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Utopia e marketing sul Monte, ma c’è anche Dante

24.04.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 14:02

Sotto un cumulo di titoli -Primavera locarnese, Eventi letterari Monte Verità, Utopia e Amore- è andato in scena settimana scorsa il festival letterario giunto alla sua quarta edizione.

(Foto Keystone)

di Claudio Mésoniat

 

Tre incontri, in tre giornate diverse. È il piccolo “campione” di Eventi letterari “testato” da chi scrive. Tre punti fanno una linea, è vero, ma quell’altra dozzina di eventi qui ignorati per forza maggiore potrebbe alterare il grafico tracciato, con punte e avvalli che forse disegnerebbero un bilancio più sfumato e differenziato. E però un giudizio chiaro su un paio di questioni lo vogliamo esprimere d’acchito. La prima: se questa manifestazione vuol continuare a ostentare titoli altisonanti nello stile di Utopia e… – quest’anno Utopia e amore, nientemeno -, dovrebbe forse smettere di affidarsi principalmente al marketing librario. Non che l’interesse di editori e autori al lancio dei rispettivi libri freschi di stampa sia cosa sconveniente in sé, ma esso stride in questo caso con la pretesa roboante dei temi in cartellone e soprattutto con una loro trattazione non casuale ma meditata, equilibrata e pluralista, com’è d’obbligo là dove scorre anche parecchio denaro pubblico.

 

Tanto più che Marco Solari – gli Eventi letterari sono collaterali al Festival del cinema - non retrocederà mai dall’idea di esibire nel titolo quell’imbarazzante “utopia”, ereditata allegramente dal Monte Verità (sede logistica, in quanto tale legittima e amena, di parte degli Eventi) e dalle tragedie che hanno funestato il XX secolo.
La seconda: applauso a Solari – sempre lui… che ci possiamo fare - per aver portato agli Eventi letterari Paolo Di Stefano. Un critico letterario di valore (già patron della cultura al “Corriere della Sera”), per giunta nato e cresciuto in Ticino, che si esprime in italiano: miracolo ad Ascona! Il suo peso nelle scelte degli ospiti – in collaborazione con Joachim Sartorius - e nella loro presentazione, quest’anno si è fatto sentire, e in bene (secondo noi).

 

Un nostalgico amore per i Lumi

Ma veniamo ai tre incontri. Ad aprire ufficialmente le quattro giornate (dal 14 al 17 aprile) c’era Ian McEwan, di cui sta per entrare sul mercato editoriale l’ultimo libro (Nutshell: McEwan ne ha letto una pagina giovedì sera in anteprima). Lo scrittore inglese vende i suoi romanzi a centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo. Madre Natura l’ha dotato di un talento artistico poderoso. Di lui, su questo giornale, Michele Fazioli ha scritto di recente che «è nato dalla parte giusta della barricata della vita: intelligente, colto, ha scritto i romanzi giusti negli anni giusti», rivelando «il suo enorme talento immaginoso e stilistico, il suo senso straordinario del ritmo narrativo e una geniale predisposizione per le atmosfere».

 

È un romanziere, aggiungiamo noi, fortemente filosofeggiante. E la sua filosofia, baluginata anche nella breve conversazione avuta con Vanni Bianconi nell’ambito degli Eventi, è segnata da un deciso e dichiarato ateismo razionalista e scientista. È innegabile, nel suo caso, che le idee strutturino la sua narrativa. Una delle bestie nere di McEwan sono i millenarismi, ovvero le credenze in una fine del mondo violenta e rigeneratrice di cui il libro biblico dell’Apocalisse, se preso alla lettera, sarebbe la grande matrice. Egli è giustamente preoccupato dai disastri incombenti sul pianeta se certi profetismi, a suo giudizio connaturati alle tre grandi religioni monoteiste, dovessero dilagare ulteriormente.

 

Nel 2007 McEwan ha interrotto la produzione romanzesca per pubblicare un piccolo saggio (da una conferenza) che esplicita questo suo angosciato grido di allarme (ironia british fatta salva). Il suo programma ha un sapore nostalgicamente illuminista: «La cultura laica e scientifica –scrive in Blues della fine del mondo - non è stata in grado di sostituire né di sfidare questi sistemi di pensiero ultraterreno (…). Il metodo scientifico, lo scetticismo, la razionalità in senso lato, devono ancora trovare un’epopea di sufficiente impatto, semplicità e fascino per competere con le antiche storie che danno senso alla vita della gente» (sembra quasi di risentire la prosa del nostro Milesbo…).

Nel mirino dello scrittore inglese c’è soprattutto il protestantesimo nordamericano. Non stiamo divagando. Ad esempio: il nodo etico e religioso attorno al quale ruota il suo ultimo romanzo tradotto in italiano (La ballata di Adam Henri, di cui l’autore ha pure letto qualche pagina ad Ascona) è la questione del rifiuto delle trasfusioni di sangue da parte dei Testimoni di Geova. E l’amore? Beh, ci ha pensato un gigionesco Joachim Sartorius a introdurlo nella sua breve prolusione agli Eventi (in tedesco), quando ha ricordato che uno dei fondatori di Monte Verità, il barone von der Heidt, praticava alla luce del sole un simpatico triangolo amoroso con il consenso della moglie. Tema, peraltro, non del tutto impertinente –ma a rovescio - rispetto al romanzo citato di McEwan.

 

 

Diana a caccia delle odiate evidenze

Venerdì 15 aprile, è stata la volta di Michela Murgia, su cui purtroppo non siamo documentati, non avendo mai avuto tra le mani uno dei suoi libri. Ma l’incontro con lei, al Monte Verità, è stato molto interessante. Le domande di Paolo Di Stefano, concise, calzanti e persino a tratti incalzanti, hanno permesso alla scrittrice sarda di esplicitare un poco la sua poetica e la sue idee. Se McEwan attende che il metodo scientifico inventi una bella favola che possa sostituire le escatologie ultraterrene (le «antiche storie che danno senso alla vita della gente»), la Murgia nuota invece come un pesce negli oceani del postmoderno.

 

Laureata in teologia, già catechista nelle scuole prima di dedicarsi alla scrittura e vincere un Campiello con Accabadora (dove si intrecciano i temi dell’eutanasia e dell’adozione), Michela Murgia ha soprattutto dialogato con Di Stefano sul suo ultimo libro, Chirù (in promozione), dove almeno il tema dell’amore, se non quello dell’utopia, un suo posto sembra averlo (protagonisti un’attrice e un ragazzo, cui la donna fa da maestra di vita, un po’ madre e un po’ compagna). Una donna appassionata, vitale, la Murgia che abbiamo sentito a Monte Verità, aperta con entusiasmo a tutto il reale, fino alla politica, al punto di candidarsi a governare la sua isola, in chiave indipendentista.

 

Quello che più ci ha colpito, nella conversazione, è il suo impegno focoso nel decostruire quel che resta delle ultime “evidenze” antropologiche travolte dal naufragio della cultura europea. Affermazioni captate (non nuovissime): la famiglia tradizionale è «uno spazio patogeno»; la “genitorialità” biologica è di norma «fonte di manipolazione»; di mamme è opportuno che non ce ne sia una sola ma «una ad ogni angolo di strada». Sentenze che contengono tracce di verità, ovviamente, da scoprire forse nei libri della Murgia. Ma la perentoria sicurezza con cui l’autrice le pronunciava, dando persino sulla voce al cortese presentatore, lasciava pochi spazi all’interpretazione, per non dire, come si suole laicamente, al dubbio. Si è poi appreso che la scrittrice ha tenuto il consueto Cenacolo degli Eventi cui vengono invitati, di anno in anno, alcuni giovani scrittori locali. Combattendo – e ci immaginiamo con che foga - i luoghi comuni del “genio ribelle” e dello spontaneismo come divisa dell’artista. Tutto il contrario: ci vuole disciplina, ci vuole – ha metaforizzato la Murgia- una «caserma interiore»

 

Il filologo racconta Dante innamorato… della gloria

Ma usciamo a… rimirar le stelle e prendiamo un bel respiro. Siamo giunti al nostro sollucchero, al piacere di sentir parlare di Dante (chi scrive ha una certa consuetudine di studi e una devozione particolare per il sommo poeta). Agli Eventi letterari di Ascona? Ebbene sì. Che ci sia lo zampino di Marco Solari (altro devoto di Dante e collezionista certosino di Commenti alla Commedia)? Può darsi, e anche questo vada a sua lode. Fatto sta che Di Stefano ha convocato sotto il tendone degli Eventi, sul lungolago di Ascona, un bravissimo filologo, tra i maggiori studiosi italiani di Dante e di Petrarca (dei quali ha curato anche edizioni commentate per i Meridiani, giustamente lodate). Studioso, divulgatore e, a cascata, narratore.

 

Di Marco Santagata è fresco di stampa un romanzo sulla vita di Dante, Come donna innamorata, al centro della serata asconese. Lettolo, nel frattempo, anzi bevutolo in poche ore. Che dire? Non vogliamo rovinarvi la lettura, ma state certi che il filologo ha fornito al narratore (dalla scrittura pulita e posata) materiale storico-biografico di prim’ordine: non sarete vittime di alcuno… spontaneismo, non dovrete temere che l’autore vi stia depistando slealmente dalla vita di Dante alla propria autobiografia. Non che manchi l’invenzione, ma è sempre ben poggiata sul dato storico.

 

Santagata si immerge in due rapporti fondamentali nella vita di Dante, quello con Bice Portinari (Beatrice) e quello con Guido Cavalcanti. Ne emerge un Dante in perenne competizione col collega, sebbene conscio della propria superiorità. Un Dante ambiziosissimo, teso alla ricerca della gloria letteraria (a riscatto della propria condizione economica e sociale). Tratti indiscutibili, anche se forse un po’ esagerati dal Santagata (siamo sul legittimo versante dell’invenzione). Più difficile, per lui, entrare nel capitale rapporto con Beatrice. Le pagine sui loro radi e fuggevoli incontri sono fresche e commoventi. Ma poi si tratta di scoprire come dal bozzolo di Bice esca la farfalla divina di Beatrice. L’impresa è ardua, apparentemente. Santagata ci prova, accompagna Dante, in punta di piedi, fin sulla soglia della Divina Commedia. Ma si tratta di un Dante un po’ meschino, che escogita mimetismi letterari per avvicinarsi ai testi sacri e si ingegna di mettere a frutto nel modo più redditizio la “sfortunata” relazione con Beatrice. Santagata si ferma davanti alle dimensioni esistenziali e teologiche della fede del poeta. Noi, a buon conto, ci teniamo stretti i tesori che ci ha regalato in oltre quarant’anni di infaticabile e splendido lavoro filologico.

 

 

 

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