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Il caso particolare della Sicilia

07.11.2017 - aggiornato: 07.11.2017 - 15:04

TACCUINO ITALIANO - Il commento di Robi Ronza dopo il voto per l'elezione del presidente: "Resta da vedere quanto il nuovo Governo saprà fare meglio dei precedenti".

© EPA/FRANCO LANNINO

di Robi Ronza

 

In Sicilia, dove domenica si è votato per l’elezione del presidente e del Parlamento regionale, il candidato alla presidenza della coalizione di centro-destra, Nello Musumeci, ha vinto (a scrutinio praticamente concluso) con il 39,9% dei voti. Seguono il candidato del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancelleri (con il 34,6%) e del Pd, Fabrizio Micari (con il 18,6% dei voti). Tanto più considerando che il Governo regionale uscente era di centrosinistra, la sconfitta di quest’area è grave. La somma dei voti di Fabrizio Micari e di Claudio Fava, candidato del partito dei dissidenti del Pd guidati da D’Alema e da Bersani, è infatti attorno al 25%. Se anche fosse rimasto unito il Pd sarebbe insomma arrivato terzo.

In Sicilia vige il voto disgiunto, ossia si può votare come presidente anche un candidato a tale carica espresso da una coalizione di partiti o da un partito diversi da quella cui appartiene il candidato che si vota come membro del Parlamento regionale. Resta quindi da vedere su quale maggioranza parlamentare il neo-eletto presidente Nello Musumeci potrà contare. 

Come al solito da ieri troppi commentatori si precipitano a ricavare dall’esito delle votazioni in Sicilia presagi riguardo a quelle per il rinnovo del Parlamento nazionale italiano, in programma nella primavera dell’anno prossimo. Sarebbe più prudente evitarlo perché per molti motivi quello della Sicilia – dove tra l’altro domenica scorsa la maggior parte degli elettori, il 53,23%, non ha partecipato alla votazione - è un caso molto particolare

Prima regione per estensione (25.711 chilometri quadri) e quarta per numero di abitanti (poco più di 5 milioni, ossia circa la metà di quelli della Lombardia), la Sicilia è per vari aspetti un caso a sé. Non solo infatti è una Regione con particolare autonomia, ma il suo speciale statuto, sancito il 15 maggio 1946 con decreto dell’allora Luogotenente del Regno, Umberto di Savoia, ha un’origine e una forza del tutto particolari. Precede infatti la stessa Repubblica Italiana la quale nacque quindici giorni dopo, il 2 giugno 1946. La Regione Siciliana - è questo il suo nome ufficiale - venne istituita insomma quando l’Italia era ancora un Regno, ma senza più il re poiché Vittorio Emanuele III da poco aveva abdicato, e mentre ci si avvicinava al referendum che poi ne segnò la fine. 

A pochi mesi dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale, e mentre forze armate americane presidiavano ancora l’Italia, il motivo di tanta urgenza fu la preoccupazione di frenare la spinta al distacco della Sicilia dal resto del Paese: una spinta che Washington vedeva allora di buon occhio e che trovava aperto sostegno in America nella numerosa comunità dei siculo-americani, ove tra l’altro la presenza della mafia era inevitabilmente forte. In tale difficile frangente lo Stato italiano si affrettò ad accettare, per così dire a scatola chiusa, uno speciale statuto d’autonomia che era stato approvato da un’assemblea, la cosiddetta Consulta Regionale Siciliana, composta di rappresentanti non eletti di associazioni, sindacati, organizzazioni dell’economia privata e partiti politici. La neonata Repubblica fece poi della Sicilia la prima delle sue cinque “Regioni a statuto speciale”. Le altre sono la Sardegna, la Val d’Aosta/Vallée d’Aoste, il Trentino-Alto Adige/SüdTirol e il Friuli-Venezia Giulia.

Anche se poi non tutta la sua autonomia è stata realmente attuata, i poteri di cui a norma del suo statuto gode la Regione Siciliana sono specialissimi e unici nel contesto italiano. Ha tra l’altro ha competenza esclusiva (cioè le leggi statali non hanno vigore nella regione) su una serie di materie, tra cui beni culturali, agricoltura, pesca, enti locali, ambiente, turismo, polizia forestale.

Storicamente si deve dire che la Sicilia ha fatto pessimo uso della suo così esteso autogoverno, diventando il principale argomento che in Italia i sostenitori del centralismo adducono a favore della loro causa. La ragione principale di tale fallimento sta nell’autonomia senza responsabilità che caratterizza lo statuto siciliano. In forza di esso da un lato la maggior parte del gettito delle imposte riscosse sul suo territorio resta alla Sicilia, ma nel medesimo tempo “a titolo di solidarietà nazionale” ogni anno lo Stato italiano è tenuto a versarle “una somma da impiegarsi, in base a un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici”. Tale somma “tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale”. Non avendo lo Stato italiano alcun diritto di verificare la capacità ovvero la volontà o meno della Regione di raccogliere effettivamente le imposte che potrebbe raccogliere, questo meccanismo – che finora nessuno ha osato toccare - ha avuto e ha effetti perversi. 

Resta da vedere quanto il nuovo Governo regionale siciliano saprà fare meglio di quelli che lo hanno preceduto. Sin qui infatti nessuno è riuscito a risanare una Regione che, come dicevamo, da quando è nata non ha mai dato buona prova di sé.

 

 

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