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Non si sa mai da che parte stare

27.01.2017 - aggiornato: 27.01.2017 - 16:00

L'editoriale di Paolo Galli sulla vittoria di Roger Federer contro Wawrinka. È come una pallina da tennis, che passa da una parte all'altra del campo: difficile scegliere. 

© EPA/MADE NAGI

di Paolo Galli

Un momento ci viene da tifare per Federer, quindi, quello successivo, per Wawrinka. Un po’ come seguendo una pallina, che vola da una parte all’altra del campo. Quando Federer sembra avere il sopravvento con troppa facilità, pensiamo a Wawrinka, dall’altra parte; lo vediamo tutto serio, corrucciato, sull’orlo del baratro, annichilito di fronte a Sua Maestà. La simpatia, in quei frangenti, è tutta dalla sua.

Sì, perché Federer è comunque Federer, anche senza bisogno della nostra spinta – ha pur sempre la nostra gratitudine, su per giù eterna – Poi però Wawrinka a un certo punto prende coraggio, alza la cresta, sposta tutta l’inerzia dell’incontro, se la trascina sulle sue possenti spalle. Ma come? Oh, ma questo non doveva essere il momento del grande ritorno di Federer? Accidenti, pensiamo, certo che questa sarebbe stata una grande occasione per lui, di trovare quel benedetto diciottesimo sigillo. Con fuori Murray, con fuori Djokovic; proprio Wawrinka... Il magone prende il sopravvento, pensando che in fondo, massì, dai, Stan ne ha già vinti tre di Slam: quanti possono dire altrettanto? Come se diciassette, per quello, non bastassero, ma per questo tre sì, bastano.

In mezzo a tutte queste riflessioni, Federer un po’ per caso piazza il break, ricordandoci che nel tennis l’inerzia conta, ma soltanto fino a un certo punto, che è relativa, molto relativa. Vince lui. Wawrinka lo saluta, gli fa gli auguri, trova la forza per qualcosa che somiglia a una carezza, ricambiata. Ha vinto Federer e noi siamo contenti. Vediamo Wawrinka uscire dal campo: c’è questa cosa, che lo sconfitto se ne va da solo, la telecamera lo accompagna, ne diffonde la tristezza. Che diventa anche nostra. Che confusione di sentimenti, con questi due fenomeni.

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