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Cortocircuito tra cittadini e politica

22.02.2018 - aggiornato: 22.02.2018 - 17:35

La Legge di applicazione di "Prima i nostri" è stata affossata dal Legislativo. Nel suo editoriale Alessandra Zumthor affronta il problema del fossato tra chi vota e chi rappresenta.

© Ti-Press / Samuel Golay

di Alessandra Zumthor

 

Prosegue la serie di cortocircuiti fra le scelte dei cittadini elettori e la politica chiamata a rappresentarli. L’ultimo si è consumato ieri sera, alle battute finali della tre-giorni di sessione di Gran Consiglio, nella seduta fiume dedicata all’approvazione della legge d’applicazione di “Prima i nostri”. Un anno e mezzo fa, il 25 settembre 2016, l’iniziativa era passata con percentuali che non lasciavano dubbi: 58% di sì per la preferenza indigena dei lavoratori, 40% circa i no. Tutta questa chiarezza è andata a infrangersi, ieri sera, su un voto altrettanto chiaro del Legislativo cantonale: per 44 deputati contro 32 (e due astenuti) “Prima i nostri” non è concretizzabile. “Sa po mía” insomma, per riprendere il nostro titolo in pagina. E non è una sorpresa: già all’indomani del voto scrivevamo su queste colonne che il 25 settembre sarebbe stato il personale “cantiere del 9 febbraio” del Ticino. E, come da più parti si denuncia che il compromesso trovato a livello federale sul 9 febbraio scontenti tutti (e l’UDC in particolare, per rifare chiarezza, ha lanciato una nuova iniziativa anti-immigrazione), in Ticino, ancora più drasticamente, il Parlamento di Bellinzona dice ai cittadini che il loro voto semplicemente non può diventare realtà (a parte il settore pubblico, dove di fatto “Prima i nostri” rappresenta la codificazione legislativa di una preferenza indigena già messa in pratica da anni).

Ma qual è il punto della situazione? A prescindere dallo schieramento politico all’origine dell’una o dell’altra iniziativa, il problema è che non accenna a fermarsi l’allargamento del fossato fra chi vota e chi rappresenta (o meglio: dovrebbe rappresentare) i votanti in politica. Un fossato, un cortocircuito appunto. E i rischi sono gravi: da una parte una crescente disaffezione nei confronti della politica (a partire dai giovani, dal loro impegno come cittadini votanti), dall’altro la possibilità che la frustrazione di chi vede il proprio voto continuamente disatteso si riversi sempre più sulle formazioni estremiste. La classe politica dovrebbe interrogarsi seriamente su questi rischi di deriva: è il momento, a nostro avviso, di lavorare sodo per riprendere un filo diretto coi cittadini. Perché “prima i nostri”, per chi è in politica, sono (dovrebbero essere) prima di tutto loro.  

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