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Due notizie positive dall'Europa

30.12.2017 - aggiornato: 30.12.2017 - 18:00

Guardando al 2018, Gregorio Schira nel suo editoriale pone l'accento su due aspetti che avevano messo a dura prova l'Europa, che ora però appare un po' meno in difficoltà.

© Foto dal web

di Gregorio Schira

 

Quella che si appresta ad entrare nel 2018 è un’Europa che - per lo meno su alcuni fronti - per una volta appare un po’ meno in difficoltà. Ci riferiamo in particolare a due aspetti che nel corso dell’anno precedente l’avevano invece messa a dura prova: il fenomeno migratorio e la minaccia jihadista.

Sul fronte politico, è vero, l’Unione continua a vacillare (il feuilleton della Brexit, giusto per citarne uno, è soltanto ai primi capitoli). Su quello dell’identità poi… è più persa che mai (ci si continua a muovere in ordine sparso, senza trovare misure comuni realmente efficaci ed efficienti, e soprattutto dimentichi dei motivi che avevano spinto i padri fondatori a creare la comunità europea).

Ma se ci guardiamo alle spalle, non possiamo non notare come i due fronti di crisi (in parte forse anche legati) che maggiormente avevano messo in difficoltà i Paesi europei nel corso del 2016 (la crisi migratoria e il terrorismo) si siano appunto affievoliti.

Sulle coste italiane, francesi e spagnole sono drasticamente diminuiti gli arrivi di migranti dall’Africa. E lo stesso vale per la Grecia e i Paesi dell’Est per quanto riguarda la rotta che proviene dal Medio Oriente. Certamente la situazione in alcuni Paesi è migliorata (per quanto rimanga ancora drammatica se non tragica): in Iraq e Siria, ad esempio, la guerra “sta finendo” e molta gente sta cominciando a tornare nei propri villaggi. Ma anche le politiche messe in campo dall’Europa (in modo più o meno unitario), in particolare in accordo con la Turchia da una parte e con la Libia dall’altra, stanno facendo sì che si cerchi di aiutare la gente in fuga nei loro Paesi di provenienza, senza attendere che sbarchino sulle coste del Nord del Mediterraneo. Un impegno che certamente è soltanto all’inizio, e che non può perdere vigore. Ma che intanto sembra essersi incanalato nella giusta direzione.

Se guardiamo invece al secondo fenomeno, quello della minaccia jihadista, è evidente che gli attacchi di matrice islamista in Europa sono calati. Certo non sono mancati eventi tragici come quelli di Barcellona, di Manchester o di Londra. Ma non siamo ai livelli dell’anno precedente. Ci sono stati piccoli attentati, o attentati falliti. Ma in molti casi si è trattato di lupi solitari, non più di veri e propri commando come ci eravamo abituati a vedere. Segno, anche questo, che in certo modo la lotta al terrorismo sta portando i suoi frutti. In Europa ma soprattutto nei Paesi maggiormente interessati dal fenomeno (ecco spiegata, quindi, in parte anche la minor fuga di gente da certe zone del mondo).

Restano due considerazioni da fare, per imparare dal passato e non farci trovare impreparati per il futuro. Da una parte bisogna stare attenti all’abitudine, all’assuefazione, al déjà vu. Oggi siamo purtroppo arrivati al punto che un piccolo attentato in Europa, magari senza vittime, non fa quasi più notizia. Questo è un cattivo segno. D’altra parte bisogna stare attenti al fatto che se è vero che in Paesi come l’Iraq o la Siria l’ISIS e le altre forze jihadiste sembrano aver perso terreno, è altresì vero che si stanno moltiplicando segnali di un loro rafforzamento in Africa o in Paesi come l’Afghanistan. Occhi aperti, quindi. Non si abbassi la guardia. Perché il pericolo è sempre dietro l’angolo. Anche per l’Europa.

Per quanto riguarda invece i nostri rapporti con l’UE, beh, qui il discorso è di tutt’altro tenore e merita un approfondimento nei prossimi giorni, anche alla luce delle recenti prese di posizione dei ministri Leuthard e Cassis a proposito delle dichiarazioni UE sulla borsa elvetica.

 

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