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"Il silenzio incoraggia gli aguzzini"

09.07.2016 - aggiornato: 09.07.2016 - 18:19

Il ricordo di Elie Wiesel, scrittore e premio Nobel per la pace sopravvisuto ad Auschwitz, morto qualche giorno fa a 87 anni.

Elie Wiesel.

© EPA

di moreno bernasconi

 

«Ovunque, là dove gli esseri umani subiscono sofferenze e umiliazioni, prendi partito. La neutralità aiuta gli oppressori, mai le vittime. Il silenzio incoraggia gli aguzzini, mai i perseguitati». Questo il cuore dell’appello lanciato da Elie Wiesel - giornalista, scrittore e attivista ebreo di origine rumena sopravvissuto al Lager di Auschwitz e naturalizzato americano, morto alcuni giorni fa a 87 anni - in occasione del discorso d’accettazione del Premio Nobel per la pace nel 1986.

Questo appello riassume il compito di una vita, che l’ha visto al fronte per più di cinquant’anni per denunciare e testimoniare l’orrore della Shoa e le altre persecuzioni. «Per i morti e i vivi, abbiamo il dovere di dare testimonianza» - disse Wiesel in occasione dell’inaugurazione del Museo dell’Olocausto di Washington, da lui voluto come compimento dell’opera svolta in qualità di Presidente della Commissione omonima costituita da Jimmy Carter, parole ora incise nella pietra all’entrata del museo.

Un impegno che non si è limitato alla memoria della Shoa. Dapprima individualmente e poi tramite la Fondazione Elie Wiesel per l’Umanità (vittima purtroppo della truffa miliardaria del filibustiere Bernard Madoff) egli ha incitato instancabilmente capi di Stato e organismi internazionali a rendere giustizia alle vittime dell’oppressione: anche a quelle del totalitarismo sovietico, agli Indiani Miskito o le vittime del regime cambogiano, al popolo curdo o alle vittime delle epurazioni etniche o dei massacri nell’ex Yugoslavia oppure in Africa.

Autore di più di 50 libri, la sua opera di scrittore ebbe grande risonanza mondiale dopo la pubblicazione di La notte (con prefazione di François Mauriac), resoconto autobiografico crudo e terribile dei crimini perpetrati dai nazisti nei Lager di Auschwitz, Monowitz e Buchenwald, cui egli sopravvisse (fu liberato da Buchenwald nell’aprile del 1945) ma nei quali perirono i suoi genitori e parte della sua famiglia. Il suo grido è spaventoso, disperato e senza possibile redenzione, che si trasforma in aperta ribellione contro Dio: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel lager che ha fatto della mia vita una notte lunga e sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo - scrive nel suo libro-testimonianza -. Mai dimenticherò i piccoli volti dei  bambini, di cui avevo visto i corpicini trasformarsi in volute sotto un azzurro muto. Mai dimenticherò quelle fiamme, che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha privato per l’eternità del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere a lungo quanto Dio stesso. Mai».

Ne La notte, Wiesel descrive con minuzia agghiacciante l’impiccagione di due adulti e di un bimbo da parte delle SS, registrando macchinalmente il grido dei due adulti prima che il cappio si stringesse («Viva la libertà») … e il silenzio straziante del bambino. Registra la voce di un recluso dietro di sé («Dov’è, ora, il buon Dio?») e la sua risposta tremenda («Sentii in me una voce che rispondeva: Dov’è? È impiccato qui, a questo patibolo». Wiesel fa un legame fra il silenzio dell’innocente barbaramente ucciso e il silenzio di Dio: Dio stesso appare ai suoi occhi impotente di fronte alla barbarie degli uomini. E la memoria della Shoa risuona come l’ineluttabilità del male, come l’impossibilità per l’uomo di rialzarsi e di riavere una speranza e un senso nella vita, dopo l’orrore dell’Olocausto: «È l’essere privati per sempre del desiderio di vivere».

Benché aiutato da Mauriac a rompere il silenzio e a testimoniare la barbarie, per Elie Wiesel - come altri scampati al Lager che addirittura non ressero al ricordo e finirono suicidi (Primo Levi o Bruno Bettelheim) - la memoria del male del Novecento è irredimibile. E di conseguenza, lo stesso obiettivo di testimoniare, affinché l’orrore non si ripeta “mai più”, svanisce. Benché il suo impegno generoso e appassionato di testimonianza affinché gli oppressi ottengano giustizia abbia mosso le coscienze di molti, spingendo capi di Stato e istituzioni a mobilitarsi, già anziano Wiesel in un’intervista espresse amarezza e profonda delusione di fronte al fatto che - così riteneva - «nulla è cambiato» dalla Shoa. «La natura umana è rimasta quella che era. L’indifferenza governa il mondo, indifferenza verso l’altro, le sue sofferenze, i suoi tormenti e le sue speranze».

L’inferno di Buchenwald ha spento in Wiesel la luce vivida presente invece nel diario della giovane ebrea morta ad Auschwitz Etty Hillesum, luce che si rivelò più forte e densa di significato di ogni possibile male. «Sono tempi spaventosi, mio Dio… Ti aiuterò, Dio, a non spegnerti in me. Non sei Tu che puoi aiutarci, ma noi che possiamo aiutarTi». Il percorso di Elie Wiesel ripropone la domanda drammatica di Hannah Arendt all’inizio della sua disamina sulle Origini del Totalitarismo e di Emmanuel Lévinas all’inizio della sua ricerca filosofica: è possibile reimparare a camminare nell’esistenza malgrado il crollo di significato e la disumanizzazione indotti dall’orrore accaduto nell’era moderna? Mentre la risposta di Wiesel è negativa, il rinnovamento etico di Lévinas (che ha perduto anch’egli la propria famiglia ad Auschwitz), Ahrendt ma anche Jonas o Viktor Frankl, sono il tentativo di riabilitare il bene dopo la barbarie, assegnando alla soggettività il primato etico, condizione sine qua non per uscire dal nichilismo, riscoprire la giustizia e dare quindi al “Mai più” una possibilità reale di inverarsi.

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