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Il pubblico incorona il nuovo don Camillo

17.01.2014 - aggiornato: 17.01.2014 - 08:00
La fiction con il prete investigatore registra indici di ascolto altissimi e la Rai raddoppia le puntate. L’arcivescovo di Spoleto Renato Boccardo invita però a non idealizzare la vita di Don Matteo, che resta molto distante da quella dei veri sacerdoti. 
di Daniela Persico 
 
 
Partiamo con un po’ di numeri: Don Matteo 9 ha raccolto 8.759.000 spettatori (29,66% di share) per il primo episodio e 8.089.000 (33,13%) per il secondo, con una media di 8.460.000 (31,05%). Risultati che la Rai non vedeva da dieci anni, come dichiara il direttore Rai Fiction Eleonora Andreatta, che ha subito aggiustato il tiro raddoppiando l’appuntamento: ieri, e anche questa sera, venerdì. «Quando si raggiungono tali risultati, nonostante una serata ricca di proposte e un panorama di offerta ormai multicanale, è chiaro che la fiction parla di temi e personaggi che sono in sintonia con le attese, le aspirazioni e i gusti del Paese». I complimenti del dirigente vanno alla grande interpretazione di Terence Hill e del resto del cast, ma non soltanto. «Don Matteo incarna un messaggio di impegno, di onestà e di fiducia verso gli altri e verso il futuro: un motivo in più di soddisfazione è il fortissimo risultato tra i giovani, con ascolti tra i teenager superiori nettamente a quelli dei più noti “fenomeni” giovanili, ampiamente pubblicizzati. Sono rari i racconti che coinvolgono in egual misura tutte le generazioni: Don Matteo è uno di questi».
 
C’è di che essere soddisfatti che la popolarità sia arrivata “nonostante” la tonaca, allontanando per una volta la Chiesa e i sacerdoti da ruoli poco piacevoli e non particolarmente carismatici, come avviene molto spesso in televisione e soprattutto nelle fiction. Don Matteo, scritto e prodotto dalla cattolicissima LuxVide, lavora in una maniera diversa, puntando sull’intrattenimento, fornito dall’intrigo misterioso, ma anche sull’ecumenismo, incarnato dalla figura del sacerdote. Un mix che sa conquistare anche il pubblico di Stati non di tradizione cattolica, grazie alle belle ambientazioni italiane, tra Gubbio e ora Spoleto.
 
«Ma don Matteo non rispecchia un modello di sacerdote a cui ci si può riferire» dichiara l’arcivescovo di Spoleto Renato Boccardo. «Sono felice del successo incontrato dalla serie che può avvicinare il pubblico al sentimento cattolico, ma don Matteo resta un investigatore travestito da prete, non lo vediamo quasi mai pregare: è molto distante dalla vita quotidiana dei sacerdoti che non potrebbero avere il tempo di risolvere misteri». Nonostante la presa di distanza nei confronti della rappresentazione della comunità sacerdotale, l’arcivescovo sottolinea quanto sia stato un piacere riaprire una chiesa per farla rivivere nella finzione. «Non credo che sia giusto lasciar entrare la troupe di un film all’interno di una chiesa, ma quando ci hanno chiesto la Basilica di Sant’Eufemia, bellissima costruzione del XII secolo, abbiamo subito accettato perché era un museo e quindi idonea a poter ospitare le scene di un film». E, come potrete ammirare nelle prossime puntate, le location legate alla canonica mettono in evidenza l’architettura e le eccellenze artistiche della canonica, invitando il pubblico ad alzarsi dalla poltrona per andarla a visitare.
 
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