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Carlo Croci ci apre gli occhi

18.12.2017 - aggiornato: 19.12.2017 - 11:26

L'editoriale di GianMaria Pusterla in merito all'annuncio del ritiro del sindaco di Mendrisio e alle differenze del suo modo di far politica rispetto a quello oggi più in voga.

© Foto Crinari

di GianMaria Pusterla

 

C’è almeno una motivazione, tra quelle che sabato hanno indotto il sindaco di Mendrisio Carlo Croci ad annunciare il suo ritiro (le dimissioni saranno ufficializzate nel mese di gennaio) che merita qualche riflessione.

Non stiamo qui a snocciolare i molti pregi che Croci ha avuto in trent’anni di vita politica locale, sulla quale ha inciso positivamente come pochi nel nostro Ticino. Nell’intervista oggi sul nostro giornale, Carlo Croci è quasi disarmante nel tratteggiare le differenze del far politica a lui peculiare rispetto a quello oggi più in voga.

Questi tempi di digitalizzazione e di social media hanno sì fatto diventare la politica ancora di più alla portata di tutti i cittadini (e questo è un bene), ma hanno snaturato o comunque del tutto modificato il processo democratico nella costruzione delle decisioni politiche e nella realizzazione dei progetti politici, così come nella percezione del lavoro dei politici. Quasi che l’informazione martellante (nel senso che può arrivare ab initio a tutti) sui social e sui media sia già di per sé il raggiungimento dell’obiettivo politico. Che poi la “promessa” non venga mantenuta, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare soprattutto in politica e soprattutto in una nazione retta dalla concordanza, oggi non sembra importare più a nessuno.

È difficile per un politico che è abituato - sulla base magari anche di un’intuizione - a costruire un progetto e a definire l’impostazione attraverso la quale fare questo progetto (cercando l’appoggio e il consenso di una solida maggioranza di intenti all’interno del gremio comunale), snaturarsi sino a inserirsi nella logica dei commenti su facebook o di certe “notizie” su siti e giornali. Modalità che peraltro non assicurano di fare il passo successivo, ossia mettere in cantiere un’opera o prendere una determinata decisione.

L’apparire, che tutto ammanta e che tutti ammalia, non è nel bagaglio politico di Carlo Croci. Non lo dovrebbe essere, a ben guardare, per nessuno. Purtroppo però il mondo va così. Occorre incanalare anche in queste nuove modalità il senso del fare politica. Che poi sia più difficile riuscire a fare il bene comune, perché le “sparate” solitamente lisciano il pelo solo a una determinata parte della comunità, è ancora un altro discorso.

Carlo Croci con le sue future dimissioni ci mette di fronte a questo cambiamento. Senza dare un giudizio di valore, ma tirando le sue conclusioni. Anche in questa circostanza, a ben guardare, ci aiuta a capire determinati mutamenti: dove sta andando la politica? È davvero questa l’unica direzione praticabile? È ineludibile? Si possono trovare contromisure? 

 

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