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Ma la Lombardia non è proprio la Catalogna

05.10.2017 - aggiornato: 23.10.2017 - 08:44

TACCUINO ITALIANO - Robi Ronza spiega le enormi differenze che ci sono tra il referendum in Catalogna e quelli in programma in Lombardia e Veneto il 22 ottobre.

© Foto dal web

di Robi Ronza

 

La prossimità nel tempo tra il referendum dello scorso 1° ottobre per l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna con tutto ciò che ne è seguito, e i due referendum in programma in Lombardia e Veneto il 22 ottobre prossimo, sta causando degli equivoci ingiustificati. Si tratta in realtà – è bene precisarlo subito – di eventi del tutto diversi.

In Catalogna si è fatto un referendum non previsto dalla vigente Costituzione spagnola, e dichiarato illegale dalla Corte costituzionale del Paese, nel quale si chiedeva ai catalani se vogliono o no l’indipendenza dalla Spagna. In Lombardia e in Veneto si faranno invece dei referendum consultivi per domandare agli elettori se sono d’accordo sull’idea di chiedere a Roma “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” a norma dell’articolo 116 della Costituzione vigente. Sono referendum non richiesti dall’ordinamento: i Governi e i Parlamenti regionali italiani non avevano affatto bisogno di un voto popolare per prendere tale iniziativa. 

È solo per darle maggior peso che a Milano e a Venezia si è deciso di chiamare il popolo al referendum. Ed è per lo stesso motivo che i due Governi regionali si sono accordati perché le due consultazioni popolari, che de jure non hanno alcun nesso tra loro, si svolgessero nel medesimo giorno. Diversamente dal caso della Catalogna, la posta in gioco non ha niente di rivoluzionario. Non solo perché è del tutto legale, ma anche perché le “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” che l’art. 116 consente sono in sostanza poca cosa. Riguardano “le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s)”, ovvero segmenti di materie che per tutto il resto rimangono comunque in mano allo Stato. Nell’ordinamento italiano infatti solo lo Stato, ossia il potere centrale, ha competenze esclusive. In Italia le Regioni hanno soltanto competenze “concorrenti” che si attuano all’interno di un quadro definito e controllato dal potere centrale. Non c’è niente di paragonabile alle sovranità dei Cantoni, e in certi Cantoni anche dei Comuni, in una realtà federale come la Svizzera. 

Sulla carta la Lombardia e il Veneto non hanno poi molto da ricavare dalla maggiore autonomia in ballo con i referendum regionali del 22 ottobre possano. Questo però non toglie nulla al loro peso propriamente politico. I due presidenti leghisti che li hanno promossi, il lombardo Roberto Maroni e il veneto Luca Zaia, sanno bene che il loro oggetto reale non sono le modeste ulteriori competenze ottenibili a norma dell’art. 116 della Costituzione. La gente andrà a votare pro o contro l’autonomia in genere, e si prevede che i “sì” saranno la larghissima maggioranza. È una prospettiva che sta provocando inattesi contraccolpi. Persino il Partito Democratico di Matteo Renzi, che in sede nazionale è contrario, in Lombardia si schiera per il “sì”; e così Forza Italia, che non si è mai detta contraria, ma volentieri ne avrebbe fatto a meno.

Paradossalmente è pure molto scarso il sostegno che viene ai due referendum dalla Lega Nord, il partito di Maroni e di Zaia, che il suo attuale leader Matteo Salvini sta cercando di trasformare in un partito neo-nazionalista sul modello del Front National francese.  Con i suoi circa 10 milioni di abitanti e con circa un quarto del prodotto nazionale lordo la Lombardia ha in Italia un peso socio-economico decisivo cui finora non ha mai corrisposto un proporzionato peso politico. Dal punto di vista socio-economico il Veneto pesa meno della metà, ma è politicamente assai più attivo. C’è perciò chi pensa al “Lombardo-Veneto”  (come talvolta si usa dire rievocando il governo congiunto che i due territori avevano al tempo della dominazione austriaca), come al luogo da cui potrebbe venire quella spinta all’urgente ammodernamento dello Stato italiano che sin qui è purtroppo mancata. Dall’esito dei due referendum del 22 ottobre prossimo, e dal loro riflesso sulla situazione politica italiana, capiremo quanto tale prospettiva sia realistica.

 

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