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Shakespeare, la memoria passa anche dalla Svizzera

23.04.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 14:02

Quattrocento anni fa moriva il Bardo, assoluto protagonista della nostra memoria letteraria e teatrale. Ma forse pochi sanno che un contadino svizzero autodidatta produsse uno dei primi commenti in lingua tedesca della sua opera.

di Silvia Villa

 

Il 23 Aprile 1616, quattrocento anni fa, William Shakespeare moriva a Stratford-Upon-Avon. Il grande numero di iniziative che celebrano questo anniversario mostrano che la presenza di Shakespeare nel tessuto culturale e nell’immaginazione collettiva globale non dà segno di cedimento ma, al contrario, si dimostra una fonte vitale di energia creativa e di condivisione. 

Shakespeare ci possiede, e noi possediamo lui o, come sostiene Harold Bloom, Shakespeare ci ha inventati dandoci un linguaggio per articolare noi stessi attraverso schiere di personaggi che si prestano a diventare matrici di un’umanità complessa, eroica, viziata, innamorata. Shakespeare non ha soltanto arricchito il vocabolario britannico con tremila nuove parole: ha arricchito l’esperienza umana confrontando il suo pubblico e i suoi lettori con la parte più evoluta e trasparente di se stessi, 400 anni prima di Freud. 

Per questo motivo, riflettere sul modo in cui ricordiamo Shakespeare nell’anniversario della sua morte ci dice molto di più su noi stessi che su di lui. Ancora una volta, è Shakespeare stesso a porci davanti uno specchio che ci aiuti a comprendere meglio noi stessi e la nostra società. Non è dunque una sorpresa che la parola chiave che definisce queste celebrazioni sia pluralità.

Shakespeare Lives, vive. Così il British Council ha intitolato la più importante iniziativa per celebrare l’anniversario della morte del Bardo di Stratford. Le diverse iniziative, che coinvolgono numerosi Paesi, includono Globe to Globe Hamlet, un tour dell’Amleto di dimensioni pantagrueliche iniziato nel 2014 in corrispondenza del 450° anniversario della nascita di Shakespeare. Finora ha toccato 170 paesi, e lo scorso marzo è approdato anche a Ginevra. Internet festeggia a modo suo con l’introduzione dell’hashtag #Shakespeare400, che andrà ad unire i bardolatri di tutto il mondo sui social media.  Anche le pubblicazioni su, e ispirate da, Shakespeare sono in crescita. Il Wall Street Journal ha contato che il solo mese di aprile vedrà la pubblicazione di più di 40 titoli, che andranno ad aggiungersi ai 182.000 già esistenti in più di 150 paesi. 

Alle nostre latitudini, una pubblicazione in particolare traspone in lingua italiana un classico della bibliografia shakespeariana a cura della casa editrice milanese O Barra O. Si tratta di Trenta Grandi Miti su Shakespeare, delle oxfordiane Laurie Maguire e Emma Smith. Uscito nel Regno Unito nel 2012 e velocemente impostosi come una lettura obbligata per appassionati e ricercatori, questo volume è arrivato da poco in Italia grazie alla bella traduzione di Piero Ferrari e risponde ad alcuni dei più famosi dilemmi che circondano la figura di William Shakespeare. Uno su tutti, il mistero legato alla sua identità. 

Un mistero ben radicato nella storia della ricezione shakespeariana, con cui si sono confrontati molti autori, tra i quali Mark Twain, che famosamente espresse le sue perplessità in un piccolo e divertentissimo libretto datato 1909 e intitolato Is Shakespeare Dead? (Shakespeare è morto?). Sono tantissime le identità che, di volta in volta, sono state affibbiate al figlio del guantaio di Stratford. Shakespeare è stato identificato con Kit Marlowe, Francis Bacon, perfino con la Regina Elisabetta. Il film Anonymous (2011), del regista tedesco Roland Emmerich, esplora la possibilità che Shakespeare sia in realtà stato Edward de Vere (diciassettesimo conte di Oxford). Una delle più recenti biografie, l’eccellente Shakespeare. Una Biografia (2015) di Peter Ackroyd – un’autorità nel campo delle biografie letterarie – pur prendendo in considerazione una vasta raccolta di informazioni sulla società elisabettiana e sul lavoro di Shakespeare in questo contesto, accetta William Shakespeare come una delle figure letterarie la cui vita è tra le meno ricostruibili a causa delle poche e frammentarie informazioni oggettive disponibili. Questa mancanza di certezze lascia quindi spazio a speculazioni, forse sintomatiche di quel bisogno di associare parola e volto la cui pressione non sembra voler scemare nonostante le rivoluzioni barthesiane del secolo scorso, come dimostra anche il più contemporaneo e meno esteso dibattito sull’identità della misteriosissima Elena Ferrante. Quello che è certo, è che il posto di Shakespeare nel mondo rimane, in modo indiscusso, quello di una celebrità letteraria, ambasciatore di un linguaggio poetico e teatrale transnazionale e figlio di quell’entusiasmo sette e ottocentesco che fece del Bardo l’incarnazione del genio creativo stesso, la stessa che George Bernard Shaw definì polemicamente bardolatria. 

 Nella Prefazione alla sua celebre edizione delle opere di Shakespeare (1765), Samuel Johnson sosteneva: «Shakespeare non ha eroi, le sue scene sono occupate solo da uomini, che agiscono e parlano in un modo tale da indurre il lettore a pensare che, nelle stesse circostanze, avrebbe lui stesso dovuto parlare e agire allo stesso modo… Shakespeare avvicina ciò che è lontano, rende il fantastico familiare… Questa perciò è la grande qualità di Shakespeare, che il suo dramma è lo specchio della vita». Un simile atteggiamento nei confronti di Shakespeare, questa identificazione della sua scrittura con una mappatura del cuore umano, diventerà nel tempo uno dei punti di maggiore forza dell’approccio universale al suo lavoro. Shakespeare parla a tutti, per tutti, indipendentemente dalle loro origini, dalla loro cultura, dal loro status sociale. 

Un esempio straordinario di questo atteggiamento nei confronti di Shakespeare viene proprio da casa nostra sottoforma di un piccolo e preziosissimo documento ad opera di un contadino autodidatta di Toggenburg, Ulrich Bräker. Il suo Etwas über William Shakespeares Schauspiele, von einem armen, ungelehrten Weltbürger, der das Glück genoß, ihn zu lesen (Alcune riflessioni sulle opere di William Shakespeare da parte di un cittadino del mondo senza istruzione che ebbe la fortuna di leggerle, di cui tristemente manca una traduzione in lingua italiana, ndr) fu pubblicato nel 1780. Sebbene Shakespeare e la Svizzera non intrattengano un rapporto diretto, nessuna opera è stata ambientata qui, per esempio, l’eredità Shakespeariana e la fascinazione con il lavoro del Bardo sono profondamente radicate nella tradizione artistica del paese.

Come osserva Lukas Erne, Professore Ordinario di Letteratura Inglese all’Università di Ginevra, è proprio in Svizzera che la ricezione in lingua tedesca di Shakespeare prese piede nella seconda metà del 1700, grazie anche all’intellettuale zurighese Johann Jakob Bodmer e al suo circolo. In parallelo a questi studiosi altolocati, Bräker legge e commenta Shakespeare con l’entusiasmo del neofita e la semplicità di un lettore non contaminato da verbosi intellettualismi. Si rivolge a Shakespeare in prima persona chiamandolo “Caro William”, “Grande Uomo”; gli parla, lo interroga sulle sue scelte, lo sfida un poco. Sebbene i suoi commenti non contribuiscano in modo illuminante ad approfondire la critica letteraria contemporanea, la spontaneità delle sue annotazioni ci regala una testimonianza privilegiata della capacità di Shakespeare di generare grandi passioni nei propri lettori. È dunque forse nell’incontro tra il Bardo di Stratford e il contadino di Toggenburg che la ricorrenza odierna trova il suo massimo emblema: nella celebrazione affascinata della magia della Tempesta, della paura di Desdemona, dell’ansia di Amleto. Davanti alla vastità dei mondi shakesperiani, lo stupore di Ulrich Bräker vive in tutti noi, suoi personaggi meglio riusciti.

 

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