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"La serialità ha fatto crescere pubblico e tv"

13.06.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:02

"Il mio primo dizionario delle serie tv cult" presenta 33 serie tv liberamente scelte dai suoi autori, che ci hanno spiegato il perché della loro selezione.

“La copertina del libro, che contiene 11 citazioni di serie tv”.

a cura di Debora Giampani

 

Trentatré titoli per altrettanti paragrafi comprensivi di curiosità, analisi critiche e insospettabili aneddoti: Il mio primo dizionario delle serie tv cult è il frutto della passione di due giovani critici cinematografici, Matteo Marino e Claudio Gotti, che con quest’opera hanno, tra l’altro, contestato  l’antico pregiudizio che vedrebbe la serialità come un sottoprodotto del cinema.

 

Il vostro dizionario è unico nel suo genere e in grado di rivaleggiare con gli omologhi dedicati al cinema o alla musica. Segno che finalmente anche le serie hanno pari dignità di altri generi?

L’unico esempio che si avvicina al nostro volume è il dizionario uscito qualche anno fa da Garzanti, dove però le serie erano presentate in modo molto succinto con schede dedicate a trama e cast tecnico e una piccola parte di critica e curiosità. In quattrocento pagine sono rientrate tutte le serie tv. Invece nel nostro caso ci sono meno serie tv e le schede sono molto corpose. È un dizionario un po’ sui generis, noi lo definiamo un dizionario emozionale e sentimentale, soggettivo. In realtà all’inizio avevamo pronta una lista di cento titoli, però poi per esigenze di tempo e editoriali ne abbiamo messi 33. Ciò non toglie che ci possa essere un secondo volume… infondo, parliamo di serialità. Comunque, noi siamo partiti dal pensiero che da Twin Peaks a oggi ci sia stato un salto di qualità, non solo per quanto riguarda il prodotto della serie tv, ma anche dal punto di vista del pubblico e della critica. Twin Peaks è stato uno spartiacque, e David Lynch ha portato il linguaggio del cinema in televisione, ha portato una complessità diversa e anche una diversa fiducia nello spettatore. La televisione era cresciuta, era maturata e trattava il pubblico da adulto. E quindi abbiamo pensato che si potessero usare gli strumenti della critica cinematografica (noi veniamo da 15 anni di critica cinematografica) anche per la serialità, stando però attenti a non trattarla come il cinema, ma come serie con le loro specificità.

 

Guardando l’indice salta subito all’occhio la forte presenza di serie americane, a scapito di serie molto seguite alle nostre latitudini come, per esempio, Don Matteo o Il commissario Montalbano. Come mai?

Innanzitutto abbiamo deciso di inserire solo le serie che abbiamo visto integralmente, dalla prima all’ultima puntata. Quindi, essendo solo in due, qualcosa è rimasto fuori per forza. Don Matteo però  in qualche modo c’è, nel senso che la citiamo quando parliamo di Boris, serie con cui condivide alcuni sceneggiatori. Però per noi non è un cult, non ha le caratteristiche che rendono una serie cult…

 

E quali sono?

Per essere cult una serie deve trasformarsi in fenomeno di costume, o deve cambiare il linguaggio televisivo, oppure affrontare per la prima volta certi temi. E poi ci sono serie innalzate a cult da un pubblico di nicchia. Per quanto riguarda Il commissario Montalbano, in realtà esisteva nell’elenco originario che comprendeva cento titoli. E quindi, se il libro va bene, c’è la speranza di poter leggere di lui in un secondo volume…

 

Ma come mai un simile dominio delle serie statunitensi?

Nel dizionario abbiamo inserito Gomorra e Romanzo criminale, serie entrambe italiane e entrambe prodotte da canali a pagamento, i quali spesso lasciano più libertà agli autori e al regista di trattare il tema in modo più complesso, di rivaleggiare con la fiducia che all’estero i produttori danno ai creativi. Gomorra può rivaleggiare tranquillamente con I soprano, con Breaking Bad, con queste figure ambigue che sanno entrare in empatia col pubblico, con la differenza che i riferimenti alla cultura italiana vengono colti da un pubblico italiano molto più immediatamente. La televisione generalista, al contrario, di solito tende ad accontentare tutti e a trattare il pubblico con maggiore cautela.

 

Avete trattato diversi generi in modo piuttosto omogeneo. Eppure sembra che siano state privilegiate le serie con una forte orizzontalità. Mi sbaglio?

Di solito cult diventano le serie con una forte linea orizzontale. Però per esempio abbiamo un caso di forte verticalità come CSI, che è diventato un fenomeno di costume al punto che, soprattutto in America, gli avvocati e i pubblici ministeri devono spiegare alla giuria che non c’è l’infallibilità delle prove come accade in CSI, che non è così automatico e, soprattutto, che non si può risolvere il caso in un’ora. Si chiama proprio “effetto CSI”. Però sì, anche in casi come X-files e Dr. House, che sono serie con una forte linea verticale, poi è la continuity che prevale. La linea orizzontale ci dan man forte perché la domanda principale da cui nasce il nostro progetto è perché una serie ci prende così tanto? Perché, anche quando pensiamo di sapere già tutto di una serie, rimaniamo puntualmente fregati e si crea la famosa dipendenza? Questo si spiega solo con l’orizzontalità.

 

Caratteristica delle serie tv è di rendere i personaggi molto sfaccettati, complessi. Il vero punto di forza delle fiction?

Sì, spesso non solo cresce il personaggio, cresce anche l’attore. Cresce il pubblico. Questi personaggi delle volte ci accompagnano per anni, e ci sono degli sceneggiatori che si affinano assieme a loro. Penso per esempio a Josh Whedon di Buffy. Ha iniziato con una serie teen e poi man mano è cresciuto assieme agli attori e alle tematiche, fino ad arrivare ad oggi che scrive per Blockbuster. Però c’è anche un altro caso, molto particolare, dove i personaggi non hanno un arco narrativo vero e proprio. Ne I soprano non c’è mai il vero cambiamento, è una sorta di condanna a restare in quella realtà malavitosa in cui vengono presentati fin dall’inizio.

 

Un cenno va fatto anche alle illustrazioni, molto belle e molto pop. Un omaggio al fumetto?

La casa editrice Becco Giallo pubblica in effetti fumetti impegnati e di qualità. La nostra idea era associare alle schede delle serie tv delle illustrazioni che le presentassero. E Daniel Cuello è stato bravissimo a fare proprio questo: ad aprire il capitolo con una copertina in cui reinterpreta il senso della serie in modo a volte ironico, a volte molto profondo. Strepitosa anche la copertina del volume, che contiene undici citazioni di serie. Praticamente un terzo delle serie contenute nel libro.

 

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