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Le Romésie di Hediger

30.04.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:02

L'antologia di poesie "Vattene. Dimentica. Va-t’en. Oblie" del poeta zurighese ha maturati con singolare coerenza una poetica volta a dar visibilità e voce a ciò che si nasconde dietro l’apparenza.

di Vincenzo Guarracino

 

Romésie‘ chiama i suoi testi Markus Hediger, usando un mot-valise che sta a indicare un contenitore multiplo e una via di mezzo tra romanzo e poesia,  a testimonianza della natura per così dire spuria e meticcia della sua lirica, che frequenta con perplessa attitudine visionaria un’umbratile cifra narrativa che non ama la luce piena e solare della ribalta, restandosene inafferrabile e perfino scontrosa, chiusa in spazi spesso angusti e appartati (c’è perfino un crepuscolarissimo “solaio”, un’”Arcadia di odori e di polvere”, teatro di un’allucinata storia di violenza), se non addirittura in “una terra sfatta” e cimiteriale abitata da simulacra di “semprevivi”, più o meno cifrati protagonisti della memoria e del cuore, contornati da una pietas virgiliana “dove sono tutt’uno con la loro ombra” (si pensi, tra le tante, a certe figure, la madre, Rosa Hediger, “la sorella del bisnonno”, Walter, l’Amico morto, la memorabile Alice, LIII, degna di un Garcia Marquez).

Adusata, ma mica tanto, alla “lentezza”, all’invisibilità, da cui, con spostamento progressivo e lenticolare su particolari minimi e insignificanti, lo sguardo dell’osservatore, dell’io, morto a se stesso come un personaggio di Camus, a tratti prova con uno scatto velleitario a sollevare e riscattare dai gorghi dell’insignificanza il mondo circostante (“dovrei uscire / dall’ombra fra i libri”, dice in un testo, il XX della prima sezione, non diversamente dal Petrarca di una celebre canzone in cui proclamava la decisione di “uscir del bosco e gir infra la gente”), per salvarsi nel “miracolo, sobrio / e sereno, dell’aria”. Una condizione che l’autore sintetizza in una figura, l’onisco, un terricolo e misconosciuto animaletto (altrimenti noto come “porcellino di sant’Antonio”), eletto a emblema della stessa poesia in un testo inaugurale, Ne retournez pas, di una ormai più che trentennale carriera. A scorrere infatti le date della sua schedina biobibliografica scopriamo infatti che lo zurighese Hediger, nato nel ’59 e con un curriculum notevole di studi (Letteratura francese ed Estetica) e di viaggi, è da decenni che scrive, maturando con singolare coerenza una poetica volta a dar visibilità e voce, attraverso un racconto sfilacciato e senza trama, al “rovescio”, a ciò che si nasconde dietro l’apparenza: dietro l’“ombra”, parola chiave, interpretante testuale dell’intera raccolta.

Un’ultima notazione, importante. Edito dalle Edizioni Ulivo di Balerna e accompagnato da una illuminante prefazione di Fabio Pusterla, Vattene. Dimentica. Va-t’en. Oblie di Markus Hediger è un testo antologico che raccoglie poesie scritte in un arco abbastanza vasto di tempo, tra il 1981 e il 2013, in cui il dato più immediatamente singolare è l’uso della lingua francese (con traduzione a fronte in italiano, ad opera di Alberto Panaro e Grazia Regoli), che, per uno come Hediger nativo di lingua tedesca, costituisce una sorta, come dire?, di tradimento, una pudica schermatura all’espressione diretta dei sentimenti, operata con la precisa intenzione di non parlare direttamente di sé, in un certo senso per nascondersi, non diversamente dal proprio animale senhal, l’onisco appunto, ma soprattutto per sperimentare un’altra lingua e un’armonica diversa, con effetti originali e sorprendenti.

 

 

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