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Nek: la mia carriera, la famiglia e la fede

17.09.2015 - aggiornato: 10.10.2015 - 08:30

Ospite ieri sera allo Studio 2 della RSI, il cantante di Sassuolo ci ha parlato del suo ultimo album, "Prima di parlare", della genesi del brano antiabortista "In te" e di un libro molto speciale che esce oggi nelle librerie.

(foto dal web)

di Chiara Tomasini 

 

Ieri due occhi molto azzurri hanno incantato il pubblico dello Studio 2 della RSI. Erano quelli di Filippo Neviani, in arte Nek, che ha fatto tappa a Lugano per partecipare a un incontro, in attesa del 30 novembre quando calcherà il palco del Palazzo dei Congressi.

 

Il tuo ultimo album, Prima di parlare, è stato da te definito un concept autobiografico. A 43 anni era arrivato il momento di fare il punto sulla tua vita?

Non solo, perché quando scrivo un disco metto sempre molto di me e ogni anno che passa mi accorgo che diventa sempre più difficile filtrare e diventa sempre più necessario essere genuino. Ho la necessità di usare il disco come un linguaggio e mi viene sempre più facile sentirmi libero di esprimere come sono fatto, quello che mi appartiene e come vorrei comunicare agli altri senza usare dei codici particolari.

 

Con Fatti avanti amore hai conquistato il pubblico e le radio, ma il brano che sembra più di altri essere l’inno portante di questo nuovo album è Credere amare resistere dove canti che è “la verità che ci rende liberi”...

Non lo dico io, l’ha detto Gesù Cristo. È una rivelazione che continua a far sì che la gente dica: cavolo è vero! Se tu esprimi verità, nel bene e nel male, non hai bisogno di nasconderti, puoi andare  a testa alta. Poi, se la verità piaccia o meno è un problema degli altri, l’importante è essere trasparenti. Non è semplice perché come uomini ci siamo disabituati a farlo, abbiamo costruito tante realtà su situazioni poco chiare e probabilmente figlie di una verità poco forte.

È un discorso che si esprime con la facilità di questa frase. Credere amare resistere è frutto di un’esperienza vissuta da altri e che io non ho fatto altro che portare alla luce, cioè quella di genitori di bambini che soffrono. Credere amare resistere è lo slogan dell’associazione “Voa Voa! Onlus – Amici di Sofia” (che si occupa di bambini a cui è stata diagnosticata una malattia terminale e delle loro famiglie ndr.) di cui io sono socio fondatore.

 

 

A Sanremo hai presentato una cover di Se telefonando di Mina, su consiglio di tua moglie Patrizia. Che ruolo ha avuto la famiglia nel tuo cammino come uomo e come artista?

Negli ultimi anni è stata fondamentale perché diventare padre mi ha fatto vedere il mondo in maniera diversa. Nella circostanza in cui un cantante si trova a essere papà l’emozione molto spesso si traduce in canzoni ed è quello che è successo a me. Essere padre mi ha permesso di sapere dov’è il limite da non oltrepassare per non perdere quello che ami. È come se conoscendo i propri limiti sei in grado di misurare le tue prove e quando ci sono delle prove molto dure non tu butti a capofitto per superarle solo con le tue forze ma ti fai aiutare. Quella di accorgerti degli altri è una lezione molto importante. La consapevolezza del limite mi ha anche fatto rendere conto che per questo mestiere ho un entusiasmo spropositato, forse più oggi che venticinque anni fa.

 

Nel 1993 sei arrivato terzo a Sanremo con In te, un brano antiabortista che dà il titolo al suo secondo album. È una scelta coraggiosa rendere un tema così importante accessibile a tutti...

La mia è stata una scelta dettata dall’emozione perché quella che racconto nel brano è la storia del mio paroliere. L’aborto lo ha marchiato per tutta la vita, così come ha marchiato la sua compagna di allora e come io ho visto marchiate tutte le donne che hanno fatto quella scelta e che si porteranno per sempre addosso il peso della definitiva consapevolezza di aver deciso della vita di qualcun altro. Io credo che la vita sia un dono e in quanto tale non mi sia consentito decidere. Non sono io l’artefice dell’inizio di una vita: io ne sono solo un semplice amministratore. La vita è un dono proveniente da qualcosa di molto superiore.

 

Che cosa pensi dei talent show musicali che spopolano adesso in tv?

Li rispetto perché una volta c’erano i talent scout e adesso ci sono i talent show, ma li guardo con molta distanza perché è un processo che passa attraverso l’ordine televisivo, che è diverso da quello musicale. Sono due mondi che spesso vengono confusi ma che sono di natura completamente diversa. Il pericolo degli show tv è che i ragazzi vengono “sparati” ai massimi livelli in maniera brutale e spesso sono circondati da persone che li sfruttano senza avere rispetto per loro.

È vero anche che con la crisi che c’è nella musica, il talent è una speranza per chi bussava alle case discografiche e trovava le porte chiuse. Quello del talent è un inizio diverso ma poi alla fine il mondo musicale è sempre quello: bisogna rendersi conto che c’è sempre qualcuno più forte di te ed essere in grado di rinnovarsi, essere talentuosi e non artificiosi, bisogna sempre passare dalla porta principale e non quella di servizio.

 

Oggi esce il tuo primo libro, Lettera a mia figlia sull’amore (ed. Rizzoli), dedicato a tua figlia Beatrice. Che cosa dobbiamo aspettarci?

Non essendo uno scrittore di libri, ho cercato di esprimere i miei pensieri in maniera più naturale possibile. Leggerete di me quello che magari in tanti non sanno e che passa attraverso un comun denominatore composto dall’amore verso la mia famiglia, verso il lavoro, verso la mia terra e verso Dio. Il libro è una raccolta di testimonianze che costituiscono ciò che vorrei dire a mia figlia, cosa che magari in futuro non avrò l’occasione di fare. Nel libro troverete semplicemente un padre che prima di esserlo è stato ed è un cantante, un uomo che si realizza giorno per giorno o almeno tenta di farlo.

 

 

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