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Sesso, delitti e castighi a Brissago

08.05.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:02

"Gente di Brissago" è un romanzo storico, ambientato nel borgo e costellato di eventi tragici e luttuosi, sul quale incombe la figura di un san Carlo Borromeo stravolto dalla furia ideologica dell’autore.

Un ritratto di Carlo Borromeo. (Foto dal web)

di Claudio Mésoniat

 

Che dire di un romanzo che fa a pezzi, con livoroso sprezzo del dato storico, san Carlo Borromeo? Che in letteratura non si chiede l’esattezza filologica, ma quanto meno, se si maneggiano personaggi storici, un minimo di verosimiglianza. Per usare intrepidamente un topos psicanalitico, mi avventuro a dire che, se il san Carlo bistrattato (a tratti insozzato) in Gente di Brissago non è certo quello storico, potrebbe invece essere una specie di fantasma che impersona il super ego dell’autore, il brissaghese Arnaldo Alberti. Un super io però, quello dell’Alberti, che si è formato anche assorbendo in un preciso momento storico (non del tutto trascorso) una precisa etica. Quale? Diciamolo subito: un’etica cristiana, marcata da una pesante componente sessuofobica. Peggio, potremmo anche dire che si trattò, spesso, dell’intera proposta cristiana ridotta a morale, quindi a moralismo. Ridotta, certo, perché il cristianesimo non è nel suo nucleo essenziale una morale, e neanche una dottrina, bensì un avvenimento.

 

Risentimento

Nelle opere dell’Alberti (non solo in quest’ultima), come nelle pagine di altri, più noti scrittori ticinesi radicati nel ‘900 e segnati dalle due "rivoluzioni" innescate dal Sessantotto (quella "marxista" e quella "sessuale"), viene dunque a galla un risentimento verso l’educazione cristiana ricevuta o respirata nell’ambiente (so poco della biografia dell’autore). Risentimento che, se per un Plinio Martini o per un Giovanni Orelli potremmo definire "malcelato" e intrecciato a una insopprimibile nostalgia per la bellezza cristiana intravista, nel nostro Alberti diventa flagrante, ostentato, espresso a tratti con toni didattici, con fervore di militanza*.

Ma rallentiamo il passo.

 

Una serata interessante

E prendiamo spunto dalla serata di presentazione del romanzo tenutasi a Brissago l’8 aprile scorso. Non tanto per dovere di cronaca ma perché quella sera l’autore ha corso il rischio, con un certo coraggio, di un dialogo aperto. Ha invitato, alla presentazione del suo libro, uno storico, Marco Marcacci, un filosofo, Fabio Merlini, e un sacerdote, Gianfranco Feliciani (moderati dal collega Edy Bernasconi)**. Con tatto e rispetto per l’invenzione letteraria, lo storico ha operato sul romanzo qualche piccolo carotaggio relativo a luoghi e aneddoti di storia locale. Con esiti alterni. Ma appurare i rapporti percentuali tra finzione e realtà storica nel libro di Alberti non era certo il compito assegnato a Marcacci e neppure un aspetto di grande interesse. L’attesa verifica, se una doveva esserci, non poteva che riguardare la verisimiglianza della figura che incombe sull’intero romanzo, quella del Borromeo. A compierla, a sorpresa, lo scrittore ha invitato, come detto, un sacerdote. Quasi a chiederne a capo chino la presumibile, inevitabile correzione? Va pur detto che l’Alberti, prendendo la parola al termine della serata, ha riconosciuto a mezza bocca di aver dipinto un "suo" san Carlo, senza però negare una certa pretesa di corrispondenza storica.

 

Quel San Carlo deformato

E curiosamente ha inserito nel bel mezzo del suo libro, come un corpo estraneo, un paragrafo di poche righe estratto dal processo di canonizzazione del Borromeo, dove se ne descrive il coraggio e la carità nell’assistere i malati di peste durante un suo soggiorno a Brissago: un segnale al lettore (come dire: il mostro che ho messo in scena, inquisitore equivoco, assetato di potere e di denaro, crudele con i deboli e diplomatico con i potenti, è una mia invenzione letteraria)?

Don Feliciani, dunque. Un intervento pacato e cordiale, il suo. Certamente inteso a rimodellare il ritratto deformato di san Carlo offerto dall’Alberti. Compito facile e scontato, direte. Infatti, ma don Gianfranco non si è fermato qui. Ha rimesso, è vero, il Borromeo al centro delle reali coordinate storiche e biografiche, che ne documentano non solo la straordinaria testimonianza di carità durante la peste, ma anche la risolutezza nell’attuare la riforma di una Chiesa in grave decadenza*** e l’amore e la popolarità di cui san Carlo godeva presso "la gente minuta, proprio per la durezza" con cui sapeva "tenere in riga i sciuri", dai quali "era più stimato e temuto che amato". Tuttavia Feliciani non ha esitato neppure, e giustamente, a sottolineare "il moralismo rigorista del Borromeo", che "lo spingeva a moltiplicare i divieti", con riferimento all’ambito della sessualità.

 

Ma la sessuofobia c’era

Rilievo condiviso da buona parte della più seria storiografia sul santo (solo una sciocca apologetica può dimenticare che la santità cristiana non significa affatto assenza di sbaglio e di peccato). Naturalmente questo san Carlo ascetico e severo, con sé e con gli altri, ha poco o nulla a che vedere con la caricatura di un morboso vescovo in guerra contro "il piacere", "la gioia e l’amore" costruita dal nostro autore alla ricerca di un facile bersaglio. Ma il punto vero non è –come sempre si pensa– la manica stretta o larga di una morale cattolica. Il punto è la bellezza dell’umano toccato dalla fede cattolica. Ecco perché sono grato a don Gianfranco per aver soggiunto: «la morale sessuale del Borromeo non era propriamente quella di Ratzinger quando nella Deus caritas est opera una mirabile sintesi tra "eros" e "agape"». Una sintesi (di innamoramento, sessualità e amore gratuito) che in realtà anche nella Chiesa di san Carlo non poche famiglie e non pochi consacrati hanno vissuto e testimoniato, così come accade nella nostra epoca, contraddistinta prima da una sessuofobia purtroppo anche di stampo cattolico e ora da una sessuomania altrettanto patogena. Una sintesi che papa Francesco ha riproposto a tutti (quindi anche ad Arnaldo Alberti) nell’Amoris laetitia, uscita per caso proprio l’8 aprile.

 

Potere e amore, la grande lotta

Ma non voglio dimenticare il contributo portato quella sera da Fabio Merlini. Perché ci permette di toccare tangenzialmente anche l’altro totem sessantottesco cui accennavo all’inizio, quello politico-rivoluzionario. Merlini ha colto bene la battaglia che per Alberti (ma anche per chi scrive) configura drammaticamente la storia umana: quella tra potere e amore. Nella politica come nella vita sociale a tutti i suoi livelli, compreso quello famigliare e quello del rapporto uomo-donna. Le parole però sono da mettere a fuoco: se "potere" sta per "uso" strumentale dell’altro, "amore" non può essere ridotto alla pur sacrosanta componente erotico-sentimentale; se ne escluderebbe la dimensione della gratuità, sponsale o verginale che sia; e si rimuoverebbe la relazione, fondante, dell’amore uomo-Dio. Qui siamo sul ciglio di un abisso inaccessibile, dove tutto l’universo assiste con il fiato sospeso all’incontro/scontro tra due libertà infinite. Quella della creatura e quella del Creatore. Dove sono faccia a faccia, alla pari, Dio e la sua immagine, e questa può dire di sì o di no a Colui che l’ha tirata fuori dal nulla per puro amore. Questo è l’amore –reso possibile anche all’uomo da Cristo– che può vincere sul potere. Che ha già vinto.

 

Note

* La prima parte del romanzo Gente di Brissago, ad esempio, è intitolata "Carlo Borromeo" e in esergo esibisce la seguente dedica: "A tutti i preti cattolici che desiderano sposarsi".

** Tralascio, per motivi di spazio ma anche per la natura di questo articolo, volutamente limitato all’impianto concettuale del romanzo e alla Weltanschauung dell’autore, alcune osservazioni dei relatori sullo stile di Alberti in Gente di Brissago. Molto pertinente l’elogio (Merlini) della sua abilità di "montaggio" (in senso cinematografico) delle storie personali, intrecciate lungo i quattro secoli che la narrazione attraversa (1450-1650 la 1a parte, 1750-1790 la 2a, I gioielli della Vergine, 1900-1940 la 3a, Il Grande Albergo e la Fabbrica).

*** Per l’Alberti, uomini che liberamente avevano scelto di farsi preti impegnandosi, tra l’altro, a obbedire al proprio vescovo e a praticare la castità, mentre poi vivevano ostentatamente da signorotti di villaggio con amante e figli al seguito, sarebbero stati le vittime di un vescovo che cercava di riportarli alle proprie scelte e responsabilità. Il Borromeo avrebbe imposto "l’inutile sacrificio della gioia e dell’amore". Qui, caro Arnaldo, il vero sacrificio è un altro, imposto da te: quello della logica.

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