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Mission: stucchevole buonismo

06.12.2013 - aggiornato: 06.12.2013 - 14:30

Il programma della Rai non convince per nulla.

Ma poi... che c'entrano i VIP?

di Alessia Bergamaschi
 
È stato definito il format della discordia e ha suscitato aspre polemiche fin dall’annuncio della sua realizzazione, tanto che fino all’ultimo non si sapeva con certezza se sarebbe andato in onda o meno. E invece la prima puntata di Mission - Il mondo che il mondo non vuole vedere ha debuttato - come da programma - mercoledì in prima serata su Rai Uno. Una trovata che però, nonostante le promesse dell’emittente di servizio pubblico italiana, non è riuscita a convincere del tutto (come dimostrato anche dai bassi ascolti). Alla fine della puntata infatti, anche se alcuni dei seppur giustificati timori non sono stati confermati, quella sorta di retrogusto amaro non se ne voleva proprio andare. Ma vediamo di capire il perché. 
 
Innanzitutto la trasmissione - Mission - che, per chi si fosse perso il dibattito, si è presentata come un reality umanitario girato in alcuni campi profughi tra i più disgraziati della Terra. Aggiungete poi che per riferire le tragedie di questi luoghi sono stati chiamati alcuni volti noti dello spettacolo - da Albano all’onnipresente Emanuele Filiberto - per capire che già di partenza di ingredienti per fare storcere il naso a molti ce n’erano in abbondanza. Sfruttare il tragico per intrattenere insomma, nel pieno stile della cosiddetta tv del dolore. 
 
Non è andata del tutto così, d’accordo. Probabilmente (e forse anche astutamente, aggiungiamo noi) il “pacchetto” con cui è stato promosso Mission è stato venduto male e in modo ambiguo. La prima puntata (la seconda andrà in onda mercoledì prossimo) ha presentato innanzitutto due reportages dalla Giordania e dal Mali. A riferire ai telespettatori un assaggio di quel che si vive in queste zone - per davvero e tutti i giorni - rispettivamente il cantante pugliese Albano assieme alle due figlie e, per il Mali, Candida Morvillo e Francesco Pannofino. Da una parte dunque loro, i profughi con gli occhi segnati dal dolore e dalle loro vite portate via, dall’altra i cosiddetti vip, con i loro sguardi increduli e la loro pressoché inutilità in posti come questi. Il tutto condito da voci drammatiche e impostate, e da musichette d’accompagnamento alle immagini più tragiche. Possibile, ci chiediamo, che la Rai non abbia trovato nessun altro, un giornalista o, azzardiamo, magari addirittura uno di quei volontari o missionari che da anni (e non solo per quindici giorni) mettono la loro vita a disposizione di queste tragedie? 
Non ha convinto nemmeno la scenografia allestita negli studi Rai, volontariamente povera e spoglia, che però ben si addiceva allo spirito triste e lugubre dei due conduttori Michele Cucuzza e della giornalista di origine israeliana Rula Jebreal, bravissima ma - ci viene il sospetto - messa lì per dare un’ulteriore facciata di “politically correct” alla trasmissione. Sulla stessa scia deve essere stato scelto anche il pubblico, dove, grazie alle solerti telecamere, abbiamo potuto notare persone di tutte le nazionalità e, nel caso il messaggio buonista non fosse ancora chiaro, con gli abbigliamenti tipici dei vari Paesi. Se dovessimo allora descrivere Mission la sola parola che ci viene in mente è stucchevole. L’unica cosa veramente reale - anche una volta che le telecamere si sono spente- restano loro, i profughi. 
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