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"Gotthard", un regalo ai fan

14.08.2017 - aggiornato: 14.08.2017 - 19:33

L'intervista al fondatore e chittarrista dei Gotthard, in occasione della prima mondiale di "Gotthard- One Life, One Soul" sabato sera in Piazza Grande a Locarno.

© Foto Chiara Zocchetti

di Francesca Savoldelli

 Gotthard – One Life, One Soul, documentario su una delle band svizzere più amate, prodotto da Amka Films in coproduzione con la RSI e Bunkerville, è senza ombra di dubbio un regalo che i fan apprezzeranno. Come ci si può aspettare, la colonna sonora è a tinte rockeggianti e, tra i riff melodici e ritmi più aggressivi, vengono mostrate ottime riprese di concerti e vedute dall’alto di estesi paesaggi. La narrazione parte prima della nascita del gruppo avvenuta all’inizio degli anni ’90, quando i Gotthard si chiamavano ancora Krak, ma, data la possibilità di fare confusione con la droga che andava diffondendosi, sarà il Passo del San Gottardo a dare un nuovo nome. Quanta passione ci vuole per poter emergere nella piccola realtà ticinese e svizzera? Quanto lavoro si cela “dietro le quinte”? A mostrarcelo sarà chi ha svolto un ruolo, piccolo o grande che sia, nella storia dei Gotthard. Ogni componente (o ex) riceve un’esauriente presentazione, a partire dal fondatore ticinese Leo Leoni che all’età di 21 anni decide d’inseguire il suo sogno musicale e con la chitarra in mano parte alla ricerca di un cantante. E lo trova non molto distante da casa sua: è Steve Lee, un tranquillo ragazzo, con un’indimenticabile voce graffiante, “nascosta” dietro la batteria. Il regista Kevin Merz mostra con precisione l’evoluzione musicale: la band nasce legandosi al genere hard-rock, poi vira verso melodie pop, ma questo cambiamento dà vita a diversi problemi. Normale, le divergenze fanno parte della quotidianità di ogni famiglia e i Gotthard, a differenza di moltissimi gruppi, le superano. Ciò che sarà difficile colmare, sarà la perdita di Steve Lee avvenuta in un tragico incidente nel 2010. Il nuovo cantante Nic Maeder avrà l’arduo compito di sostituire una persona di talento e molto amata.

Gotthard – One Life, One Soul dà una risposta alle domande che ogni fan potrebbe porsi; qual è stata la reazione di fronte alla morte di Lee è, di esse, probabilmente la più rilevante. Ma per chiunque sia interessato a conoscere il cammino artistico e umano della band, piuttosto che leggere una scarna e fiacca descrizione su Wikipedia, consiglierei di guardare questo documentario, realizzato in maniera discorsiva e coinvolgente, filmicamente parlando. Mi viene da dire: per fortuna ci sono artisti e registi disposti a raccontare delle storie locali, con anima. 
Il Festival di Locarno, partito con Piazza Grande (che, tra l’altro, è stato un luogo cruciale anche per la band) è terminato dunque con un altro documentario svizzero. Si chiude così, con precisione, il cerchio della 70esima edizione.  

Partiamo dal generale, com’è nata l’idea di realizzare, assieme al regista Kevin Merz, un documentario sui Gotthard? Perché proprio in questo momento? Kevin Merz è arrivato a una delle nostre tavole rotonde proponendoci di fare un film, è riduttivo chiamarlo documentario perché c’è una sceneggiatura e può essere interessante anche per chi non conosce la storia del gruppo. Come ha detto Kevin sul palco del Festival, sabato sera, «volevo fare un grande film e l’universo mi ha risposto, perché non fai un documentario sui Gotthard?». È arrivato al momento giusto, per il Giubileo del 25esimo anno di fondazione della band. 

Siete partiti come un gruppo hard rock, per spostarvi su un rock più melodico. A cosa è dovuta questa scelta? Attualmente che tipo di musica fate? C’è stata una pressione da parte della casa discografica e del mercato, sicuramente ciò ha spostato la direzione che volevamo seguire all’inizio. Da lì sono nati vari grattacapi (che il film racconta, anche se c’è stato di più). Sono scelte che vengono fatte, come in tutte le squadre, e da buoni svizzeri, ha vinto la democrazia. Quello che facciamo ora è una sorta di compromesso, siamo tornati alle radici, allontanandoci di conseguenza da quello che abbiamo cominciato a fare, ma non troppo, le melodie sono rimaste. Si tratta di un genere più mainstream rispetto al puro hard rock. In ogni caso negli ultimi anni i generi musicali hanno subito un’espansione. Ci hanno pure detto che un tempo facevamo metal, ma se si ascolta il metal di oggi sembriamo Nella Martinetti. 

Siete una delle band svizzere di maggior successo, avete raggiunto molte vette, ma quali sono i vostri obiettivi per i prossimi anni? Continuare a mettere l’asticella un po’ più in alto e certamente fare ancora un giro di boa. Una volta parlavamo del desiderio di ricevere a un disco d’oro, adesso sarebbe bello arrivare alla pensione. Posso dire, comunque, che nella nostra storia ci sono stati un paio di capitoli tristi, uno ancora più drammatico, ma per il resto abbiamo solo bei ricordi. 

Cosa ti ha spinto a voler andare avanti, dopo la perdita di Steve Lee? Avevo due alternative… Però andrebbe fatto un passo indietro. Prima che Steve partisse in vacanza c’era stata una discussione con la band, volevano tornare a registrare un secondo disco acustico, cosa che non mi andava di fare. Quindi avevamo optato per una pausa di 1-2 anni in cui avrei realizzato un disco solista. Steve non è mai tornato dal viaggio. Ho dunque deciso di non lasciare a piedi i miei amici. Dovevamo trovare qualcuno che ci desse delle emozioni e che le trasmettesse ai nostri fan, non avrei voluto che la storia dei Gotthard finisse in maniera triste.  

Qual è il tuo rapporto col Ticino? Che emozioni provi a suonare nelle piazze ticinesi con i Gotthard? Senza il Ticino non saremmo riusciti ad arrivare a questo punto, è sicuramente bello tornare a casa ed essere apprezzato. Si provano sempre grandi emozioni, che si tratti di uno stadio o una piazza di paese. E poi, indipendentemente da dove ti trovi, i fan ti trasmettono una sensazione di comunità. La mia speranza è di essere stati d’esempio a una futura generazione svizzera nel credere che è possibile aprire le porte all’arte, che sia musica, o un’altra forma.

 

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