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Ogni papà è anzitutto un figlio

19.03.2018 - aggiornato: 28.03.2018 - 22:01

Le riflessioni di Marco Squicciarini in occasione della Festa di San Giuseppe: "Oggi è una festa grande. Nessuno ne è escluso: padri, mariti, figli, mogli".

© Ti-Press / Samuel Golay

di Marco Squicciarini

 

Conservo a casa, alcuni in uno stato decrepito, almeno una ventina di lavoretti per la festa del papà. È così ad avere cinque figli e a vivere in un paese che continua a sottolineare la dignità di questa festa fermando la società civile. Oggi è una festa grande. Nessuno ne è escluso: padri, mariti, figli, mogli (in una di queste categorie dobbiamo riconoscerci). 

Parlare della festa del papà significa guardare a San Giuseppe. Ma spendere parole per un uomo che, così ce lo presentano i Vangeli, sembra non averne proferita nemmeno una, scrivere su un testimone della fede luminoso e potente per il quale per duemila anni illustri Santi, Papi e dottori hanno speso insegnamenti e dispensato riflessioni teologiche che a leggerle vengono i brividi, non è cosa semplice. Un Santo la cui potenza era così chiara a Santa Teresa d’Avila da farle scrivere senza ombra di dubbio “Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta.” Dall'autobiografia di Santa Teresa d’Avila (Vita, VI, 5-8).

Non posso e non voglio arrampicarmi su strade che non mi appartengono (anche se la lettura della Redemptoris Custos di San Giovanni Paolo II è stato un regalo sorprendente grazie a questa occasione) e preferirei dire qualcosa a partire dalla mia esperienza quotidiana. Ma anche così, il compito resta arduo, perché San Giuseppe ha mostrato chi è nelle questioni più urgenti e personali della vita: l’identità, la vocazione, l’educazione. Questioni grosse, non c’è che dire, che urgono nella vita di ogni persona.

Sono marito, padre, educatore di professione. Dietro ognuna di queste parole c’è una sfida aperta e appassionante. La festa odierna, grazie al suo Santo, illumina tutti questi aspetti e smaschera un equivoco che, mi pare, è di tutti. Anzitutto Giuseppe parla a tutti gli sposi. “Non temere di prendere con te Maria...” (Mt 1, 20). Avrebbe avuto addirittura il diritto legale di tagliare la corda e di lasciare una situazione davvero imbarazzante. Una silenziosa e obbediente fedeltà la sua, la cui origine non può stare unicamente in uno sforzo puramente umano.

Poi Giuseppe insegna la vera paternità. Padre si diviene per vocazione. È fuorviante attardarsi su speculazioni circa la bravura, l’autorevolezza, la forza morale... Siamo chiamati da un Altro ad essere padri, ad educare, a dare un nome ai figli che ci vengono donati (“tu gli porrai nome Gesù…” Mt 1, 21). Che liberazione! Nessuno ci fa l’esame per essere dei buoni padri o madri. Semplicemente siamo chiamati ad esserlo. E possiamo commettere tutti gli errori possibili e immaginabili ma il fatto di essere chiamati fa di noi i migliori genitori per quei figli che ci vengono donati, biologici o adottivi che siano. 

Poi Giuseppe rende evidente che l’educazione è fatta di gesti, di azioni, di una presenza. Nei Vangeli questa presenza silenziosa è impressionante. Lui è lì. Educa agendo e obbedendo ad un Altro. Non parla della carità: la vive verso la Madonna e Gesù. Non dice a suo figlio “devi voler bene alla mamma”. La ama di un amore ammirato, sincero, profondo. Non spiega a suo figlio il valore sociale del lavoro. Lavora con lui, insegnandogli il suo mestiere.

Qual è il segreto di questo grande e amato papà? La forza della sua paternità sta nella sua figliolanza dal Padre. La forza di San Giuseppe sta nel suo essere figlio. Giuseppe è il Santo Patrono di tutti noi. In un abbraccio (lo stesso che ha tenuto in braccio il Figlio di Dio!) che da duemila anni ci raggiunge con la sua tenerezza infinita, San Giuseppe ci protegge e ci illumina. E dice ad ogni papà della storia: non dimenticare che sei, anzitutto, figlio!

 

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