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«Per caso avresti il numero di Mina?»

19.02.2016 - aggiornato: 28.02.2016 - 15:29

È proprio Mina l’ospite che Realini vorrebbe con sé in studio, a tirare i dadi  sul tabellone de "Il Gioco  del Mondo". Intervista a tutto campo sui personaggi protagonisti del programma.

di Chiara Tomasini

 

Va in onda dal 2013, prima con la conduzione di Maurizio Canetta poi con quella Damiano Realini, il programma che vede ogni domenica (su RSI La1 alle 19.15) come protagonista un personaggio diverso. Dall’esordio de Il Gioco del Mondo, sono andate in onda circa cento puntate. 

 

A “Il Gioco del Mondo” arrivano personaggi di tutti i tipi: dalla scenografa al letterato, dal medico all’attore. In base a che criteri scegliete chi invitare?

Siamo alla ricerca di personaggi, perlopiù noti ai telespettatori, che accettino il gioco di mostrarsi senza maschere per regalarci un’immagine inedita e privata, lontana cioè da stereotipi pubblici. Siamo alla ricerca, detta in breve, della persona al di là del personaggio, cercando ovviamente di pescare fra vari settori di interesse, stando inoltre attenti ad un equilibrio fra nomi internazionali e locali, fra chi sta a sinistra e chi a destra, fra uomini e donne. E così dal procuratore pubblico alla ballerina della scala, dall’alpinista al vescovo Lazzeri, dal ventriloquo al cardiochirurgo, credo ci manchino solo il pasticcere trotzkista e l’astronauta. Ma ci stiamo lavorando.

 

L’intervista tocca molti aspetti della vita personale e lavorativa dell’ospite. Quanta preparazione c’è da parte tua dietro i 30 minuti di puntata?

Potrei rispondere con un battuta cara agli artisti: «Per dipingere questo quadro ho impiegato una vita». Mi spiego, per non sembrare arrogante. La preparazione tecnica e nozionistica di un ospite, della sua biografia, mi richiede solamente un pomeriggio o una giornata, ma a fare la pasta di un intervista, credo, concorra tutto il mio vissuto. E così se al tavolo del Gioco del Mondo si siede Enrico Beruschi, al suo fianco si manifesterà tutta la mia adolescenza passata a sbirciare Drive In. Con il letterato Carlo Ossola mi si attiveranno invece gli anni di università, con Franco Lurà il dialetto ticinese, con Romolo Nottaris il profumo della neve. Tanti colori in trenta minuti. In settimana, comunque, la maggior parte del tempo lo impiego per la costruzione dell’altro programma che conduco, Turné.

 

 

Il percorso del tabellone lascia spazio all’improvvisazione?

L’improvvisazione è l’anima di questo format, la sua forza, ma anche la sfida per chi conduce. Niente fogli sotto il naso né scalette in testa, né pulce nell’orecchio o “gobbo” davanti agli occhi. Si è soli con l’ospite e con un dado. A volte vorresti che la pedina finisse sulla casella “amore” invece che sul “lavoro”. Ma è questo il bello, chissà forse anche nella vita: mollare gli ormeggi ed imparare a improvvisare.

 

C’è un personaggio in particolare che ti ha sorpreso?

Sì, l’attore bolognese Andrea Roncato. Fama da playboy e sguardo lungo sulle gambe delle truccatrici, in trasmissione ha recitato una sua poesia, una lettera scritta ad un figlio mai nato. Un momento commovente che mi ha spiazzato. Questo è il comico: si ride perché si è capaci di piangere.  

 

C’è una puntata in cui ti sei trovato spiazzato o in difficoltà con l’ospite?

Probabilmente è stato durante la primissima puntata con l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli. Una difficoltà, presumo, dovuta all’emozione del debutto. Lui parlava con calma olimpica citando i suoi amici (cardinali, Papi, premi nobel). Io mi sentivo impacciato come un ragazzino al primo giorno di scuola. Sembravamo una variante della pupa e il secchione. Al termine di quell’edizione Maurizio Canetta, che mi aveva ceduto il programma, dalla regia è sceso in studio dicendomi: «È andata bene…». Fu verità o incoraggiamento? Chissà, un giorno glielo chiederò.

 

Il nome di qualcuno che vorresti tanto avere in studio ma che non sei ancora riuscito ad ospitare?

Mina, ma mi dicono che non è facile. Tu hai il numero?

 

L’ospite più simpatico?

Mara Maionchi, ovvero pane al pane vino al vino. Quando, tirando il dado, ha fatto uno per la terza volta consecutiva, si è permessa di rilanciarlo sbottando così: «Mi sono rotta le balle di fare sempre uno!» Esilarante! Grande! Mitica! Sono stati i commenti su Twitter. Diciamo che la Maionchi ha sdoganato in studio la franchezza di noi tutti. Del resto il politically correct ha proprio rotto le balle. Posso?

 

Quello più affascinante?

Dico il prossimo, Anna Mazzamauro (per intenderci, la signorina Silvani) che sarà in studio questa domenica. Da molti considerata brutta, è una donna che sa andare in scena senza maschere. Per me questo è coraggio.  

 

E infine... il più noioso?

Quello più noioso, cioè la noia. Il peggio che può capitare in tv. 

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