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Un percorso da sfogliare

29.10.2016 - aggiornato: 29.10.2016 - 16:53

Negli spazi dell’ex Macello di Lugano si snocciolano le opere di Dario Bianchi. L’itinerario fa tappa presso alcuni personaggi noti, ma in particolare nei luoghi di van Gogh...

Dario Bianchi, Omaggio a Adelaide Borsa (2012), olio su tela, 60x80 cm

di dalmazio ambrosioni

Se cercate una mostra diversa, eccola qua. È all’ex Macello di Lugano, in un lindo padiglione con volta a capanna nel quale i quadri si snocciolano ordinati. L’ambiente è ampio, adatto ad una mostra e a chissà quante altre cose socievoli. Aiuta, quasi invoglia a seguire le narrazioni di Dario Bianchi in una mostra da sfogliare come un libro, capitolo dopo capitolo, in un intreccio che prima sorprende (il che già non è male) e poi avvince, non foss’altro per vedere come andrà a finire. E una volta letta l’intera narrazione, cioè all’ultima pagina dell’ultimo capitolo (per continuare la metafora libraria) ci si trova confrontati prima di tutto con una proposta pittorica singolarmente libera da schemi, per certi versi accattivante.

E poi con una serie di spunti di riflessione che riguardano l’arte. Anzi, il mondo dell’arte, i meccanismi delle proposte d’arte, in particolare sul fronte mercantile-consumistico e della mitizzazione dei personaggi. Nel momento in cui li si avvicina e si crede di capirli, di farli propri, diventano qualcos’altro, attraverso una sorta di trasfigurazione. Basta e avanza per considerare quest’esposizione interessante e rara.

Lungo il filo della pittura (50 olii su tela, talvolta con collages) il percorso di Dario Bianchi fa tappa da alcuni intellettuali, soprattutto ma non solo del Novecento. Meglio se irregolari. È come se recasse visita a persone che gli interessano, gli stanno a cuore. E che hanno cercato di resistere all’andazzo e al potere, lottando, pagando di persona. Ognuno a modo suo, per ritagliarsi uno spicchio di libertà, un’esistenza non banale, non conformista e tantomeno imposta. Gente contro. E non a caso Bianchi inizia questo porta-a-porta con Pier Paolo Pasolini, che più anticonformista non si potrebbe: poeta raffinatissimo (soprattutto nel dialetto friulano), scrittore e polemista come pochi (han fatto epoca i suoi Scritti corsari), regista a tratti abbagliante, omosessuale. Travolto e schiacciato come un topo in una squallida periferia romana. Già qui si capisce che queste "incursioni nella vita di" guardano alla realtà storica ma soprattutto ad una visione soggettiva, interiore. Questo non è il Pasolini dei fatti, è il Pasolini recepito. Il Pasolini di una narrazione. Però in questa come in tutte le altre rivisitazioni c’è qualcosa di tanto vero da essere imprendibile: nel caso, il lampo di complicità nello sguardo dell’adolescente verso un PPP alto e slanciato, lui che era piccolo e smilzo.

Un procedere analogo lo si riscontra nella visita a Giacometti, in particolare nel suo atelier parigino: comodamente seduto, avvolto in una sorta di redoute, il camicione bianco del pittore, sta dipingendo in un ambiente lindo, luminoso, popolato di disegni e sculture… Chiaramente il Giacometti del cuore, quello che si vorrebbe fosse stato guardandolo dall’alto della sua arte. Molto diverso da quello sepolto nel suo laido ambiente di lavoro, attraversato dalle certezze della sua incapacità: «Sono un fallito, non riesco a fare niente», eppure era il più grande. O il Giacometti che attraversa sotto la pioggia, sigaretta tra le dita, rue D’Alesia a Parigi, incartocciato come un insetto nel suo pastrano in una foto di Henri Cartier-Bresson, forse la più bella, cioè espressiva, di tutta la storia della fotografia.

Nel mezzo, tra questi due estremi che si richiamano, ecco gli incontri con altri intellettuali, uomini e donne: pittori, scrittori, drammaturghi, fotografi, musicisti, cineasti ecc. Come un Forrest Gump sempre di corsa il pittore-narratore, attraverso la carrellata di personaggi, cinematograficamente appare in alcuni dei momenti topici della storia anche recente: suona "la musica e la libertà" con il violoncello di Rostropovich; accompagna Theo Anghelopoulos nell’ultima recita (O Thiasos, Locarno 1975) lungo l’altro mare (titolo del suo ultimo film incompiuto); riprende la foto di Robert Walser sulla strada che corre lunga e diritta (e non il suo cadavere tra la neve, nel giorno di Natale, con le orme degli ultimi passi…); va a trovare Segantini nel battello sullo Schafberg, sopra Pontresina, dove è morto (e il dipinto è tra i più belli nella balugine del bianco e nero)...

Prendi una vita e trasformala in un romanzo: un sogno, un gioco che riesce benissimo a Dario Bianchi. E nel visitatore innesta il gioco del riconoscere, frequentare luoghi e personaggi attraverso l’aura mitica che li accompagna.

In particolare, come indica il titolo, Dario Bianchi reca visita a van Gogh, ai luoghi di van Gogh, alla stanza, all’ospedale psichiatrico fino al cimitero di Auvers-sur-Oyse dove è sepolto accanto al fratello Théodore, e quelle due tombe affratellate sono un’icona anche del nostro tempo. Più che una visita è qualcosa a mezzo tra il reportage e il pellegrinaggio, una sorta di filiazione che non trascura nemmeno lo sberleffo del motivo vangoghiano sul sacchetto della spesa. Così si chiude il cerchio, richiamando l’accenno iniziale al consumismo nell’arte.

Per dire comunque che ne abbiamo bisogno sempre, anche quando andiamo alla Migros.

 

Lugano, ex Macello comunale: "Dario Bianchi. Luoghi vangoghiani e altri omaggi". Fino al 6 novembre, mercoledì-domenica: 14-19.

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