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Come potrà cambiare la SSR-RSI

12.02.2018 - aggiornato: 12.02.2018 - 18:20

Nel suo editoriale Claudio Mésoniat inquadra meglio gli aspetti critici sulla posta in gioco il 4 marzo con la votazione sull'iniziativa "No Billag". 

© Ti-Press / Gabriele Putzu

di Claudio Mésoniat

 

Una pioggia, quasi noiosa, di proclami anti No Billag si è rovesciata sul dibattito che invade ormai ogni conversazione, non solo sui media ma anche tra parenti e amici, in Ticino come in tutta la Svizzera. Segno che la gravità della posta in gioco il 4 marzo è avvertita come tale dai più. Nei sondaggi il vento sembra cambiato, ma… questa volta non ci sono gli algoritmi di Pietro Pisani che possano svelarci quanti cittadini orientati in realtà a votare “sì” (“perché -poche storie- io risparmierei 450 franchi”) si celino dietro un “no” diplomatico e corretto (per non fare la figura di chi sottoscrive il licenziamento di mille persone nel solo Ticino). E allora? Si fa fatica in questo momento a muovere critiche e suggerire cambiamenti alla SSR. Come ha scritto la sempre saggia signora De Viso sul GdP, la No Billag è una pessima soluzione: per curare il malato gli si pratica l’eutanasia. E per noi svizzero italiani, va ridetto, contribuire al successo dell’iniziativa sarebbe una triste, assurda zappata sui piedi (come argomentato nel nostro editoriale del 29 dicembre). Proviamo tuttavia a inquadrare meglio gli aspetti critici.

L’iniziativa è nata in ambienti, quelli di una certa destra politica nazionale, che ostentano nella facciata il costo eccessivo del canone ma in realtà sono mossi da un preciso fastidio per la tendenziosità di molti programmi e per il DNA politico-culturale di buona parte dei giornalisti che li confezionano (la SSR come “covo di progressisti”). Il problema del canone e, dunque, del gigantismo dell’apparato della televisione pubblica esiste. Ma mi sembra, e su questo potrei scommettere, che tanto le autorità politiche quanto i dirigenti attuali della SSR siano seriamente intenzionati a sgonfiare il pachiderma (nel tempo, senza bagni di sangue o con metodi stupidamente inumani) e a renderlo meno costoso. 

Resta la questione del pluralismo, che nella SSR, all’inverso del suo corpaccione, sembra affetto da nanismo. C’è del vero anche qui. Ma bisogna mettere a fuoco la faccenda, a scanso di deragliare verso uno stolto Berufsverbot. Un recente sondaggio, non so quanto attendibile, quantifica attorno al 70% i giornalisti SSR che si dichiarano politicamente “a sinistra”. 

E se anche fosse? Il punto è che il giornalista, di sinistra o non di sinistra, faccia il proprio lavoro da serio professionista, aperto a 360° sulla realtà e accanitamente fedele al mandato pubblico. Ovvero, appassionato al pluralismo e al dialogo tra fedi, culture e visioni politiche diverse (comprese quelle “populiste”), sempre muovendo da una forte conoscenza e dal rispetto del patrimonio culturale della sua terra e della sua storia, che non è pietrificato ma deve rinnovarsi sempre. Può esistere un tale giornalista anche “di sinistra”? Eccome: ne sono stato testimone durante i miei 30 anni in RSI; forse un po’ raro -ancora…- ma esiste. Oppure vogliamo procedere come il premier israeliano Netanyahu, che in pochi mesi ha chiuso la radio-tv pubblica (che definiva “nido di goscisti”) licenziando 1000 dipendenti per poi riassumerne 400 con criteri -sulla carta- da bilancino partitico, alla manuale Cencelli*? Buona fortuna. 

A noi pare più interessante la promozione di un giornalismo che butti al macero i dogmi del “politicamente corretto”, per puntare su quella serietà e qualità professionale che abbiamo appena descritto. Occorre un processo di auto-trasformazione dall’interno, che l’istituzione SSR, insieme agli apparati politici di vigilanza, dovrà favorire con ogni mezzo, dalla formazione alle assunzioni; con la consapevolezza che, oltre alle capacità, i criteri orientativi devono riguardare più le aree e le sensibilità culturali che non le appartenenze partitiche. Sarà infine decisivo un risveglio dell’opinione pubblica e una sua costante attenzione critica alla qualità e al reale pluralismo dei programmi SSR-RSI. Pubblico critico, non pregiudizialmente ostile, ma neppure supino consumatore di panem et circenses.

 

*Leggendario meccanismo secondo il quale, nei governi della Prima Repubblica italiana, si assegnavano ruoli e poltrone  in base alla pura forza elettorale di partiti e correnti.

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