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Il modello condiviso della classicità

08.10.2016 - aggiornato: 08.10.2016 - 20:41

Anticipiamo un estratto della conversazione con il poeta siriano Adonis, più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura e uno dei favoriti per il 2016.

di Federica Alziati

 

È un uomo minuto e mite, dal sorriso dolce, Adonis. Eppure ha idee molto decise e forti sul mondo islamico in cui affondano le sue radici, sulla religione, sulle prospettive di civiltà che si aprono per il mondo arabo e per l’Occidente. Posizioni probabilmente scolpite dall’esperienza delle persecuzioni subite in gioventù, in Siria, e dal successivo esilio in Libano e Francia: certo è che la reazione nei confronti dell’Islam è radicale, così come suona senza appello la condanna generale dei monoteismi e di ogni forma di religiosità istituzionalizzata.

Ecco un saggio iniziale di quanto raccolto in una conversazione condotta insieme a una giornalista di “Le Temps”, poche ore prima dell’incontro pubblico dedicato ieri sera all’autore dalla RSI, curato da Roberto Antonini e intitolato Nella pietra e nel vento. La poesia, la violenza, l’Islam.

Nel presentarsi ai lettori, vorrebbe spiegare la scelta del suo pseudonimo?

Avevo diciassette anni quando lo scelsi. Scrivevo poesie e prosa a mia firma, e inviavo gli scritti a giornali e riviste, ma nessuno accettava di pubblicarli. Un sera, mi capitò di leggere la leggenda cananea di Adonis (accolta anche dal mito greco), incarnazione della bellezza e dell’amore, il cui sangue ha tinto di colore rosso gli anemoni. Ho pensato di adottare il suo nome: credevo che sarei stato ucciso anch’io, come poeta. E invece, con quello pseudonimo, le mie poesie vennero accettate da un giornale. Quando mi presentai in redazione, trasandato e poveramente abbigliato com’ero, furono tutti molto sorpresi nel trovarsi di fronte un simile Adone...

Fin dal nome, dunque, un richiamo anche alla tradizione classica. Crede che il patrimonio culturale condiviso dal mondo mediterraneo possa essere anche oggi fondamento e promotore di civiltà? Non penso solo alla classicità, ma anche alle conquiste e agli scambi dell’età moderna... 

Certo, basti pensare al ruolo svolto dagli arabi nella trasmissione della filosofia greca e, con essa, del concetto stesso di alterità. Ma un’unità di cultura nell’intero bacino del Mediterraneo risale a ben prima dell’avvento degli arabi. Lo ricorda persino il mito da cui deriva il nome Europa, in origine portato da una fanciulla dell’Asia Minore rapita e condotta sulle sponde del continente europeo da Zeus. Le civiltà greca e romana hanno lasciato tracce ovunque, e così quella araba (non ci dimentichiamo dell’Andalusia, ad esempio). Rapporti e affinità ci sono sempre stati, purtroppo con alti e bassi. Ma la conoscenza del passato condiviso è essenziale per superare l’oscurantismo di oggi.

È possibile coltivare una visione positiva in tal senso, nonostante le spinte alla divisione?

Bisogna essere ottimisti. L’ottimismo non viene dall’esterno, né da Dio, ma dall’intimo dell’uomo, che deve trovare in sé la forza di una nuova civilizzazione. L’attuale situazione di scacco, del resto, non è uno scacco di civiltà, ma uno scacco dettato dagli interessi. Il conflitto è sul piano della politica e dell’economia. I creatori di civiltà non sono mai stati l’uno contro l’altro. E anche adesso intellettuali e artisti devono opporsi alla visione negativa dettata dalla logica degli interessi. Bisogna ripensare la posizione del mondo culturale, non soltanto nei Paesi arabi, ma anche in quelli occidentali.
Sfortunatamente, la rivoluzione tecnologica è andata a svantaggio della tradizione culturale fondata sulla classicità. E cerca sempre più di farsi strumento di dominio assoluto della natura e dell’uomo stesso. Viviamo in un’epoca in cui s’impone un nuovo tipo di rapporto tra mot e chose, come direbbe Foucault, ma anche tra uomo e parola, e persino tra uomo e uomo.  

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