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Monologo sulla scienza, la vita e l’amore

28.02.2016 - aggiornato: 28.02.2016 - 14:25

Andato in scena al Foce di Lugano, "Terzo Cielo" è la nuova produzione DesertoDentroTeatro per la regia di Fabio Doriali. Racconta il conflitto di un uomo nell’eterna ricerca di compromesso fra sogno e realtà, fra ambizione e risultato ottenuto, fra legame affettivo e rispetto di sé. 

di Begoña Feijoo Fariña 

 

Ogni cosa ha un luogo in cui stare, ogni elemento un suo perché, ogni parola appartiene al personaggio ed è legata ad un’azione del presente o del passato, ad una realtà. Questo il primo pensiero avuto sabato scorso uscendo dal teatro Foce, dopo aver assistito a “Terzo Cielo” della compagnia DesertoDentroTeatro, di e con Fabio Doriali.

Anton, ricercatore russo da alcuni anni a Neuchâtel, è nel suo studio e si prepara a videoregistrare un documento per i posteri. È a questo che partecipiamo, ad una sorta di testamento fatto di parole, ricordi e sentimenti.

Dal soffitto pendono teste macabramente addobbate. Una dopo l’altra Anton ce le presenta, attraverso il racconto del rapporto con loro. Con ciascuna intraprende un dialogo monologante fatto di amore, rimproveri, rimpianti e conflitti mai risolti.

La fidanzata, la madre, il padre ed il fratello di Anton formano, con le loro teste mozzate e trasformate (da bulloni, reti metalliche, tubi di plastica, fili di ferro e molto altro) il mondo del protagonista. Astrofisico appassionato delle teorie di Galileo ha passato la vita alla ricerca del terzo cielo. Ed eccolo il suo terzo cielo, lì appeso al soffitto. E ci parla Anton, parla con il suo terzo cielo, parla con gli amori della sua vita.

Scopriamo solo molto dopo che questi amori lui li ha distrutti, privati della vita stessa, non è dato sapere se preso da raptus o premeditatamente uccide dapprima il padre che l’ama e poi la donna che non l’ama più. Certo è premeditatamente e con l’ingegno che ucciderà invece la madre e il fratello.

Si libera dei suoi rapporti di odio/amore e va oltre, nella Neuchâtel che lo vede infine arrendersi al fallimento. Non l’ha trovato, il suo terzo cielo. Vediamo il percorso di Anton attraverso lui e attraverso uno schermo, una vecchia televisione che trasmette le immagini registrate dalla videocamera.

È nel momento in cui si palesano gli omicidi che si chiarisce nello spettatore il significato degli addobbi delle diverse maschere: volti coperti, capelli addobbati da strisce metalliche, maschere antigas. Nulla pare lasciato al caso, persino la forma dei pomodorini di cui Anton si nutre, volutamente ovoidali come l’orbita del pianeta cercato e mai trovato.

 

Spettacolo ricco di poesia questo “Terzo Cielo” che ci racconta il conflitto di un uomo nell’eterna ricerca di compromesso fra sogno e realtà, fra ambizione e risultato ottenuto, fra legame affettivo e rispetto di sé.  Ci racconta anche come per taluni sia più facile guardare oltre, cercare nell’immensità del cielo. Guardare altrove per non guardare in sé, perdendosi la consapevolezza che un mondo tanto vasto quanto le stelle è in ciascuno di noi, nella vita.

 

Uno spettacolo in cui Fabio Doriali si mostra diverso da sé, in un personaggio non facile da raccontare su un palco, un personaggio fisico e verbale che, nonostante il linguaggio complesso e non quotidiano per l’epoca in cui viviamo, sa raggiungerci grazie al suo ripercorrere i ricordi.

Una quinta testa verrà infine appesa al soffitto, addobbata d’un orrore poetico. Una quinta testa che Anton prepara con cura, con cura appende e cui da infine un volto, il volto di un sé che dopo aver tanto guardato le stelle non può aver paura del buio.

 

 

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