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L’ultimo Yehoshua e il rifiuto della maternità

15.05.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 14:02

Ne La comparsa, suo ultimo romanzo, lo scrittore israeliano ha affrontato un tema per lui inconsueto e prettamente femminile.

(fotogonnella)

di federica alziati

Incontrandolo di persona, il famoso scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua dà un’impressione di semplicità e, al contempo, di profonda umanità: la figura tutt’altro che imponente, lo sguardo gentile e a tratti persino timido, il sorriso sincero. E a confermare l’intuizione, alla conversazione con Michele Fazioli (organizzata nell’aula magna dell’USI la sera del 9 maggio) l’autore si è prestato con generosità, ironia e vivacità di spirito.

Forse proprio per queste sue qualità, evidenti sin dagli iniziali scambi di battute, ci si potrebbe rammaricare un poco che l’intervista si sia concentrata quasi soltanto sul suo ultimo romanzo, La comparsa (per volontà dello stesso scrittore). Non che l’opera mancasse di suscitare spunti di riflessione, d’altro canto. Ad interpellare la curiosità dell’intervistatore è stata prima di tutto la scelta (inconsueta, per lo meno se si considerano gli altri lavori di Yehoshua) di una protagonista femminile, che lascia supporre una maggiore difficoltà di immedesimazione da parte dell’autore. La questione, per nulla infondata, ha quindi portato con sé, inevitabilmente, gli interrogativi stimolati dal (delicato) motivo conduttore del romanzo: il rifiuto della maternità.

Alla prima sollecitazione, l’ospite ha risposto rievocando un altro grandissimo della letteratura israeliana e mondiale, Isaac Singer, e il divertente aneddoto secondo il quale alla sua nascita dissero alla madre che non era venuto al mondo né un maschio né una femmina, ma uno scrittore. Come a suggerire, tra le righe, il miracolo difficilmente spiegabile che consente all’ispirazione letteraria di vivere innumerevoli vite e di penetrare l’intimo di individualità sempre diverse. Il tema della rinuncia alla maternità si è invece rivelato un problema raccolto con consapevolezza e lucidità intellettuale dall’autore. Yehoshua si è mostrato fortemente interpellato dalla scelta (condivisa dalla sua protagonista) di non essere madre, deciso a sondarne le ragioni al punto da non fare sconti nemmeno al proprio personaggio, manifestando infine più che un giudizio, uno stupore quasi ingenuo di fronte a una decisione che a suo dire si contrappone alle leggi di natura e al progresso della società umana. È emerso così nella discussione anche l’aspetto più cerebrale, più ricercato (e forse non il più riuscito) del libro, che con gusto psicanalitico dissemina nel racconto simboli, richiami, riferimenti più o meno scoperti alla maternità, tormentando e avvicendo la prima donna della storia con una prova di forza della psiche e del rimosso.

Le ambientazioni del romanzo, che si dispiega tra i quartieri sempre più neri della Gerusalemme ultraortodossa e la bianca, moderna Tel Aviv, hanno concesso infine qualche escursione al di fuori dei territori letterari, per gettare uno sguardo sulla realtà dell’Israele contemporaneo. Ne è derivato, da parte di Yehoshua, un lamento intenso e accorato per la Gerusalemme in cui è nato e cresciuto, per le strade che hanno dato i natali a lui, Amos Oz o David Grossman, oggi difficilmente riconoscibili. L’autore ha espresso con particolare decisione soprattutto il timore che l’affermarsi dell’ultraortodossia imponga una visione sempre più angusta e monocroma di Israele, inteso come popolo e come nazione. Con la conseguenza inevitabile di rendere ancora più impervio il cammino verso la pace e la pacifica convivenza nei territori dello Stato.

Al pubblico di Lugano, a suo dire ben abituato dalla quiete svizzera, Yehoshua ha dunque voluto lasciare, sul finire dell’incontro, la testimonianza di prima mano di un’esistenza interamente scandita da guerre o conflitti latenti, iniziata quando ancora non esisteva uno Stato d’Israele, maturata con la Seconda Guerra mondiale e la Guerra d’Indipendenza, fino ad approdare alle lacerazioni attuali. Con un guizzo da artista ha poi provato a suggerire, in un sussulto di ironia, che gli scrittori israeliani sono fortunati ad aver sempre sotto mano argomenti di tale gravità, nonché il modo di far morire facilmente e in fretta i propri eroi, senza dover ricorrere a banali incidenti automobilistici come accade ai colleghi italiani. Ma il suo sguardo è tornato subito serio, sprofondato nella contemplazione dell’abisso incolmabile che separa la triste realtà del conflitto dalla inesauribile capacità di immedesimazione nell’altro che è il privilegio della grande letteratura.

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