Home > Cultura > Mostre

Il GdP e van Gogh

10.10.2016 - aggiornato: 10.10.2016 - 20:02

Fra le manifestazioni per il 90esimo del GdP, all'ex Macello di Lugano la mostra “Luoghi vangoghiani e altri omaggi” del pittore locarnese Dario Bianchi. 

 

Dario Bianchi, Omaggio a Adelaide Borsa (2012), olio su tela, 60x80 cm

 

Dario Bianchi, Omaggio a Marlène Dumas (2005) olio su tela 70x60 cm (con autoritratto dell’autore).

 

Dario Bianchi, Hommage à la Peinture française (Gauguin) (2006), olio su tela, 80x60 cm
 

di Maria Will

 

A Lugano, voluta dal Giornale del Popolo in occasione dei festeggiamenti per il novantesimo, la mostra di Dario Bianchi che ci parla dei suoi grandi “amici". 

 

Fra pochi giorni verrà inaugurata una tua mostra personale che si profila di un’importanza speciale all’interno del tuo percorso espositivo: posta sotto un titolo articolato e preciso, suona come una dichiarazione di poetica e mi pare che abbia la forza di incidere un segno sensibile nel discorso artistico attuale. Questi tuoi “Omaggi”, cioè, mi sembrano avere un significato di indicatori di punti fermi della nostra cultura. Come è nata questa tematica all’interno del tuo lavoro?

Effettivamente questa mostra, rispetto alle poche altre che ho avuto modo di realizzare, si presenta appunto come una mostra a tema. Per la precisione, sono due i temi, gli “Omaggi” da un lato e poi, tema vicino e affine, i “Luoghi vangoghiani”. Alcune di queste opere, anzi molte di esse, le ho già eseguite un decennio orsono. Sono opere che ho lasciato in atelier e però si completano – almeno gli “Omaggi” intendo – con altre opere più recenti; penso soprattutto ai quadri dedicati a Giacometti. Si tratta di lavori che vogliono dichiarare la mia relazione necessaria con una “geografia” culturale definita da un insieme di artisti – ma non solo pittori, anche scrittori e musicisti – con la cui opera mi sono confrontato a livello di lettura, di ascolto. Cioè con questi “Omaggi” rievoco figure di riferimento importanti per ribadire proprio il fatto che il pittore, l’artista, si nutre sempre anche di saperi che gli vengono da altri. Secondo me, l’agire artistico – che resta un agire comunque molto personale, individuale – è nondimeno sempre legato in modo imprescindibile a quello che è una paternità di tipo culturale. 

 

Quindi una specie di dialogo a distanza con l’autore con il quale ti confronti. Perché insomma l’arte si costruisce sull’arte. Sei d’accordo?

Sì è una teoria che sicuramente ha ancora un valore nella nostra contemporaneità. Ma l’arte non nasce solo dall’arte evidentemente. Nasce, per quel che mi riguarda, con il contatto che ho con le cose, con il motivo che mi ispira, con cui mi confronto. Ma qui devo subito fare una precisazione importante: è necessario sfatare l’eccessivo peso che si tende forse ancora a dare, quando si parla d’arte, a termini come creatività, fantasia o immaginazione. Tutti termini straordinari in sé – anche se un po’ sviliti, per dirla tutta – ma che non funzionano così a comando: vanno invece preparati, utilizzando un bagaglio di conoscenze che l’arte stessa ha forgiato in secoli di processi immaginativi e che valgono per noi come dei modelli di riferimento. Occorre capire l’importanza di questo retroterra per poter trovare poi, attraverso il proprio gesto e la propria libertà, una propria identità così da dar forma a qualcosa di autentico. Quel che penso è che comunque tutte la grandi rivoluzioni che contano nell’arte sono sempre il risultato di una riflessione sul passato.  

 

Prima tu hai accennato a cosa si aspetta il mondo contemporaneo dall’artista e cosa si aspetta il mercato dell’arte dall’artista. Per contrasto allora potremmo introdurre un’altra riflessione: cosa significhi fare arte in una zona forse un po’ discosta da queste correnti maggioritarie, o che sembrano tali, queste correnti che fanno rumore. Qual è la condizione di chi opera in territori di provincia o meglio di periferia, una condizione che poi è toccata a molti che sono stati riconosciuti tra i maggiori protagonisti dell’arte e della storia dell’arte mondiale. 

Sì, questa condizione di essere ai margini di quello che capita nel bailamme della mondanità culturale. Evidentemente per il mio essere artista marca una condizione di partenza, determina una posizione di outsider rispetto a quello che succede. Anche se poi una tensione verso ciò che succede c’è sempre. Il mio essere figurativo ad oltranza potrebbe anche apparire sfasato, privo di conferma rispetto a quello che succede oggi. Potrebbe. Però è una questione anche un po’ di presa di coscienza del fatto che nell’essere così mi ritaglio uno spazio che evidentemente è uno spazio più intimo. Il voler essere per forza dentro il vortice della contemporaneità non appartiene al mio carattere. 

 

Tra i tuoi “Omaggi” il ciclo dedicato a van Gogh, poi specificato come “Luoghi vangoghiani”, si impone per ampiezza: sono ben ventuno tele, tutte realizzate verso il 2008, che hai intitolato al pittore olandese. Perché questa predilezione?  

Ma van Gogh è un autore che già dai tempi della mia formazione, quando frequentavo la Magistrale per diventare docente, mi è sempre stato molto caro. Un autore in cui trovavo risposte. La mia linea di ricerca si è sviluppata proprio a partire da questa esperienza vangoghiana che mi ha portato ad abbracciare, a riconoscere una poetica centrata sul rapporto stretto con le cose, con la realtà. In van Gogh questo rapporto con la realtà si trasforma quasi in ossessione, se pensiamo agli ultimi mesi frenetici in cui egli si misura con quanto gli sta attorno dipingendo come un forsennato, proiettando sulle cose tutte le istanze emotive, la sua frenesia, insomma tutta la sua interiorità. Investiva il vero della propria personalità, però nel rispetto del vero, perché van Gogh aveva un rispetto straordinario del vero, non prevaricava. Dipingeva, stravolgeva, deformava eccetera, però nel rispetto totale di ciò che gli stava davanti. Questo fatto mi ha sempre colpito e in definitiva ha tracciato le coordinate più durature della mia pittura. Poi nel frattempo altri modelli sono entrati in linea di conto –chiaro- però la radicalità della sua visione mi ha sempre commosso. E questa poetica delle cose è la poetica che io, in modo evidentemente tutto diverso da van Gogh – ci mancherebbe altro – cerco di perseguire. I miei non sono però dei d’après, sono rivisitazioni libere di luoghi in cui van Gogh ha posto a volte il cavalletto per dipingerli. E quei luoghi ho provato a restituirli nella loro neutralità… poi non è mica vero, perché nell’atto di restituire secondo un’apparente oggettività io ho messo del mio, rifacendomi anche a fotografie ricavate da una vecchia monografia su van Gogh. Però al di là di tutto, che conta è l’importanza del rapporto con le cose. Perché nelle cose ci ritroviamo. Le cose sono anche misura della nostra persona, le cose, il paesaggio, la natura… E devo dire che mi sento bene nel rapporto con le cose, non sento la necessità di astrarmi dalle cose! Anche se la pittura è poi sempre in qualche modo un processo di astrazione dalle cose. 

Hai detto che van Gogh ti commuove per quel suo rapporto rispettoso con le cose. Proprio questo io ritrovo nei tuoi dipinti, ed è ciò che nella tua pittura giustamente più mi commuove.  Questa tua fedeltà al visibile, se posso chiamarla così, che oggi come oggi si potrebbe pensare sia superflua o sorpassata, rimane invece proprio ancora una questione di grande fascino, non solo: una questione che resta quasi irrisolvibile. Ed è veramente qualcosa che ci riguarda tutti, riguarda l’essenza stessa dell’esistenza, il rapporto fra noi e le cose, è il rapporto fondamentale insomma della vita. Ma proprio tornando al tema della mostra, mi pare che ciò che hanno in comune i personaggi che tu omaggi con i tuoi quadri, sia il fatto di mettere al centro della propria opera o comunque di legare la propria opera alla propria vita. E mi pare anche che tutta la tua pittura, da sempre, si risolva appunto in questo senso molto forte di vita.

Sì questo che dici è proprio un punto centrale. Prima di tutto sul fatto di recuperare come necessità il rapporto stretto con le cose. Soprattutto in un mondo dove le cose perdono di senso, dove viene a mancare il loro valore anche molto simbolico, affettivo. Tra i diversi miei “Omaggi”, prendiamo quello ad una pittrice che amo molto, Adelaide Borsa, una pittrice che ha sempre lavorato a cospetto del vero. E se noi guardiamo come si atteggia quando dipinge, la postura medesima di questa esile figura circondata dalla natura, quel voler cercare nel rapporto stretto con la natura la propria identità, ecco, io quando vedo questa poesia pittorica che si nutre della natura mi sento a casa.

Mi piace anche un’altra fedeltà che c’è nella tua pittura, oltre alla fedeltà al visibile, quella ai generi della pittura. I tuoi quadri sono nature morte, sono paesaggi, interni, interni sempre in rapporto con l’esterno, che sono temi visti e rivisitati, pensiamo solo ad un artista come Bonnard che ti sta molto a cuore. E c’è anche il genere dell’autoritratto.

In mostra ce ne saranno un paio, l’Omaggio a Vivian Maier e l’Omaggio a Marlène Dumas. Nel primo mi sono ritratto mentre fotografo il particolare di un quadro in cui si riflette l’immagine di mia mamma e poi di una finestra, di altri particolari della stanza, eccetera.

 

E sbagliato dire, pensando ai tuoi “Omaggi” che questo andare suoi luoghi vangoghiani e altro ha anche qualche cosa di religioso, di simile ad un pellegrinaggio?

No, non è sbagliato, c’è effettivamente un sentimento diciamo di “sacro”. Si può dire.

 

Benché il colore sia uno dei tuoi punti forti, qui hai voluto proporre diversi esempi di quadri quasi in bianco e nero, monocromi.

Ho lavorato prendendo a soggetto fotografie in bianco e nero, caratterizzate dalla presenza dei registri chiaroscurali, dei grigi. Mi piace questa sinfonia di grigi, colore essi stessi. E poi sono anche molto vicini al disegno, che pratico sistematicamente prima di qualsiasi realizzazione pittorica. Quando vado sulla tela, la composizione è già tutta preparata nel disegno. 

 

E quanto alle scritte, alle iscrizioni che inserisci nei tuoi dipinti?

Certe volte servono per dichiarare l’atto, il gesto magari attraverso un pensiero, ad esempio nell’omaggio a Cechov una delle frasi finali del Giardino dei ciliegi, quindi un pensiero che mi sento di condividere. Oppure c’è anche il semplice piacere della scrittura; oppure c’è la scritta dentro il soggetto stesso, ad esempio il sacchetto di una mostra alla Gianadda, che ho preso in quanto elemento compositivo che mi interessava perché curvo. In fondo come dicevano a suo tempo i teorici della Gestalt il quadro si basa sulle linee di forza e l’espressività è tutto un problema di dinamica interna. 

 

Una provocazione finale: gli artisti sono dei folli, immersi, persi dentro la loro ossessione?

No. Il fatto che vengano visti come delle bestie rare è una visione un po’ troppo facile. L’artista secondo me deve essere una persona culturalmente presente, socialmente presente, politicamente presente. Non il saltimbanco della situazione. Per tornare a van Gogh, credo che non fosse per niente folle. Era un artista di una lucidità straordinaria. Basta andare a leggersi l’insieme delle sue lettere, che restano a mio avviso degli autentici capolavori letterari di grande valore.

 

Il protagonista  e la mostra

Dario Bianchi (Locarno 1954) dopo gli studi magistrali e una prima esperienza professionale come docente di scuola elementare, si diploma in pittura nel 1981 all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Ha insegnato didattica delle arti visive alla Scuola Magistrale cantonale, confluita da ultimo nella SUPSI.
L’esordio espositivo risale al 1977; seguono non frequenti occasioni espositive, fra le quali si segnala nel 1996 la mostra presso Casa Cavalier Pellanda di Biasca, accompagnata da una pubblicazione con presentazione di Ivo Monighetti e testi di vari altri critici.  Dopo Disegnatori si nasce e si diventa (Bellinzona, Centro Didattico Cantonale, 2006) scritto con Michele Mainardi, ha pubblicato Educare all’espressione artistica (Trento, Edizioni Centro Studi Erickson, 2015) e Passeggiate parigine (Locarno, Dadò editore, 2015). Coltiva un’intensa attività di divulgatore e commentatore d’arte.

 

Sotto il titolo d’insieme Luoghi vangoghiani e altri omaggi ha riunito un vasto ciclo pittorico, avviato oltre una decina di anni fa e tuttora aperto a nuove declinazioni. Su iniziativa del GdP”, ne nasce ora una mostra, per la quale appare una monografia realizzata delle Edizioni Topíkin collaborazione con le Edizioni Giornale del Popolo.

 

Mostre

Un percorso da sfogliare

Negli spazi dell’ex Macello di Lugano si snocciolano le opere di Dario Bianchi. L’itinerario fa tappa presso alcuni personaggi noti …

Mostre - Lugano

Sui binari del tempo viaggiano arte e società

In corso alla Biblioteca cantonale di Lugano una mostra sulle vedute e le stampe storiche di manufatti umani e paesaggi della Collezione di Giorgio Ghiringhelli.

Mostre

Frammenti di antichità a Rancate

Capolavori italici, etruschi e greci esposti a Rancate, nell’ambito della mostra che rende omaggio alla versatile attività di collezionista di Giovanni Z …

Mostre - Ascona

Morandi inaugura il San Materno

Trenta opere dell’artista italiano dei primi del ‘900 negli spazi del Castello riqualificati recentemente con i fondi della Fondazione di Kurt e Barbara Alten.

Mostre

Il gusto vario e raffinato di Giovanni Züst

Per la prima volta una mostra riunisce le collezioni d'arte che Giovanni Züst donò a enti pubblici svizzeri. Il GdP è mediapartner di questa bella …

Mostre - Lugano e Carona

Petrini: una scoperta e dieci dipinti inediti

Due esposizioni alla Galleria Canesso di Lugano e alla Loggia di Carona. A 25 anni dall’indimenticabile mostra dedicata al pittore, importanti novità arrivano …

Mostre - Lugano

Profumi, odori e puzze... in mostra

La curiosa esposizione “Ficcanaso in città” apre i battenti a Villa Saroli questo sabato.

 

 

Mostre - LAC

Gli artisti si affrontano “Sulla croce”

Undici autori, soprattutto della modernità, e sedici opere, lungo un percorso tematico. Lo stesso motivo declinato in stili, culture, generi espressivi diversi. …

Mostre - Ascona

Dadaismo, cento di questi anni

Il Comune di Ascona onora il centenario della corrente artistica con una mostra al Museo d’arte moderna.

Mostre - Premio Migros Ticino

Riconoscimento per Karim Forlin

L’artista si aggiudica il premio di "incoraggiamento alla creazione artistica 2016”. La giuria ha inoltre deciso di attribuire una menzione d’onore …

Mostre

La Croce in mostra allo Spazio -1

La Collezione Gioancarlo e Danna Olgiati persenta un allestimento dedicato alla Croce. In mostra opere di Giovanni Orelli, Roberto Ciaccio, e altri.

Mostre - Dossier Pinacoteca Züst

Leggo quando e quel che mi pare

L'undicesima puntata della rubrica di Michele Fazioli sulla mostra "Leggere, leggere, leggere!".

Mostre - Dossier Pinacoteca Züst

Uno sguardo trasognato

La decima puntata della rubrica di Michele Fazioli sulla mostra "Leggere, leggere, leggere!".

Mostre - Zurigo

Affluenza record per il Museo nazionale

Le varie esposizioni sono state visitate da oltre 230'000 persone. L'edificio sulle rive della Limmat sarà rinnovato sarà inaugurato il prossimo …

Mostre - Lugano

La pittura fatale di Sander in mostra

Le opere dell'artista di origine austriaca resteranno esposte alla galleria d’arte “il Tarlo” di Viganello fino al 15 gennaio 2016.

Mostre - Dossier Pinacoteca Züst

Due sguardi su una lettrice

La nona puntata della rubrica di Michele Fazioli sulla mostra "Leggere, leggere, leggere!".

Accesso e-GdP

Banner Libro Bonefferie

banner_reportage_siria.jpg

banner_arte-e-cultura.jpg

banner_alberghi_albergatori.jpg

Ieri nel mondo

banner_spot_youtube_chi_siamo.png

misericordia_2015.jpg

catt-ch2.jpg

Il sito ufficiale della Diocesi diLugano

banner_caritas_ticino.jpg