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Libertà d’espressione o corsa all’audience?

08.04.2016 - aggiornato: 11.04.2016 - 14:56

Raffaele Sollecito esperto di giustizia a Mediaset e il figlio di Totò Riina ospite di Porta a porta: perché la televisione italiana sente l'esigenza di una simile spettacolarizzazione dell'informazione? Ne abbiamo parlato con due esperti.

(foto dal web)

di Debora Giampani

 

Sono tanto ampi quanto insidiosi i dibattiti sollecitati da certa programmazione proposta dalle televisioni italiane. La problematica del limite - da taluni considerato labile e arbitrario, da altri semplicemente sottomesso a un pizzico di buon senso - tra libertà di espressione e giustizia (qui scomodata nel suo senso più pragmatico di prodotto di uno stato di diritto, ma anche nella sua accezione più ampia, di creazione astratta di una coscienza morale) per quanto riguarda la programmazione italiana (ma anche europea e mondiale) non è né una novità, né argomento su cui non si siano già sprecati fiumi di inchiostro.

 

Ma ciò che ci spinge a riconsiderare oggi il problema sono due recenti fatti di una certa rilevanza: la scelta di Raffaele Sollecito (ex sospettato numero uno del giallo di Perugia, poi assolto in Cassazione) quale opinionista per il programma Il giallo della settimana su TgCom 24, e l’intervista di Bruno Vespa al figlio del boss della mafia Totò Riina, andata in onda mercoledì sera a Porta a porta. Entrambi fatti che lasciano quantomeno sbigottiti e che ricordano a gran voce che, nonostante i fiumi d’inchiostro di cui dicevamo, una soluzione condivisa non si sia ancora trovata.

 

Ma, al di là delle polemiche, ci si chiede quale sia il contesto sociale ed economico che permette - e talvolta fomenta - un simile fenomeno di spettacolarizzazione dell’informazione, soprattutto se quest’ultima è affidata ad un servizio che - come è il caso della Rai - è pubblico e come tale finanziato da soldi pubblici. E come mai, in Ticino e più in generale in Svizzera, sembriamo per il momento "al sicuro" da simili fenomeni? Verrebbe da pensare che la scarsa presenza, sul territorio, di concorrenza privata, giochi un ruolo determinante. Il professor Giuseppe Richeri, direttore dell’Istituto Media e Giornalismo e dell’Osservatorio sui Media in Cina, conferma tale ipotesi: «Esattamente, questo è un problema forte in Italia, ma anche in altri paesi come Spagna e Francia, dove le televisioni pubbliche sono fortemente condizionate dalla concorrenza e dal mercato.

Nel momento in cui gli spettatori possono scegliere tra molti canali, si pone il problema di come attrarre la loro attenzione. È questo che spinge la televisione pubblica a fare i cosiddetti scoop, notizie cioè che riescono a colpire l’attenzione perché offrono fatti straordinari, non comuni». Ed è proprio qui, nella necessità di «catturare l’attenzione», che si pone il problema. Ciò che fa audience in televisione, infatti, raramente poggia su basi razionali: il più delle volte mira alle emozioni. Il prof. Richeri: «La televisione stimola nelle persone un approccio non razionale, ma emotivo. Se tu in televisione hai un ospite che ha commesso i delitti più efferati ma che si presenta bene, è simpatico, magari fa tenerezza, questo è in grado di suscitare nel telespettatore una reazione sentimentale che talvolta arriva a coincidere con la simpatia. Ma allora la domanda è: perché una televisione pubblica deve creare le condizioni affinché una persona che è stata giudicata colpevole di fatti gravissimi susciti simpatia nella popolazione? La televisione pubblica dovrebbe avere anche un ruolo di rafforzamento dell’autorità della Magistratura e delle forze di sicurezza, non il contrario».

 

In Svizzera, lo abbiamo già detto, simili fenomeni di spettacolarizzazione, di corsa frenetica all’innalzamento degli indici di ascolto, ancora non si osservano - se non raramente, almeno. Ma è solo merito della scarsa presenza di concorrenza privata? «In Svizzera siete molto fortunati. Da una parte avete certamente meno concorrenza da parte delle emittenti private. Dall’altra, è un fatto che la televisione pubblica svizzera, rispetto alla Rai, si sforzi maggiormente di mantenere il ruolo di servizio pubblico che gli è stato affidato. Lo dico onestamente: così com’è, la televisione pubblica italiana sarebbe da chiudere.»

 

Di avviso simile è Saverio Snider, portavoce del Ministero pubblico ticinese, che ha voluto aggiungere un ulteriore punto di differenziazione del sistema svizzero rispetto a quello italiano: «In Italia ci sono programmi di grande successo che sono dei veri e propri "processi in piazza", che rovinano inchieste perché raccontano cose che fanno parte del segreto istruttorio. Da noi il codice di procedura permette agli accusati e ai loro avvocati di dire tutto quello che vogliono, ma un certo tipo di trasmissioni non sarebbe possibile perché (in casi in cui sull’imputato non verte ancora alcuna sentenza) appunto esiste il segreto istruttorio».

 

Altra pratica che da noi sembra non esistere, è quella di fare i nomi di vittime e accusati: «Noi facciamo i nomi degli accusati solo se sono personaggi di rilevanza pubblica o se il non farli potrebbe mettere in imbarazzo altre persone. Delle vittime, invece, non facciamo mai i nomi. E si ricorderà a tal proposito la sentenza contro tre giornalisti della RSI che avevano fatto il nome e pubblicato la foto della vittima dell’omicidio di Massagno» .

A rigor del vero, è necessario sottolineare che, se nel caso di Giuseppe Riina le condanne ci sono state (il figlio del boss di Corleone è stato condannato a otto anni e dieci mesi per associazione a delinquere), Raffaele Sollecito è stato assolto dalla Corte di Cassazione per mancanza di un «insieme probatorio». Tuttavia,  sarà forse condivisibile l’opinione per cui il problema di un eccessivo incoraggiamento a spettacolarizzare anche i temi più seri sia presente nella proposta di Mediaset che, da ex sospettato a giovane ingegnere, ha "trasformato" il giovane Sollecito in esperto di giustizia. 

 

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