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Problemi e attese per il nostro teatro

05.02.2017 - aggiornato: 06.02.2017 - 08:04

Forum di discussione con le compagnie della Svizzera italiana. La scena indipendente è molto attiva, produttiva, creativa, ma i punti di criticità non mancano...

Pubblichiamo la prima parte di una serie dedicata alla situazione delle Compagnie teatrali della Svizzera italiana. L’iniziativa, promossa dal GdP in collaborazione con Rete TASI, consiste in un Forum periodico volto appunto a dar voce alle opinioni della scena indipendente sulle varie tematiche e problematiche inerenti, in particolare, l’attività professionale e i rapporti con le istituzioni pubbliche. Questa pagina raccoglie l’esito del primo dibattito che si è svolto a Lugano lo scorso dicembre e che ha coinvolto alcuni gruppi del Luganese. Un secondo incontro si svolgerà in marzo nel Sopraceneri con la partecipazione delle compagnie del Locarnese e Bellinzonese. 

Nel frattempo, anche sulla base della discussione emersa, Rete TASI ha inviato una lettera all’on. Badaracco (Dicastero cultura, sport e eventi della Città di Lugano) per chiedere un colloquio con una delegazione delle compagnie. 

 

di Manuela Camponovo

 

A sentire le problematiche delle compagnie teatrali che appartengono (ma non solo) all’Associazione cappello, oggi Rete TASI, sembra di assistere ad un film già visto, sia per quanto riguarda quelle storiche, che hanno iniziato la loro attività tra la seconda metà degli anni ’70, alcune anche prima, e gli inizi degli anni ’80, e quelle più giovani, in un cambio generazionale (non sostitutivo), che si sono affermate negli anni ’90 e anche nel nuovo millennio.

I temi emersi, nell’ambito di una sensazione di stabile precarietà professionale sono sempre gli stessi; riassumendo in sommi capi: le sovvenzioni che per alcuni negli anni non sono aumentate, anzi rischiano una costante diminuzione (e si conoscono  comunque le difficoltà di mercato che incontra una disciplina come quella in genere artistica, ma in particolare teatrale, soprattutto in un paese plurilingue come il nostro); la questione degli spazi per rappresentare ma anche per provare, insomma lavorare, con tutti gli annessi e connessi tecnici; la mancanza di chiarezza nelle regole e la difficoltà nei rapporti con le istituzioni.  L’arrivo del LAC è intervenuto a complicare la situazione in una doppia funzione di auspicata opportunità ma anche di sottrazione di risorse e visibilità a vari livelli. Questa la nostra “ouverture”. 

Si è cercato di capire innanzitutto come vivono la loro condizione, anche alla luce del passato, della storia individuale, perché non è affatto vero, come qualcuno ha l’aria di pensare, che prima del LAC ci fosse il “deserto”… Lasciamo dunque la parola a loro, comunque a coloro che hanno voluto esprimersi.

«Chi decide i sussidi non viene a vederci»

«Ho fondato la mia compagnia nel 2010 ma da allora non ho mai visto nessuna delle persone addette al Dicastero della Cultura presente ad una mia produzione», afferma Patrizia Barbuiani, attiva da decenni, soprattutto in collaborazione con Markus Zohner. E non è l’unica a pensarla così. C’è la convinzione che non si possa trattare con gli artisti, decidere i finanziamenti, senza sapere nulla del loro lavoro, senza averli visti sulla scena. 

«Dal 2014 le condizioni sono peggiorate a livello finanziario», continua Barbuiani: «ogni anno mi hanno decurtato gli aiuti fino al 75%; oggi ricevo 2000 franchi. È mia intenzione provare a fare un’ultima richiesta per verificare un possibile cambiamento. In caso contrario toglierò il nome di Lugano dalla mia compagnia. Mi sento “affossata” lentamente e sono convinta che se chiudessi per mancanza di sostegno a nessuno importerebbe. Quello che sta succedendo è una centralizzazione del potere culturale a discapito delle piccole compagnie e un chiaro tentativo di distruggere il lavoro di anni per interessi precisi di monopolizzazione della cultura. Lugano non è un satellite del Piccolo Teatro di Milano, ma un altro Stato, con altre caratteristiche territoriali. Volerla trasformare in una fotocopia del teatro italiano lombardo significa distruggere un territorio che da sempre ha permesso la ricerca teatrale e ha rispettato la diversità culturale».

Regole cambiate e poco chiare

Ledwina Costantini, titolare di Opera RetablO (2008) a cui è approdata dopo diverse altre esperienze con il Trickster e il Teatro delle Radici, afferma di aver notato che le regole sono cambiate e, per quanto riguarda la sua compagnia, sfavorevolmente. Se fino al 2014 riceveva una sovvenzione dalla Città di Lugano di 4000 franchi all’anno, nel 2015, dopo tre mesi di attesa, la risposta è stata negativa: «non mi hanno concesso sussidi perché, è stata la spiegazione, non c’erano connessioni con la Città di Lugano. Ho riscritto chiedendo di rivedere questa posizione ma non ho ottenuto risposta. Otto mesi dopo ho ricevuto una lettera standard nella quale erano esposte le nuove modalità per le richieste di sussidio. Dalla sua fondazione, Opera retablO ha sempre avuto un importante legame con la Città di Lugano: formazione, debutti e repliche li abbiamo sempre fatti anche lì e dunque suppongo che la reale motivazione della mancata concessione di un sostegno sia che Opera retablO ha la sua sede principale a Sessa in Malcantone. Il fatto che mi sia comunque arrivata la lettera standard mi lascia buone speranze, tenterò comunque di chiedere un sostegno alla Città di Lugano».

Anche questo è un aspetto più volte sottolineato: la difficoltà a trovare un interlocutore e la burocrazia. Ma sono le regole di un formulario, quello del Municipio di Lugano (adeguato ai modelli del resto della Svizzera fa notare Cristina Galbiati del Trickster: «è cambiata la legislazione, occorre risiedere nel Comune a cui si rivolge la domanda») che deve essere compilato ed inviato entro la fine dell’anno e che prevede tre tipi di richieste: per la propria attività complessiva, per eventi, come rassegne o festival e per le produzioni nuove, con la stranezza di dover essere compilato on-line ma poi stampato e spedito per posta cartacea. Critiche sono arrivate anche da Markus Zohner: «È una nuova procedura fatta senza alcuna idea delle necessità degli operatori culturali».

Spiega anche Laura Cantù, responsabile dell’Ufficio Stampa della Rete TASI e di questo incontro: «per compilarlo bisogna avere sottomano tutte le informazioni richieste e se si esce dal sito occorre ricominciare tutto da capo. Questo aspetto è piuttosto negativo per il fatto che nessuno ha a disposizione due o più ore per la compilazione. Dovrebbe essere più semplice e utilizzare una soluzione tecnica come molti altri siti (ad esempio Pro Helvetia) registrando l’utente e mantenendo i campi compilati».

Mancanza di interlocutorie di trasparenza

La cattiva comunicazione è sottolineata ancora da Markus Zohner: «non c’è trasparenza, non esiste una progettualità, un disegno preciso per una politica culturale di sussidiarietà». Soprattutto questa mancanza di chiarezza la si sente nella differenza di trattamento. Si prende come esempio il Foce che, restaurato (anche se poi non tutto è stato fatto secondo le richieste di chi dentro ci deve lavorare) e gestito dall’inizio degli anni ’90 da Claudio Chiapparino, ha portato ad un effettivo miglioramento nella disponibilità a rappresentare lì le première e nel poter usufruire della sala per le prove durante la settimana del debutto. Ma con l’ultima riorganizzazione che vede la presenza di LuganoInScena non sempre è così, come spiega Vania Luraschi, storica direttrice del Teatro Pan, a cui era stato commissionato uno degli spettacoli inaugurali del LAC, Alice attraverso lo specchio. Ma per La regina delle nevi, che ha debuttato in novembre, pur essendo in coproduzione con LIS, è riuscita ad entrare al Foce solo a poche ore dalla “prima”. Le prove sono state tenute nella minuscola sala della compagnia. Dunque nessuna facilitazione, in questo caso. Ballerio per la sua ultima produzione ha dovuto far capo al teatrino del Palacongressi, che fu sede del glorioso Teatro La Maschera. Non si è pensato a queste esigenze per il LAC. Ribadisce anche Zohner: «c’è meno disponibilità di spazio da quando LuganoInScena occupa anche il Foce e ci sono molti meno soldi per il dipartimento di Chiapparino, per eventi, per tecnici e per costi secondari».

«È giunto il momento di fare autocritica»

Cristina Galbiati fa il controcanto: «per essere forti occorre conoscere la situazione, essere realistici e constatare che anche nel resto della Svizzera è difficile che ti mettano a disposizione il teatro per le prove. Forse è giunto il momento di fare anche un po’ di autocritica: non si può sempre mettersi nel ruolo di vittima e attribuire tutte le colpe alle istituzioni, se la situazione negli anni non è cambiata significa che anche noi come categoria professionale non siamo stati in grado di contribuire ad una politica culturale solida e lungimirante.». Ma per Zohner il Foce deve restare «un posto di libertà, aperto alle compagnie che per creare hanno necessità di spazi». 

Emanuel Rosenberg (ProgettoBrockenhaus) è tranchant, forse è troppo tardi: «agli spazi dovevano pensarci prima, hanno eliminato il Metrò, il Cittadella. E i soldi ce li dobbiamo scordare. La Città deve mantenere il LAC».

Cristina Castrillo, che nel Ticino ha voluto mettere le sue radici, in senso concreto, esistenziale, metaforico, afferma che nulla è cambiato dagli anni ’80: «le difficoltà delle possibilità espressive, le condizioni strutturali, nulla è mutato, tranne l’opportunismo e non riusciremo ad approfondire certi argomenti se non ci dimentichiamo dei nostri personali privilegi, occorre pensare ad una dimensione più aperta della cultura generale e questo sarà già un passo avanti. L’unica cosa che interessa alle istituzioni è sapere quanto costa un nostro spettacolo. Al resto sono indifferenti. E niente è stato fatto per arricchire culturalmente questo territorio».
Castrillo riconosce due momenti storici, come eccezione a tale desolazione, la gestione Salvadè, durata due anni, che ha inserito nel Cartellone cittadino due produzioni di compagnie indipendenti, Icaro di Finzi Pasca e Sul cuore della terra del Teatro delle Radici, un’apertura che ha funzionato. Il secondo punto di attenzione si è verificato nel rapporto con Claudio Chiapparino, «l’unico rappresentante istituzionale che è venuto a vedere i miei spettacoli». In quanto al LAC «è come se non si pensasse che esiste un altro teatro e per giustificare l’istituzione, i soldi che vengono dall’estero, ecco l’utilizzazione di attori locali nell’idea di formare una compagnia della Città e cancellare ogni altro tipo di esperienza». 

Cristina è preoccupata dal pericolo di una standardizzazione di espressione, dalla perdita di una specificità di linguaggi.

«Quali sono i criteri per valutare i progetti?»

Il dibattito si fa acceso sulla mancanza di referenti politici, magari sulla necessità di avere un mediatore professionista che sappia maneggiare il linguaggio “politichese” per potersi confrontare con le istituzioni. Chi valuta i progetti e con quali criteri?, Chi vede il lavoro svolto dalle compagnie? Ma la responsabilità è anche delle compagnie, le richieste devono essere precise, commenta Paola Tripoli. In effetti la mancanza di soldi porta anche alla necessità da parte degli artisti di doversi occupare di tutto, non solo degli aspetti a loro propri, come quelli artistici: abbiamo visto attori e registi alla cassa a vendere i biglietti, a fare i tecnici del suono o delle luci, ma devono anche essere segretari e amministratori della compagnia. Una vecchia questione che naturalmente incide sulle singole professionalità. Certo “dilettantismo”, sorprendentemente, riguarda anche la ben diversa e supportata struttura cittadina a cui ci si deve rivolgere per ottenere sovvenzioni: gli artisti denunciano casi di email se non addirittura dossier perduti e quindi rimasti senza risposta… 

Un caso concreto con MotoPerpetuo

Manuela Bernasconi, successivamente, in un testo di posta elettronica fa presente la posizione della sua compagnia: «la MotoPerpetuo ha fatto un percorso negli ultimi anni assolutamente indipendente, di ricerca profonda e i risultati ottenuti sono produzioni coraggiose che hanno lunga vita solo se incontrano programmatori altrettanto se non più coraggiosi. E questo lo pretendiamo solo da noi stessi. Siamo consapevoli di aver creato opere difficilmente programmabili, spesso molto costose e di difficile esportazione, ma sicure dell’onestà del processo artistico e del lavoro profondo nella messa in scena. 

Per questi motivi non abbiamo spinto eccessivamente nei rapporti con il LAC per il momento, non avendo opere che potrebbero inserirsi facilmente negli spazi a disposizione».

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