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Zoran Music, riemergere dall'abisso

02.10.2016 - aggiornato: 18.10.2016 - 11:59

Nelle opere della raccolta i celeberrimi acquerelli veneziani si contrappongono al memento della serie che testimonia l’esperienza di Dachau.

di dalmazio ambrosioni

Zoran Music, pensiero e opere. Nelle sale della Fondazione Gabriele e Anna Braglia a Lugano sono esposte 68 opere dell’artista italo-sloveno, uno dei massimi artisti che abbia attraversato il Novecento: olii, disegni acquerelli, pastelli, puntesecche e grafiche. Jean Clair - scrittore, storico dell’arte, curatore e accademico di Francia - l’ha definito «uno dei grandi cinque solitari del ventesimo secolo» accanto a Freud, Giacometti, Bacon e Balthus. Straordinaria compagnia di maestri del pensiero e dell’arte, dove ognuno ha indagato dalla propria prospettiva non solo i tornanti disseminati di tragedie di quello che è stato definito il secolo delle dittature, ma ancor di più il labirinto dell’animo umano e le inconciliabili contraddizioni dell’esistere, il "male di vivere" per dirla con Eugenio Montale. Per cui sullo scorrere delle opere di Zoran Music (1909-2005) - spesso piacevoli, accattivanti, coinvolgenti nella forma - aleggia un sentimento che si ricollega sia alla storia che alla dimensione interiore dell’esistere. E nel sottofondo risuona l’eco dei grandi miti, delle grandi storie, dei grandi libri che hanno scandito e strutturato il pensiero di quella civiltà da cui l’essere umano ciclicamente deraglia. E non è finita, come ci ricorda Music con la serie Non siamo gli ultimi.

È noto che il punto centrale, lo snodo dell’esistenza e dell’opera dell’artista consiste nella deportazione a Dachau, tra il 1944 e il ’45. Essendo nato a Gorizia, nella regione di frontiera che all’inizio del XX secolo è parte dell’impero austro-ungarico, è arruolato nelle SS naziste; al suo rifiuto, viene imprigionato e deportato. Nel campo di prigionia realizza una serie di schizzi a matita (26 sono custoditi al Kunstmuseum di Basilea) che rimangono una delle massime testimonianze di quell’immane tragedia: corpi, mucchi di corpi nudi, consunti, buttati come cose che non contano. Dachau come "questa grande lezione". Quello che colpisce e motiva i coniugi Braglia nell’accostarsi all’opera di Zoran Music è "il valore della rinascita", la capacità dell’artista di convivere con le immagini, con il germe della tragedia ma nel contempo di reagire, di riscoprire e proporre, a tratti cantare la bellezza nel paesaggio, nella storia, dentro l’uomo. Questa è la mostra del ritorno alla vita, della ripresa del gusto, della poesia, della contemplazione, dei ritmi della vita. Un anelito ben sintetizzato in una delle utilissime iscrizioni che accompagnano i visitatori nella mostra: «Quando sono ritornato a Venezia, nel 1945, ho cominciato a dipingere dei paesaggi e dei cavalli. Dopo quello che avevo passato, avevo bisogno di rifugiarmi nell’infanzia».

La riscoperta, lo stupore dell’innocenza, della naturalità dell’uomo, dopo l’abisso lucidamente programmato dell’odio e della violenza. Le opere della Collezione si situano nel pieno della produzione di Music, dal 1947 agli anni Novanta. Prevalgono numericamente i celeberrimi Acquerelli veneziani, il segno per eccellenza della rinascita. Venezia, la laguna, i profili, l’intensità della vita, il profluvio di bellezza ma anche il risuonare della storia. I segni di gloria e potenza come assorbiti dal fascino delle atmosfere veneziane. Traducono lo stupore, quasi l’incredulità del ritorno alla vita nel momento stesso in cui si contrappongono al monito della serie Nous ne sommes pas les derniers, la ripresa, decenni dopo, dell’esperienza del campo di concentramento, ancora e sempre tragica, piena di perché senza risposta, nonostante il tempo che passa. Ecco poi gli altrettanto celebri Motivi dalmati e i Cavallini, coniugazioni di un territorio e di una natura che tornano ad essere materni con quei colori sorgivi (gli azzurri, gli ocra…) e quel delicato, poetico incedere. Naturalmente ecco gli Autoritratti e i Ritratti, che si limitano appunto a lui e alla moglie, Ida Cadorin Barbarigo, che l’ha accolto al ritorno da Dachau e l’ha accompagnato per tutta la vita. La mostra si chiude con una sezione dedicata ai Paesaggi e ai Motivi vegetali, dove la natura diventa personaggio, in qualche modo si umanizza. Come a dire che in 68 opere ben scelte si ha una visione globale dell’opera di Music, considerata a giusta ragione una delle testimonianze più efficaci sull’avventura della vita.

Eccellente mostra, quindi. Con un valore aggiunto, raro quanto prezioso. L’intera Collezione Braglia, ed in particolare questa parte dedicata a Music, denota la curiosità, la passione, l’amore per l’arte. Ha un versante affettivo, direi quasi amorevole, assolutamente imprescindibile. È la collezione del cuore. La conferma vissuta e testimoniata che l’arte, la poesia, la bellezza sono aspirazioni che contribuiscono a dare senso, valore alla vita. Per cui ogni opera è stata scelta nell’ambito di un rapporto sempre più intenso e partecipato con l’artista, in una sorta di simbiosi che infonde ulteriore sostanza in questa raccolta che, con altrettanto affetto, i collezionisti condividono ora con il pubblico.

 

Lugano, Riva Caccia 6a, Fondazione Gabriele e Anna Braglia, "Zoran Music. La Collezione Braglia". Fino al 17 dicembre: Gio-Ve-Sa: 10-13, 14.30-18.30. Ingresso gratuito.

 

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