è stato un maggiore interesse nei confronti di Péguy?

Un po’ sì. Il Centenario ha aiutato, ma già l’anno scorso Andrea Carabelli, che è il regista anche dei nostri video, aveva portato dei brani dal Portico del mistero della seconda virtù, cioè la speranza. Péguy resta poco noto, poco studiato, ma si sono anche svolti convegni, a cui ho partecipato e dove ho visto una ripresa d’interesse, anche se stiamo parlando di un autore che non è sulla bocca di tutti. Ha avuto anche una fortuna critica molto controversa. Nella stessa Francia, la Pléiade ha rifatto il volume delle sue opere di poesia e teatro e una edizione di lusso di alcune serie di Cahiers e poco altro. Ma io personalmente, avendo scritto la sua biografia e curato la mostra, non vorrei disperdere questo patrimonio e sto pensando alla formazione di un gruppo di amici, ad un’Amitié come ci fu già in Francia, che favorisca delle pubblicazioni.

 

(Man.C.)

 

 

 

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