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La quintessenza del teatro di Peter Brook

06.12.2015 - aggiornato: 06.12.2015 - 18:59

"The valley of astonishment" ci raggiunge come un bisbiglio, sortisce gli effetti di una carezza teatrale. Il pubblico ha applaudito copiosamente.

di Margherita Coldesina

Qualcuno pronuncia quarantaquattro parole alla rinfusa, vocaboli che nulla hanno a che fare uno con l'altro. Poi arriva lei, il fenomeno, una giornalista che si chiama Mrs. Costas (ma tutti la chiamano Sammy). E te le ripete, quelle parole, attingendo a un patrimonio mnemonico degno di un computer di ultima generazione. The valley of astonishment, in italiano "La valle dello stupore", in scena al LAC sabato e domenica scorsa, ultima fatica del regista più acclamato del mondo, Peter Brook, propone un viaggio caleidoscopico negli abissi del cervello umano.

Per tentare di sondare il mistero della memoria. E, per accompagnarci lungo questo viaggio nell'insondabile, il regista inglese ci propone l'ascolto di alcune porzioni del poema "Il verbo degli uccelli" (1177) del poeta persiano Farid Al-Din Attar. Ma per stimolare lo studio e la rappresentazione delle irregolarità della mente, Peter Brook e Marie-Hélène Estienne si sono ispirati anche al libro del neuropsicologo russo Alexander Luria, "La mente di un Mnemonista", dove il protagonista, Salomone Shereshevsky, è in grado di ricordare qualunque cosa: dati, parole, sequenze numeriche. La scena, quasi sgombra - tre sedie di legno, un tavolo - è un ambiente che si presta a essere lo studio medico in cui Sammy si sottoporrà agli esami più bizzarri, lo studio televisivo in cui si registrerà il John Kelly Magic Show, dove la giornalista viene talmente spremuta, il suo talento a tal punto messo alla prova da determinare il caos nei meandri cerebrali di Sammy. Intervallata da istrionici numeri di magia proposti al pubblico (sì, alcuni di noi sono saliti sul palco, non senza ansia da prestazione), ha poi inizio una girandola di incontri paziente - medico, numerosi tentativi di prognosi, il tutto inframmezzato da battute di spirito pronunciate dalla grandiosa Kathryn Hunter, alias Sammy, che non solo strabilia grazie alla sua memoria di ferro. Alla protagonista, infatti, viene diagnosticata la sinestesia, quell'insolito fenomeno sensoriale/percettivo (sovente attribuito agli artisti), che indica una "contaminazione" dei sensi della percezione. Ecco che "infinito" si traduce - nella mente di Sammy - in un sassolino aguzzo e grigio; "poi" diventa un pony cavalcato da un amico di infanzia; "cammino", più banalmente, l'invito a entrare.

Lo spettacolo che abbiamo visto al LAC ci raggiunge come un bisbiglio, sortisce gli effetti di una carezza teatrale. Nessun espediente, nessuna furbata, niente fuochi d'artificio per questa messinscena che esprime la quintessenza del teatro di Peter Brook. E abbiamo amato anche la silenziosa, ma dichiarata compresenza sul palco di tre attori (oltre alla Hunter, c'erano Marcello Magni e il giovane Héctor Flores Komatsu) e un musicista, Raphaël Chambouvet. Quest'ultimo ha funto da ponte per la comprensione della sinestesia nell'arte: dalla musica alla pittura, al teatro. Sicuramente non siamo di fronte allo spettacolo più rocambolesco di Peter Brook, ma di certo abbiamo assistito a una delle messinscene più candide. Il pubblico ha applaudito copiosamente.

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