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Un pontefice con lo stile di Gesù

27.03.2017 - aggiornato: 27.03.2017 - 15:30

"Francesco è venuto a Milano non per ricevere onori, ma per incontrare la gente più povera e dimenticata". Il commento del vescovo emerito Grampa sulla visita del Papa.

© L'Osservatore Romano/Pool Photo via AP
© AP Photo/Luca Bruno

di mons. Pier Giacomo Grampa

«Segue lo stile di Gesù, per questo è amato», così il cardinale di Milano, Angelo Scola, presentando la visita di papa Francesco alla sua diocesi.
Lo stile di Gesù: cioè uno stile di semplicità, concretezza, di immediatezza, di condivisione, di accoglienza, di ascolto, di bontà misericordiosa e al tempo stesso di coraggiosa denuncia dei mali del mondo. Niente tappeto rosso, papa Francesco è venuto a Milano non per ricevere onori, ma per incontrare la gente soprattutto più povera, emarginata, sofferente, dimenticata.

Così la prima tappa fu in un quartiere di periferia, alle Case Bianche di via Salomone, simbolo di degrado e di disagio, miscela di culture diverse e di provenienze emarginate: famiglie rom, islamici, rifugiati, immigrati, vittime di abusivismo, spaccio, violenza e minori a rischio. Come Gesù quando dice: «Non sono venuto per i sani, ma per i malati», e si immergeva nella folla dei diseredati del suo tempo e del suo paese. Presentandosi papa Francesco disse con disarmante semplicità: «Vengo a voi come sacerdote!». E fra i presenti c’era anche nel gruppo dei malati il cardinale emerito di Milano Dionigi Tettamanzi. 

Ho visto lo stile di Gesù anche nell’incontro in Duomo con migliaia di presbiteri, religiosi, religiose, consacrati, con i quali il Papa ha voluto intrattenere un dialogo. Papa Francesco è stato il quarto Pontefice ad entrare nel Duomo di Milano, dopo Martino V che nella terza domenica di ottobre del 1418 consacrò l’altare in un edificio ancora non terminato, e dopo di lui dobbiamo attendere San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Non vi ritornarono invece Pio XI e Paolo VI, che della Diocesi di Milano furono Arcivescovi.

Nessuna celebrazione ufficiale, ma il colloquio del Padre con i figli impegnati della chiesa ambrosiana, nel cui cuore, la chiesa cattedrale, Francesco si è posto in ascolto prima di portare il suo messaggio, dopo una sosta personale nello Scurolo di San Carlo davanti al corpo del Patrono. Un presbitero, un diacono e una religiosa hanno posto le domande alle quali il Papa ha risposto, affrontando il tema delle sfide della secolarizzazione e dell’irrilevanza della fede dentro l’evoluzione di una società sempre più plurale, multietnica, multireligiosa e multiculturale.

Al Papa non interessa rispondere alle domande astratte che gli furono poste da ecclesiastici importanti circa l’esistenza o meno di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi, ma ridare fiducia e conforto, portare salvezza agli uomini che Dio ama nonostante il loro peccato, sullo stile di Gesù. E le sue risposte concrete e positive hanno offerto indicazioni apprezzate dall’uditorio, sottolineando che la Chiesa è una, ma in un’esperienza multiforme. È questa la ricchezza della Chiesa, un Vangelo solo, ma quattro evangelisti diversi: questa diversità è una ricchezza. Purché non si confonda pluralità con pluralismo. Uniformità e pluralismo non vengono dallo Spirito Santo; pluralità e unità invece vengono dallo Spirito Santo. Per capire questo occorre formare al discernimento, tema tanto caro e spesso ricorrente nel magistero del Pontefice, come nell’insegnamento di Gesù, che invitava a saper leggere i segni dei tempi.
Dopo l’Angelus in piazza, Francesco si è recato nel carcere di San Vittore. Per la prima volta un Papa è entrato in San Vittore: «Ero prigioniero e mi avete visitato», questo è il comandamento che salva! Una visita senza formalità, con lo scopo di incontrare il maggior numero di persone, senza il filtro dell’organizzazione, ma per un incontro di anime, da uomo a uomo, con cui condividere un menù meneghino: un piatto di risotto e cotoletta, uguale per tutti, per non creare privilegi

Proprio come Gesù, quando, risorto, chiede ai suoi: «Avete qualcosa da mangiare?», e siede a mensa con loro. Alla Messa nel Parco di Monza, dove ho visto con gioia sventolare una bandiera svizzera, il messaggio fu: «Milanesi sì, ambrosiani, certo, ma parte del grande popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico, questa è una delle nostre ricchezze». Unità nella pluriformità. Al termine della celebrazione commosso il grazie del cardinale Scola che comunicò la messa a disposizione da parte della Diocesi di 50 appartamenti ristrutturati per i più bisognosi. Quindi a conclusione dell’intensa giornata milanese l’appuntamento allo stadio Meazza di San Siro, accolto da decine di migliaia di ragazzi. Anche qui sullo stile di Gesù: «Lasciate che i piccoli vengano a me!». Tema scelto per l’incontro: “la gioia”, la gioia di essere cristiani, di seguire il Vangelo, di percepire la coralità dell’esperienza cristiana. Con due indicazioni preziose: la prima sulla globalità della proposta educativa fatta d’intelligenza, di cuore e di mani. La seconda un impegno chiaro e deciso contro il bullismo. Sentire gridare il sì alla lotta al bullismo è stata esperienza da brivido. Non siamo pochi, se sapremo annunciare e vivere il Vangelo sullo stile di Gesù come papa Francesco!
 

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