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Scena contemporanea e carte vincenti

24.09.2016 - aggiornato: 18.10.2016 - 12:22

Intervista alla direttrice del Festival internazionale del teatro Paola Tripoli. Dopo anni critici, si prospetta un futuro roseo grazie al dialogo con le istituzioni. 

di Manuela Camponovo

 

Paola Tripoli, questa edizione giunta al quarto di secolo è contraddistinta da diverse novità. Intanto è la prima a direzione unica, senza Vania Luraschi; si ritorna anche alla formula spalmata su dieci giorni, invece che concentrata su cinque; si rafforza il rapporto con LuganoInScena (anche con numerose iniziative, seminari, pubblicazioni…). Siamo ad un punto di svolta?
Direi che i segni sono più che buoni. Senza andare troppo indietro - a quando il teatro a Lugano era un’altra cosa - sono più di dieci anni, dalla ripresa del festival nel 2005 con la direzione artistica Tripoli/Luraschi, che abbiamo speso fiumi di parole, editoriali ed energie infinite per comunicare alle istituzioni che avevamo voglia di fare e fare bene. I primi segnali si sono visti l’anno scorso con la nostra presenza al LAC e, quest’anno, mi creda, è davvero bello dirlo, al LAC siamo come a casa. Questo è stato possibile perché abbiamo lavorato con professionalità e abbiamo scelto di metterci in dialogo costruttivo con chi fa il nostro mestiere, sia pur con un ruolo istituzionale. Io non ho vissuto gli anni delle contestazioni, sono figlia di una “mezza” generazione più avanti. Sono grata a quel periodo e a tutti coloro che  si sono resi autori di conquiste storiche. Ma il dialogo  è una pratica che io riconosco come vincente e so per certo che intelligenza e cultura è appannaggio di tutti: indipendenti o istituzionali. 

Per la scelta degli spettacoli, come è stato detto durante la conferenza stampa, c’è stato un confronto con Carmelo Rifici. Come si è articolato questo dialogo? Ci sono proposte che lei ha accolto, ha dovuto convincere su altre scelte? 
È stato un dialogo continuo su scelte e contenuti. Sono certa di poter esprimere questo pensiero anche per Carmelo Rifici, se dico che un festival non è solo la sommatoria di spettacoli belli e che piacciono ai direttori artistici. I direttori artistici hanno l’obbligo di segnare dei percorsi di qualità ma anche di contenuto e di visione. Detto questo, viene da sé che è stato un dialogo arricchente che ha dato e darà, a mio parere, forza al festival. Una collaborazione come questa può portare benefici alle migliori realtà del territorio, alle migliori giovani leve che nel festival, già da quest’anno, hanno trovato casa anche con progetti di supporto nelle fase del percorso creativo e non solo nella mera ospitalità che lascia il tempo che trova. Un dialogo che ha seguito - usando una metafora culinaria - un percorso liscio come il buon olio della vicina penisola!

Riguardo alle produzioni, lei ha posto l’accento sul teatro e quello che ha definito “non-teatro”. Ma perché voler segnalare questa differenza? Il teatro contemporaneo non si specchia in una molteplicità di tecniche e metodi utilizzati, pur restando sempre, se di qualità, “teatro”?
Grazie davvero per questa domanda che mi dà modo di poter dire che la penso esattamente come lei.  Se ricorda bene io in conferenza stampa infatti ho parlato di “piccola provocazione”. Nei miei editoriali spesso provo a sollecitare delle riflessioni su problematiche che vengono sollevate in vari contesti che ci riguardano e riguardano il nostro Cantone. In Europa o, per non andare così lontano, oltre Gottardo, sono spesso un po’ in anticipo. Questo fa sì che ci guardino sempre con superiorità. Sarebbe bello ogni tanto “arrivare primi”, non per voglia di competizione ma per orgoglio e per difendere la nostra intelligenza. Come dico nell’editoriale la duplicità tra “teatro teatro” e “teatro non teatro” è un nonsense. Il gesto artistico serve a scuotere e a mostrare bellezza in qualunque modo lo si faccia. La gatta Cenerentola musicata da De Simone nel 1976, o Ferdinando di Annibale Ruccello sono e rimangono indiscutibilmente dei capolavori del teatro. Così come l’Orlando furioso di Ronconi del 1969. Allo stesso modo Sonja o Black Milk di Alvis Hermanis o Remote dei Rimini Protokoll. O Eldorado degli N099 o Barbarians di Shechter che vedrete al FIT quest’anno.

C’è una creazione che ha fatto particolare fatica ad avere e quindi ha la soddisfazione di esserci riuscita?
Come nelle grandi storie d’amore la fatica viene poi ripagata.  Sono almeno quattro i piccoli miracoli che si sono avverati.
Sicuramente avere qui il debutto dei tre atti del nuovo lavoro di Lucia Calamaro, La vita ferma, sguardi sul dolore del ricordo è una gioia grande. Mi rendo sempre più conto che quando si trova un’autrice come lei, con la sua scrittura colta, cinica e acuta e allo stesso tempo fortemente contemporanea non si può non essere felici di averla qui a Lugano. 

Non da meno Hofesh Shechter con Barbarians che LuganoInScena ha saputo corteggiare ad arte. Un capolavoro di composizione musicale insieme ad una straripante energia e tecnica coreografica. Un grande della danza contemporanea che saprà mettere d’accordo diversi “palati coreutici”. Poi, mi lasci dire, ogni tanto, riuscire a strappare ai grandi teatri e ai festival che la fanno da padroni da anni un nome della danza come questo, facendo un po’ i vanesi, ci riempie di gioia.
Il gruppo estone Theatre N099. Questa è stata veramente una missione impossibile per molti anni ma ce l’abbiamo fatta. Si muovono in 24, arriveranno da Tallin e in 7 saranno sul palcoscenico. Gli altri sono i macchinisti, costumisti, truccatori, tecnici che renderanno possibile quello che vedrete al LAC il 7 ottobre prossimo. Questo basti per farvi capire l’imponenza delle macchinerie e la dedizione nella cura dei particolari.
E poi Pablo Larrain, una vera star del cinema che arriva qui con il suo primo testo teatrale, Acceso, riduzione ad un solo personaggio - Sandokan - del film Il Club, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino l’anno scorso.

Per chiudere, non posso non aggiungere che nello spirito del FIT Festival, come dicevo prima, non sono le singole scelte che fanno un festival, ma i contenuti e le visioni. In quest’ottica tutte le proposte del cartellone riservano delle grandi sorprese: Teatro Elicantropo con il suo capolavoro che è Scannasurice, Marco Berrettini, Daniel Hellmann, Officina Orsi, Tom Struyf, Kristien De Proost, i Berlin, Aiep, Lorena Dozio e tutti gli altri.

Torna, con un titolo nuovo, “Young & Kids”, il concorso dei ragazzi, però aperto anche ai più piccoli. Perché questa scelta? Non è un po’ un peccato dato che spettacoli specifici per adolescenti non ce ne sono molti mentre, anche nella Svizzera italiana, sono numerose le proposte destinate ai bambini?
Comprendo la sua perplessità. La scelta vuole dare alla Giuria giovani e alla Redazione giovani - che come sa seguono la sezione concorso - uno spaccato completo e variegato del teatro per l’infanzia e le nuove generazioni. E non le nascondo anche che io penso che la categoria “spettacoli per adolescenti”  sia un po’ nel solco del nonsense sul teatro di cui si diceva prima.

Se un po’ tutti ci prendessimo cura di avvicinare i giovani alla cultura e al teatro in maniera costante, quasi fosse una materia da studiare o un esame da superare, gli adolescenti potrebbero riempire in serale le sale dei nostri spettacoli programmati al FIT o quelle dei teatri del nostro Cantone. Magari a vedere uno spettacolo di danza, o una perfomance, uno spettacolo da un testo di Lagarce come da un classico. 

Infine: cosa si aspetta da questa edizione?
Mi auguro un roseo futuro per i nuovi progetti: alta formazione, progetto editoriale “I Quaderni del FIT”. Che la sinergia tra FIT e LIS possa fare crescere ali forti foriere di lunghi viaggi. Mi auguro che il nostro lavoro e il nostro entusiasmo venga ripagato. Che il pubblico possa applaudire gli artisti ma anche tutti i colleghi che da mesi lavorano perché credono che la cultura e il teatro siano un toccasana per l’anima.

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