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Cantieri aperti

05.03.2018 - aggiornato: 05.03.2018 - 12:48

L'editoriale di Claudio Mésoniat sull'esito del voto di ieri sull'iniziativa "No Billag": "Ora si attendono cambiamenti reali e tangibili nella nostra radiotelevisione pubblica".

© FOTO FIORENZO MAFFI

di Claudio Mésoniat

 

A tirare ieri un sospiro di sollievo in Ticino non saranno stati solo quei due ticinesi su tre che hanno respinto l’iniziativa No Billag. Ci figuriamo che anche all’interno del 34,5% di favorevoli una certa percentuale di “arrabbiati” con la RSI abbia espresso un voto di protesta incrociando le dita nella speranza che l’iniziativa non la spuntasse.

Ma se i due terzi dei ticinesi si sono risolti a respingere una soluzione palesemente autolesionistica per la Svizzera italiana, sappiamo bene che anche molti di loro, tra i quali ci collochiamo, si attendono cambiamenti reali e tangibili nella nostra radiotelevisione pubblica. Quanto al ridimensionamento del “pachiderma”, la riduzione del canone da 451 a 365 franchi l’anno non dovrebbe incidere molto sulle entrate, visto che la tassa diverrà obbligatoria e generalizzata, con evidente aumento di paganti, tra economie domestiche e aziende (verrà comunque fissato un tetto massimo di entrate a 1200 milioni).

I vertici SSR, anche in ragione di un previsto calo pubblicitario, hanno però già messo in preventivo risparmi per almeno 100 milioni di franchi, 15-20 dei quali toccheranno alla RSI. Niente di impossibile (vedi digitalizzazione del secondo canale tv), niente di drammatico, per ora. In attesa delle annunciate iniziative parlamentari che chiederanno un’ulteriore riduzione del canone (a 300 franchi, a 200?).

Il vero cantiere che ora dovrà aprirsi riguarda la grossa questione del pluralismo dei programmi, ossia di un’interpretazione più seria e coscienziosa del mandato pubblico assegnato alla SSR. Lo abbiamo già scritto: non si tratta a nostro parere di lottizzare partiticamente la RSI e nemmeno di avviare processi di Berufsberbot su questo o quel giornalista (quantunque le critiche, motivate e attente alle persone, non siano affatto lesive della libertà di espressione). È un grosso impegno –ci si passino i termini un po’ psicanalitici- di autocoscienza e di autoregolazione che deve avvenire anzitutto nel lavoro personale di ogni singolo giornalista, prima ancora che nel controllo, pur necessario, dei responsabili aziendali e degli organi di vigilanza esterni. Solo così potranno aprirsi degli spazi autentici alla pluralità di temi e di voci che un servizio pubblico deve garantire. Giacché il punto dolente, più ancora che nei testi redazionali, sta proprio nelle scelte tematiche e nel ricorso agli ospiti esterni per commenti, approfondimenti e dibattiti.

La questione non riguarda soltanto, come spesso si pensa riduttivamente, le tematiche di politica locale o nazionale. Ambiti nei quali, secondo noi, l’attenzione dei programmisti RSI è abbastanza equilibrata (lo è meno per la politica internazionale). Il contributo che i programmi offrono alla formazione dell’opinione pubblica tocca ambiti molto più importanti e delicati, di carattere culturale in senso lato prima che strettamente politico. Pensiamo alle questioni bioetiche, ambientali, economiche, etico-filosofiche e anche artistiche. È qui che spesso dai microfoni radiotelevisivi si sdottora “faziosamente”, appoggiandosi su voci esterne di comodo, spesso “di casa” alla RSI; o tralasciando temi ed eventi che esulano dagli interessi (legittimi ma non esaustivi) del produttore o del redattore di turno.

Non è questo lo spazio per esemplificare. E del resto il nostro giornale non è secondo a nessuno per l’attenzione critica che riserva quotidianamente ai programmi radiotelevisivi, non solo ma anche della RSI. Un interrogativo, per concludere, a proposito dei sondaggi: e se l’ultimo, che dava in Ticino un testa a testa tra favorevoli e contrari, avesse smosso le acque nello stagno dell’astensionismo, mobilitando al voto qualche coscienza assopita (“sta a vedere che qui mi tirano via la televisione”)? La partecipazione molto alta (65%) lo comproverebbe.

 

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