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In tempi di apertura, il cinema resta indietro

07.09.2016 - aggiornato: 07.09.2016 - 04:00

Sorrentino ci mostra un Papa arrabbiato e ingrato, banalizzando la ricerca del personaggio. E con questo film non ottiene i soliti consensi.

di Daniela Persico

Da quando si era sparsa la notizia che il premio Oscar Paolo Sorrentino stava girando una serie televisiva per HBO l’attenzione dei media si è subito concentrata sull’evento, ancora di più quando sono trapelate le prime indiscrezioni: le foto dell’affascinante Jude Law con indosso le vesti papali e un titolo che non lasciava molti dubbi. Ora, a quasi un anno dalle prime indiscrezioni, le prime due puntate di The young Pope – prodotta da Sky, Hbo, Canal + - sono state presentate alla 73ª Mostra del cinema di Venezia, provocando qualche scalpore ma non ottenendo il solito consenso che contraddistingue il cinema di Sorrentino.

Dissacrante e sarcastico, da sempre interessato a demolire le forme di potere che rappresentano l’Italia, Paolo Sorrentino si era accostato alla Chiesa più volte nella sua carriera, dal ritratto al vetriolo di Giulio Andreotti e della Democrazia Cristiana ne Il divo fino alla Santa che arriva a Roma ne La grande bellezza. Questa volta però il Vaticano è il centro intorno al quale ruota la storia, che non esce quasi mai dalle mura pontificie, concentrandosi sulla figura di Lenny Belardo, primo Papa americano, giovanissimo (ha poco più di quarant’anni) e straordinariamente aitante.

L’incipit della storia distribuisce in pochi minuti tutto quello che i fan di Sorrentino si aspettavano: un sogno angosciante (in cui il giovane Papa esce nudo a carponi da una montagna di bambolotti), una regale processione verso il balcone di San Pietro al rallenti (tecnica che caratterizza le scene emblematiche del cinema del regista), il primo discorso del Papa blasfemo e dissacrante (dove l’apertura all’amore diventa inno a matrimoni gay e pratiche onanistiche). Ma tutto è solo un brutto sogno, un incubo dal quale l’enigmatico giovane Papa si sveglia con grande preoccupazione: perché (non si sa se dire per fortuna o purtroppo), il pontefice di questa serie è estremamente peggio di quanto si possa immaginare, totalmente chiuso in se stesso, lontano dall’aprire un dialogo con i suoi collaboratori (qui un cardinale Voiello, interpretato magistralmente da Silvio Orlando, volto umano – oltre che politico - della Chiesa), convinto a usare tecniche staliniste per controllare tutti e pronto a trasformarsi in essere invisibile di cui nessun fedele dovrà conoscere il volto (espediente che lo rende associabile a certe pratiche dell’estremismo islamico).

C’è di che spaventarsi perché se il Papa di Nanni Moretti lasciava il pontificio perché non se ne sentiva degno (in Habemus Papam), il Papa di Sorrentino invece è arrabbiato con i propri fedeli che non lo meritano, come proclama del suo discorso inaugurale in Piazza San Pietro in chiusura del secondo episodio. C’è di che spaventarsi da queste premesse, ma alcune tracce fanno pensare non solo a una caricatura distorta di un despota come capo della Chiesa, ma anche a un’estrema banalizzazione di quella che sarà la ricerca del personaggio nelle puntate a venire: ovvero Lenny, o meglio Papa Pio XIII, è in cerca di Dio che sembra non rivelarsi a lui perché in realtà è orfano, e sarà colmare un suo vuoto psicologico, cercando mamma e papà, a consentirgli di andare avanti nel suo cammino.

Insomma bisogna attendere per capire come si evolveranno queste premesse, sicuro è che in tempi di apertura e d’intervento della Chiesa il cinema è restato molto indietro.

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