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La meteora che diventa una stella

08.05.2017 - aggiornato: 08.05.2017 - 15:47

Emmanuel Macron all'Eliseo da centrista radicale sfida l'euroscetticismo dilagante e propone un liberalismo positivo. Il commento di Luigi Geninazzi.

© EPA

di Luigi Geninazzi

Se è vero, come diceva De Gaulle, che «l’elezione presidenziale rappresenta l’incontro tra un uomo e un popolo», nel caso di Emmanuel Macron viene spontaneo notare che si tratta dell’incontro tra un uomo estremamente fiducioso in se stesso e un popolo che vive in uno stato di diffidenza reciproca tra vincenti e perdenti della globalizzazione. La vittoria di colui che si presenta come il campione dell’ottimismo è netta, ma occorre prendere atto che per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica un votante su tre si schiera con l’estrema destra rappresentata da Marine Le Pen, segno che la rabbia dei “petis blancs” impoveriti ed emarginati è ormai tutt’uno con le posizioni xenofobe e anti-europeiste più accese. Non è diventata maggioranza, ma è preoccupante che in quindici anni abbia raddoppiato i consensi. La vera grande rivoluzione sarà quella di riconciliare l’una e l’altra Francia, ascoltando «la collera, le ansietà e i dubbi» dei cittadini, come ha promesso Macron nel suo primo discorso da neo-presidente dove era implicito il riferimento non solo ai voti andati a Marine Le Pen ma anche all’accresciuto numero di astensioni e di schede nulle e bianche. 

Per l’Europa in affanno è l’ultima chance che si presenta con i modi gentili di un trentanovenne ambizioso e audace, entrato nel cielo della politica con la velocità di una meteora e giunto al vertice del potere in modo fulmineo. È il più giovane leader dai tempi di Napoleone, al comando di una forza politica il cui nome, “En Marche!”, richiama la metafora militare cara al generale corso oltre che riprendere le proprie iniziali, sigillo di un movimento creato su sua misura esattamente un anno fa.  Macron ha bruciato tutte le tappe approfittando delle divisioni e degli errori dei partiti tradizionali e destreggiandosi  tra appelli contro il sistema e appoggi da parte dell’establishment. Oltre la destra e la sinistra si proclama un “centrista radicale”, sfida l’euroscetticismo dilagante chiedendo non meno ma più Unione Europea, propone un liberalismo positivo che sappia coniugare flessibilità e protezione sociale, libertà e uguaglianza, crescita e solidarietà.

Insomma, la quadratura del cerchio. Esercizio arduo nel Paese della grandeur che soffre della sindrome del declino, con un rapporto debito Pil che sfiora il 100%, una disoccupazione cronica,  una spesa pubblica record, un mercato del lavoro rigido ed un sistema pensionistico del secolo scorso, in un contesto sociale di progressivo impoverimento e di crescente insicurezza per la minaccia del terrorismo islamista radicato nelle periferie degradate. E poi c’è la grande sfida dell’Europa che Macron vuole rifondare incominciando dall’integrazione economica che dovrebbe essere affidata ad un super-ministero della UE. Soprattutto dovrà far dimenticare il quinquennio tragico e impopolare di Hollande, con cui però condivide l’idea di allargare i cosiddetti “nuovi diritti” fino a teorizzare la necessità per la Francia di “essere all’avanguardia  in materia di etica sociale”. È il lato inquietante del macronismo, un oggetto ancora misterioso che è atteso alla prova dei fatti. C’è ancora un’elezione alle porte, riguarda l’Assemblea nazionale che sarà scelta fra un mese e vedrà il riposizionamento dei partiti tradizionali a scapito del movimento “En Marche!”, con il rischio di una maggioranza parlamentare difforme da quella presidenziale. Sarà la prima di tante battaglie che dovrà affrontare il Napoleone del XXI secolo, nella speranza che sappia evitare una nuova Waterloo per la Francia e per l’Europa.

 

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