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Dal LAC salendo ai mont

22.02.2017 - aggiornato: 22.02.2017 - 13:18

L'editoriale di Claudio Mésoniat sul finanziamento degli impianti di risalita in Ticino. Senza queste strutture "le nostre valli sprofonderebbero in una desolazione ancor più profonda".

© Keystone

di Claudio Mésoniat

 

In un territorio cantonale fatto all’80% di valli e montagne, il futuro sempre pericolante di queste regioni non è questione secondaria. Men che meno lo è per questo giornale, che sin dalle sue origini ha un occhio di riguardo per le nostre valli. Torna d’attualità il tema degli impianti di risalita in Ticino. Nei prossimi mesi Governo e Parlamento dovranno valutare se e come continuare a finanziare queste strutture.

Lo squillo di tromba, a inizio gennaio, l’ha suonato laRegione con un fondo del direttore (e la RSI se ne occuperà domani sera in “Falò”). Caratti rispolvera uno studio commissionato dieci anni fa da Laura Sadis a una ditta grigionese, la grischconsulta. Quel “Rapporto sugli impianti di risalita” fece discutere, anche perché qualcuno osservò che sarebbe stato forse più opportuno assegnare la perizia a una ditta non insediata in un Cantone, il Grigioni, turisticamente in concorrenza con il nostro. Ma non è certo questo il tallone d’Achille dello studio grigionese (datato 2008). 

Il punto è che gli esperti di grischconsulta si limitarono a mettere nero su bianco un semplice sillogismo: gli impianti ticinesi non riescono ad autofinanziarsi e sul loro futuro, anche a causa del riscaldamento climatico, si addensano nubi oscure (ma poco gravide di neve… purtroppo); ergo, a che pro mantenere in vita a suon di milioni strutture cronicamente deficitarie? Argomento semplice, ma gravemente semplicistico. L’aspetto strettamente finanziario è solo uno dei fattori in gioco. Ci sono aspetti economici e sociali cruciali per le regioni montane dell’Alto Ticino e del Locarnese.

A ragionare, ci invita un economista che è stato per anni responsabile dell’Ufficio cantonale Regioni di montagna. Tarcisio Cima se ne intende, dunque, e ha geneticamente a cuore le nostre valli (è un demerito? A noi non pare; come non fu certo elettoralistico l’atteggiamento di quei colleghi della signora Sadis -Pedrazzini e Gendotti -, nonché della maggioranza dei granconsiglieri, che a suo tempo non si fecero incantare dai pifferai di grischconsulta). «Perché una piscina comunale -si domanda Cima nell’intervista che trovate all’interno del GdP-, che non chiude sicuramente i suoi bilanci in pareggio, può essere finanziata, mentre un impianto di risalita deve essere in grado di coprire tutti i suoi costi, compresi quelli del suo investimento iniziale?».

Come piscine e altre strutture sportive (per non parlare di quelle ricreative e culturali) che nel Cantone vengono sostenute con denaro pubblico, anche gli impianti di risalita hanno una funzione turistico-ricreativa importante, i cui fruitori sono soprattutto cittadini degli agglomerati (famiglie e giovani, in particolare, anche attraverso le scuole). Se poi guardiamo al valore economico-sociale degli indotti (pensiamo solo alla miriade di case di montagna sorte o ristrutturate in località come Carì o Bosco Gurin), ci accorgiamo che senza l’ancora di quegli impianti le nostre valli sprofonderebbero in una desolazione ancor più profonda.

Due domande, per concludere. I costi sono eccessivi? Cima snocciola cifre eloquenti: in 25 anni abbiamo investito 100 milioni per tenere in vita gli impianti di risalita (investimenti sostenuti per circa un terzo da privati). Inevitabile il raffronto con i 250 milioni investiti dall’Ente pubblico soltanto per far nascere la splendida (senza ironia) creatura del LAC. Chiaro, non saranno i microscopici Comuni montani a poter sopportare gli impegni per cabine e sciovie. Ma il nostro Paese non affonda forse le sue radici nella solidarietà tra borghi e valli, tra Comuni e Cantone?

Sonni tranquilli dunque (è la seconda domanda) per chi gestisce gli impianti di risalita? Certamente no, quantunque vi siano state annate “fortunate” –anche in quest’ultima decade, global warming permettendo– in cui piccole strutture come quella del Nara hanno pareggiato i conti. Ma la vocazione esclusivamente invernale delle nostre stazioni va rimessa in discussione. Certo, non tutte possono riconvertirsi alla bella stagione, come al Tamaro si è fatto con successo. Si tratterà di differenziare e arricchire l’offerta. Anche per chi abbia vocazione essenzialmente invernale.

Ma i cantieri sono già da tempo aperti.
 

 

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