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Un entusiasta che crea personaggi angosciati

02.08.2015 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:03

Pierre Lepori sul suo nuovo romanzo e altre iniziative. L’autore ha molti progetti tra cui il salto teatrale dalla platea al palco, per cui allestirà l’adattamento di “Grisù”.

di Manuela Camponovo

 

Iniziamo dal nuovo romanzo ”Come cani”: un protagonista con madre pazza, padre gelido e geniale, un fratello morto, l’amico del cuore che si è impiccato sullo sfondo della guerra dei Balcani, una sorella agonizzante, un ragazzo affetto da Sindrome di Asperger, una morte violenta prima della fine... tutto questo in un centinaio di pagine, non è un po’ troppo?

Che io abbia un temperamento melodrammatico non è un mistero; ivi compreso nella contraddizione tra la violenza concisa della scrittura e la mia personalità prolissa. Sono un ottimista sempre pronto a nuove battaglie, un entusiasta rompiscatole. Al contrario, i miei personaggi sono insabbiati in sensi di colpa, rimpianti e atti mancati. Probabilmente sono un angolo cieco della mia vita interiore, rappresentano il terrore che ci accomuna tutti: siamo fondamentalmente soli e intorno abbiamo un mondo di rovine, perché negarlo?

Thomas, in Come cani, si trova al capolinea di una vita ricca ma tragica, in cui s’incrociano le sconfitte personali e quelle della storia – rappresentata dalla figura luminosa dell’amico suicida, ispirato al militante ecologista sud-tirolese Alexander Langer (1946-95). Perché questo pessimismo? Cerco di non pormi la domanda. Non ho piani prestabiliti, storie da raccontare, non credo di essere un narratore realista (nonostante il melodramma); mi accontento di studiare l’intimità di uomini e donne fuori norma, lacerati, a volte ridicoli; li accompagno sulla pagina, con una grande attenzione alle atmosfere e ai corpi, perché non risultino semplici ombre. Quest’ultimo romanzo deve molto ad alcune letture: Yôko Ogawa, Marie NDiaye e l’ombra lunga di Kafka da cui è tratto il titolo. Il resto lo fanno loro, i personaggi.

 

Anche per questo romanzo è stata pubblicata una doppia versione: in italiano e francese; qual è la lingua di scrittura e quale quella di (auto)traduzione?

La prima versione è in italiano, la lingua più spontanea, anche se sto perdendola come una pelle di serpente. L’autotraduzione è faticosa, ma corrisponde a una ricerca sulle radici, sui legami, in senso totalmente anti-essenzialista (vale a dire che cerco d’inventare modelli identitari fluidi).

Questa pratica bilingue è comunque dovuta alle circostanze: la vita a Losanna, il compagnonnage con l’editore Jean Richard, l’amicizia col filosofo Arno Renken: di qui nasce la volontà di restare a cavallo tra due idiomi, di lavorare sulle incertezze identitarie, le zone a margine, i balbettamenti. Nel Crepuscolo degli idoli, Nietzsche dice «temo che non la faremo mai finita con Dio, se continuiamo a credere nella grammatica»... non parla del Dio cristiano, ma dell’illusione dell’Origine monolitica, della Legge. Credo che lo scrittore abbia il dovere di mettere sottosopra il linguaggio e la vita. Si tratta di un gesto letterario e politico: il dubbio sulla dicibilità del reale, la coscienza della costruzione culturale del nostro sguardo, ci consentono di liberarci dai vecchi modelli, dagli obblighi che rendono doloroso il cammino dell’uomo. Che intralciano la libertà di amare.

 

 

Centrali sono i rimandi fotografici: una fotografia in copertina (di Duane Michals), il protagonista fotografo; ci sono diverse citazione al riguardo; che rapporto hai con la fotografia e questo interesse quanto influenza la tua scrittura narrativa?

C’è sempre un elemento colto e visivo, in questi romanzi. Il cinema in Grisù, la danza e il teatro in Sessualità; progatonista di Come cani è un fotografo e in un romanzo futuro (Le città viste dell’alto) sarà una musicista. È un procedimento un po’ snob, ma non posso fingere di non essere quel che sono: un intellettuale che brucia di vera passione per l’arte e la cultura. Sulla “Tribune de Genève”, Lionel Chiuch ha scritto a buon titolo: «I personaggi sono impastati di cultura, che non è mai però un rimedio, quanto piuttosto un prolungamento dei loro dubbi e delle loro lacerazioni».

 

Mi puoi anticipare qualcosa degli altri libri in preparazione?

Il primo, Silk, è un falso-racconto per bambini, scritto in un francese scombiccherato, con le illustrazioni del collettivo Indigène (Andréanne Oberson e Jean-Marie Reynier), uscirà a Ginevra per le edizioni Notari. Ho poi finito un nuovo romanzo (Effetto notte) e un libro di poesia, che uscirà in edizione bilingue in collaborazione con Mathilde Vischer. Difficile parlarne con più chiarezza, è un cantiere caotico in cui i testi nascono come funghi velenosi. Non pianifico la scrittura, lascio maturare le cose; e le pubblicazioni si fanno, il più delle volte, grazie a incontri, passioni comuni, dialoghi. Per Come cani è stato determinante il rapporto con Anna Ruchat, scrittrice eccezionale che ha curato l’editing, e con l’editore-fotografo Giovanni Giovannetti. Devo ammettere di avere fortuna.

 

 

Dopo anni di critica e saggistica teatrale, hai deciso di fare il grande passo e di porti dall’altra parte del palcoscenico: hai fondato una compagnia teatrale e da settembre seguirai una scuola di regia. Tra l’altro il tuo primo spettacolo (a fine marzo) sarà l’adattamento del tuo primo romanzo (”Grisù”). Perché questo cambiamento di rotta?

 

Adoro il giornalismo, il mestiere di critico teatrale in particolare. Sono stato corrispondente per diciotto anni a Rete2 e ho fondato e diretto due riviste. Però col tempo mi sono accorto che – nonostante fosse così strabordante – l’attività creativa restava relegata in un angolo; fare teatro, che è pur sempre la mia passione profonda, è un modo per rimettere al centro le cose che contano, per darsi tempo. Ho una grande fortuna: a Losanna esiste una scuola universitaria prestigiosa (la Manufacture) che offre un master di regia su tre semestri. Penso che mi darà nuovi strumenti e idee, e mi permetterà incontri importanti. La compagnia di teatro (www.tt3.ch) è nata, come al solito, perché sono impaziente, non mi andava di aspettare e ho trovato collaboratori entusiasti per cominciare. Mi ci butto con una certa incoscienza, ma anche per non addormentarmi sugli “allori” di quel che so già fare.

 

 

Pierre Lepori, ”Come cani”, Effigie edizioni, Milano, 2015.

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