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L’essere morti tra memoria e dimenticanza

03.10.2016 - aggiornato: 18.10.2016 - 11:58

La regista Lucia Calamaro ha aperto il Festival internazionale del teatro di Lugano con la sua opera intitolata: "La vita ferma: sguardi sul dolore".

di Nicoletta Barazzoni

 

L’opera di Lucia Calamaro “La vita ferma: sguardi sul dolore” ha aperto l’appuntamento teatrale del Festival internazionale del teatro (Fit). La regista ci propone una scrittura che sorregge tutta l’impalcatura teatrale, con la sua esorbitante capacità drammaturgica di mettere in scena lutto e dolore. Certo anche la bravura degli attori (Riccardo Goretti, Alice Redini e Simona Senzacqua), è la parte fondante dello spettacolo. Il linguaggio in “La vita ferma”, come anche nelle altre opere della Calamaro, ha una sua particolare forza espressiva; affiancato alla scenografia e ai costumi affonda la lama del coltello nel vissuto dello spettatore, attraverso le pagine dei suoi testi, pronti a scavare nel profondo.

Questa volta la regista ha sviscerato il lutto, non la morte bensì la corporeità del morto con il suo epilogo, in cui la materia, e la sua dissoluzione, rappresentano il dramma dell’essere dimenticati. Ne scaturisce un lavoro teatrale che travalica le emozioni e i sentimenti che proviamo di fronte ai morti, dramma rappresentato dalla morta vivente Simona Senzacqua. In questa lettura la Calamaro ricorre ad uno sguardo a tratti ironico, in altri tragico e tormentato, soprattutto per il modo con cui il punto fermo della morte si pone come un fatto estetico piuttosto che esistenziale. Le domande si focalizzano sul vestito da scegliere, sulle fissazioni maniacali e sulle resistenze nevrotiche di un corpo deteriorato.

La regista ci propone squarci dentro i quali si riconoscono le paranoie della nostra epoca, che non ha ancora interiorizzato la morte come un fatto inevitabile ma al contrario la trasforma in un evento controllabile e posticipabile. La regista definisce questa sua opera un dramma di pensieri, in cui emerge la paura di morire perché è soprattutto nel corpo che riponiamo il senso e il valore della vita. In questo spettacolo si incontrano raramente pensieri dedicati all’anima, o all’eredità spirituale, o ai ricordi d’amore che lasciamo in chi ci ha conosciuti, perché non può essere il corpo l’unico contenitore significativo della nostra esistenza. Piuttosto la Calamaro calca la penna sulla venale tendenza dell’umano sentire a morire belli e affascinanti, senza mai un accenno a un mondo oltre la morte, anche solo psichicamente parlando.

Una scelta di regia che supponiamo sia voluta affinché emergano l’immortalità del corpo, e le angosce terrene, le quali prendono il sopravvento sull’immortalità dell’anima. Lo spettacolo mette a fuoco il modo con cui sono più importanti le esteriorità piuttosto dell’essenza del vissuto, che dovrebbe rimanere indelebile nei pensieri di chi ci ha conosciuti. Memoria e dimenticanza combattono la loro lotta per la sopravvivenza dei ricordi. La regista ci induce a riflettere sul modo con cui essere ricordati o dimenticati dovrebbe coincidere con il dentro e il fuori di una persona, per non ridurla alla liturgia del nulla e al culto del corpo. 

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