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Un intellettuale innamorato del Ticino

27.11.2016 - aggiornato: 27.11.2016 - 08:03

Ricordo di Diego Valeri, scrittore, poeta e giornalista italiano spentosi 40 anni fa a Roma profondamente legato al nostro Cantone.

© Foto dal web

di Giuseppe Muscardini

Il 27 novembre di quarant’anni fa si spegneva a Roma Diego Valeri, scrittore, poeta e giornalista italiano che legò il suo nome alle vicende culturali ticinesi. La pubblicazione del Taccuino svizzero nel 1945, la frequentazione assidua dei ticinesi, la lunga corrispondenza intrattenuta con Francesco Chiesa, l’amicizia duratura con Plinio Bolla e Valerio Abbondio, la partecipazione nel dopoguerra alle trasmissioni di Radio Monteceneri come opinionista, l’invito a far parte del Premio Charles Veillon, sono le referenze più significative e rivelatrici di un vero amico del Ticino.

L’ammirazione per i figli scrittori del Ticino

A voler degnamente onorare la memoria di Diego Valeri a quarant’anni dalla scomparsa, non si può sottacere il profondo legame dello scrittore con la Svizzera. Né si possono riporre le pagine dell’appassionato Saluto al Ticino inserite nel Taccuino svizzero edito a Milano da Hoepli nel 1945. Intrise di genuine dipinture d’ambiente, quelle pagine hanno il valore di una «dichiarazione d’amore» – parole testuali dell’autore – ispirata da una convinzione espressa in esordio: «Il Ticino, per noi, è la Svizzera più difficile da cogliere. Per dirne qualcosa, avremmo bisogno di viverci a lungo». Affermazione dettata da quell’onestà intellettuale a cui Valeri aveva abituato i suoi lettori ancor prima dell’uscita del Taccuino svizzero, che peraltro reca la dedica a stampa «A Plinio Bolla», il suo amico D.V. Affermazione, diremo in aggiunta, che risente delle frequentazioni ticinesi culminate già l’anno precedente nella silloge Colori e angeli d’Italia, uscita nel 1944 a Bellinzona dai torchi della Casa Editrice “Grafica Bellinzona S.A”.

La raccolta si configura come rarità tipografica, stampata in cinquanta copie numerate per le nozze degli amici Mario Mazzarotti e Marianne Polacco. E anche più tardi, nel dopoguerra tormentato e contrassegnato dalle riflessioni sul ruolo degli intellettuali nel Ventennio fascista, dal 1947 al 1973 Valeri parlò in più occasioni, e con schiettezza, ai microfoni di Radio Monteceneri nelle trasmissioni radiofoniche A colloquio con i giovani scrittori italiani, Terza pagina e Finestra aperta sugli scrittori italiani.

Tuttavia sbaglieremmo se facessimo risalire i rapporti di Diego Valeri con il Ticino alla prima metà degli anni Quaranta, coincidenti con il suo esilio a Mürren, il campo di raccolta di alta montagna dove erano internati come rifugiati politici anche Giorgio Strehler, Dino Risi e Amintore Fanfani. In realtà Valeri già da vecchia data godeva della stima di Francesco Chiesa, che gli aveva significato il suo apprezzamento all’uscita delle sillogi poetiche Umana e Crisalide, rispettivamente nel 1915 e nel 1919. Il poeta di Sagno aveva recensito benevolmente in lingua francese le due raccolte poetiche nella “Bibliothèque universelle et revue suisse”, riservando al quasi esordiente autore tutta l’attenzione che meritava. Chiesa dichiarava: «Una raccolta di versi dove mi sembra di riconoscere con precisione il grandissimo valore dell’ingenuità e della sincerità è quella di Diego Valeri». Una recente ricerca d’archivio, nel corso della quale è stata scandagliata la corrispondenza di Diego Valeri conservata presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, rivela come il rapporto epistolare tra i due poeti si possa datare al 1913, con lettere spedite da Lugano e Cassarate, per estendersi fino al 1970. È del 1913 la prima raccolta di versi intitolata Le gaie tristezze, spedita in segno di stima a Francesco Chiesa, che il 13 aprile da Lugano rispose alla cortesia con una cartolina illustrata. Chiesa aveva individuato da subito nelle liriche di Valeri quelle peculiari connotazioni che ne caratterizzeranno tutta l’opera. Una stima reciproca mai venuta meno e inoltrata negli anni, grazie alla quale Valeri fu ammesso nei circoli culturali ticinesi. Tra i due si instaurò un rapporto franco, come franco fu quello intrattenuto con Piero Bianconi e con Valerio Abbondio, di cui Pietro Montorfani ha pubblicato nel 2008 su “Cenobio” un esiguo, ancorché intenso, corpus di lettere. Valeri farà riferimento nel Taccuino svizzero agli stessi intellettuali, unendovi il nome di Giuseppe Zoppi e chiamandoli tutti con devozione figli scrittori del Ticino.

Un animo “poetico e sensibile”. Altri giudizi, altri intrecci

L’interesse per il Taccuino svizzero seppe manifestarlo l’intransigente Elsa Nerina Baragiola, che nel 1947 recensì il volume nella rivista “Schweizer Monatshefte”. Da Zurigo l’eruditissima intellettuale era in frequente contatto con Giuseppe Prezzolini, Bonaventura Tecchi, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda e con i menzionati Francesco Chiesa e Piero Bianconi. Per riassumere la distintiva originalità del Taccuino svizzero, fece ricorso ad un’insolita morbidezza creativa di cui difficilmente si serviva nel redigere le sue recensioni: «La riflessione sul nostro Paese di un animo poetico e sensibile». Sarà stato forse quello stesso animo 

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