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Una figura poliedrica e scomoda

20.11.2016 - aggiornato: 20.11.2016 - 08:03

Un Convegno all’Accademia di Architettura, nel centenario della nascita di Virgilio Gilardoni, ha affrontato i diversi aspetti e interessi di un intellettuale onnivoro.

di Pietro Montorfani

 

La figura poliedrica di Virgilio Gilardoni (1916-1989) sarà sempre ricordata, assieme a Raffaello Ceschi per l’epoca moderna e a Giuseppe Chiesi per quella medioevale, come un punto fermo nella storiografia della Svizzera italiana nel secondo Novecento. Gli addetti ai lavori e i semplici appassionati sanno che è praticamente impossibile, dedicandosi a ricerche sul passato di queste terre, evitare di imbattersi nel suo nome, al quale sono sempre associati affondi rigorosi per metodo e appassionati per ardore civile, dall’antropologia all’arte, dall’economia al cinema alla conservazione dei monumenti.

Bene hanno fatto dunque la rivista “Archivio Storico Ticinese”, da lui fondata nel 1960, e l’Accademia di Architettura di Mendrisio a dedicare a Gilardoni una giornata di studio nel centenario della nascita, avvenuta proprio nel Borgo (ma fu poi locarnese al 100%) il 13 novembre 1916. La giornata, svoltasi lo scorso sabato a Palazzo Canavée, si è aperta con due testimonianze di Mario Botta e di Libero Casagrande, che con accenti diversi hanno ricordato il peso specifico di Gilardoni per i loro studi o la loro attività professionale.

A Fabrizio Mena, redattore di lunga data dell’“Archivio Storico Ticinese”, è toccato il compito di aprire le danze dei contributi veri e propri, con una lunga e documentata ricognizione negli anni della formazione di Gilardoni, vorace lettore di Sant’Agostino e fondatore di riviste d’arte (“Il centauro”, nel 1935) prima di approdare all’Università Cattolica di Milano come studente di arte e filosofia. Proprio nella capitale lombarda si svilupparono in lui quei sentimenti antifascisti che lo accompagnarono tutta la vita, causandogli subito notevoli problemi dopo un soggiorno parigino e la conseguente espulsione dall’Italia. Agli anni tra il ’42 e il ’43 Mena situa, per il giovane Gilardoni, un punto di svolta: dall’iniziale adesione all’elvetismo di Guido Calgari passò all’improvviso al socialismo radicale del Partito del Lavoro. Stalinista convinto e fedele, fu sempre una figura scomoda nella politica ticinese di quegli anni.

Michele Dell’Ambrogio ha invece da par suo, con la consueta competenza, illustrato la lunga vicenda di Gilardoni alle prese con la settima arte, nella triplice veste di regista e sceneggiatore amatoriale (nella Locarno dei primi anni quaranta), di organizzatore di cineclub e, soprattutto, di severo censore del Festival del Film, da lui sempre ritenuto troppo accomodante nei confronti del cinema commerciale e delle grandi majors hollywoodiane. All’odio viscerale per le scelte di Moritz De Hadeln (1972-77) subentrò in lui una moderata soddisfazione per la gestione di David Streiff (1981-91), che non lo convinse però ad abbassare del tutto la guardia, specie per quanto riguardava la sensibilizzazione presso studenti e operai. Non si può che concordare con Dell’Ambrogio, infine, quando ritiene Gilardoni uno dei pochi intellettuali ticinesi che seppero considerare il cinema un fatto di cultura, alla pari di tutte le altre discipline tradizionali.

Il pomeriggio della giornata di convegno era dedicato a un tema centrale nella sua vicenda di studioso e intellettuale: la catalogazione e conservazione dei monumenti storici, fronte che lo vide in prima linea (in aperta opposizione con i meno metodici Francesco Chiesa e Piero Bianconi) grazie alla fondazione dell’antenna ticinese dell’Opera svizzera dei monumenti d’arte (OSMA), che aveva sede nella Casa del Negromante a Locarno, cui si deve l’inventario dei beni protetti per buona parte del Sopraceneri e del Mendrisiotto. Melchior Fischli, dottorando all’Università di Berna, ha ripercorso la storia della disciplina dalla sua fondazione ottocentesca, in Francia e Germania, per passare poi alla Svizzera del pioniere Johann Rudolf Rahn e giungere da ultimo al caso ticinese, insolito per la duplice presenza di una commissione cantonale “ufficiale” e dell’attività più spontanea dell’OSMA.

Il confronto tra la sensibilità onnivora di Gilardoni e la visione antropologica di Warburg è stato invece al centro del contributo di Vera Segre, che ha illustrato la passione del locarnese per l’arte rustica e le sue riflessioni sul genius loci, lontane dalla retorica tradizionale del folclore e dettate dall’amore sincero per la propria terra. Da ultimo, Daniela Mondini ha chiuso il convegno con un commosso intervento sul romanico di Gilardoni, ripercorrendo le tappe di avvicinamento all’opera maggiore, il poderoso volume pubblicato nel 1967 con il catalogo di tutte le testimonianze ticinesi nell’ambito del romanico lombardo.

Unica nota stonata di una giornata altrimenti molto riuscita, e perfettamente armonizzata in tutte le sue parti, è stata la seconda parte della testimonianza di Mario Botta, molto severa nei confronti di quell’eccesso di zelo nella difesa dei monumenti storici che, a suo dire, ancora caratterizza la realtà svizzera, in cui le leggi sulla conservazione del passato limitano fortemente il lavoro degli architetti di oggi («Non è il nuovo che deve integrarsi nel vecchio, bensì il vecchio che deve integrarsi nel nuovo», ha concluso il padrone di casa). C’è da chiedersi quale sarebbe stata la reazione di un Gilardoni redivivo seduto nel pubblico, magari dopo aver fatto un giretto dalle parti del Casinò di Campione. Piaccia o non piaccia, la ferma presa di posizione a favore del moderno da parte del più noto architetto ticinese di oggi non mancherà di lanciare il dibattito.

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