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L’abbraccio dell’esistente tra luci e sfondi

25.09.2016 - aggiornato: 18.10.2016 - 12:20

Fino al 23 ottobre presso la Casa Pasquée di Massagno sarà possibile visitare l'esposizione “Solo pittura, solo”, dell'artista Samuele Gabai.

di Dalmazio Ambrosioni

Samuele Gabai, al solito, pecca di modestia titolando la mostra… Solo pittura, solo. E ripetendo come un mantra che lui è solo un pittore. Tutto vero, naturalmente, ma appunto limitato dall’eccesso di precauzione, come di chi vuol mettere le mani avanti… Mentre la mostra di Massagno, Casa Pasquée - al di là della riconferma che può essere una valida sede espositiva e il segno che il Comune non manca di attenzione verso la cultura - racconta alcune cose significative.

Non solo, com’è giusto, sulla solidità, sulla coerenza del percorso e sui nuovi approdi della pittura di Gabai pictor, ma ancor più sulla sua insistenza, sul non deflettere riguardo ad alcuni temi significativi ed anzi fondamentali rispetto all’esistenza in sé, al valore di ogni singola vita, meglio se posta in relazione, e al vivere oggi. Ossia in un contesto, in un tutt’attorno, che nei suoi quadri non è solo lo sfondo accogliente, una sorta di fondale per una rappresentazione, ma una per quanto cauta visione del mondo. Un po’ più di un’introduzione; qualcosa come un’appena suggerita ma inequivocabile contestualizzazione. Il tutt’attorno è già non solo pittura ma anche quadro, anche quando si regge su predelle rustiche, legni dei boschi («questo è castagno, ci ho ripensato prima di buttarlo nel camino»), ricordo d’un Rinascimento contadino, riferito alla terra, alle generazioni, al tempo.

Al punto che suggerirei di partire proprio da qui, dal tutt’attorno e dalle ruvide predelle per assumere qualche elemento in più, per meglio capire una proposta ad un tempo filosofica e pittorica come quella di Gabai. Dove l’impressione è che a Gabai interessi più dire delle cose rispetto al semplicemente dipingere, cioè procedere in un lavoro-proposta che si sa gli riesce molto bene, sulla base di una solida preparazione. La pittura, insomma, per quanto importante, non è per lui il fine ma lo strumento privilegiato, il suo, per dire delle cose, per sintetizzare dei concetti, delle situazioni, degli stati d’animo, delle condizioni dell’esistenza. Cose suggerite, proposte e a tratti anche imposte con energia («paziente a furia d’impazienza», per dirla con Giorgio Orelli) con la totalità della superficie pittorica e non solo con quelle improvvise compressioni, con quella straordinaria concentrazione di senso che è la figura, che sono le figure.

Anche quelle (cfr. Offerta 2) che apparentemente fanno da sfondo e invece sono parte essenziale del quadro: senza quelle chiare ombre dantesche si riduce la percezione del significante dell’opera. Allora dico subito che bene fa Fabio Pusterla, nell’introduzione al catalogo, ad avvicinare l’opera di Gabai dalla prospettiva che gli è più consona, ossia quella poetica. Quel tutt’attorno ha un’allure contestuale tipicamente poetica. Il sedicente “solo pittore” ci dice, per cominciare, che non c’è compagna più adatta della poesia (e direi anche la musica, quel tutt’attorno nei suoi dipinti ha una metrica ma anche un ritmo) per avvicinare i suoi concentrati, i suoi grumi di significato. Ora più sciolti, meno materici ma pur sempre rapaci e a tratti anche ispidi. Le sue macchie che si fanno figura, le ombre che prendono consistenza, i colori che paiono rincorrersi quasi giocando, le schermature del rosso porpora, gli inserti che s’affiancano, s’accumulano, si sovrappongono e, disponendosi, si precisano. Diventano appunto corpi. Nello spazio, nella mente e nell’animo: «crosta sfaldantesi in  squame».

Ancor più adesso vedendo, ammirando in queste opere degli ultimissimi anni, un colore sempre sostanzioso, un colore che si nutre di bianco. Le sue cromie sono sempre più generate dal bianco, si sostanziano di bianco, e qui mi viene in mente il Dante del Convivio, là dove scrive che «la perspectiva è bianca». La prospettiva pittorica ma anche e più quella storica. E ancora di più quella riferita alle esistenze. Ce lo dicono i suoi rosa gialli ocra azzurri verdi grigi mentre si impregnano di bianco e restituiscono immagini in cui dialettica, fatica, conflitto, dubbio ed anche dramma vengono assorbiti in modo candido, indifeso, accogliente, pur recando nei corpi i segni di conflitti mai sopiti, perché così è la natura umana, eppure trasformati anch’essi in motivi di vita, in presenze, in stagioni dell’esistenza.

Un’altra componente essenziale della mostra sono i 34 olii di piccolo formato su carta, protetti nelle bacheche. Presentano un altro versante del medesimo Gabai, fortemente espressivo laddove dipinge geografie ed orografie, colline e monti come accumuli di corpi, come stratificazioni generazionali, come territori, paesaggi che diventano figure e figure che si fanno paesaggio, terra e pietra. E par di avvertire il respiro del paesaggio e del tempo, passi antichi e cadenze che vengono da lontano e sono presenze accanto a noi.

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