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E Francesco tornò dal sultano

02.05.2017 - aggiornato: 02.05.2017 - 19:30

L'editoriale di Claudio Mésoniat sul viaggio del Papa in Egitto, dove ha incontrato il grande imam di al-Azhar, davanti al quale "ha fatto risuonare parole durissime contro il terrore islamista".

© EPA/L'OSSERVATORE ROMANO HANDOUT

di Claudio Mésoniat

 

Papa Francesco in Egitto ha reso ancora una volta più solare un’evidenza che dai primi minuti del suo pontificato mi aveva colpito, laggiù in piazza San Pietro sotto il balcone. Non fu tanto la cordialità poco formale del «Buonasera!». È quel che stava sotto. Sotto, dentro il suo modo di porgersi. Papa Ratzinger, con la sua dolcissima e coltissima intelligenza della fede, aveva messo a fuoco, come nessun predecessore, che l’essenza del cristianesimo non è dottrina né rito né morale ma incontro tra uomini. Che tipo di incontro? Un incontro dove l’umanità di uno dei due comunica qualcosa di imprevedibile, straordinario ma al tempo stesso così atteso e necessario da sconvolgere l’altro che, presto o tardi, dovrà chiedersi: «ma cosa c’è dentro quello sguardo, quel comportamento» di cui le parole sono solo un aspetto, anche se essenziale? Non dobbiamo temere di parlare esplicitamente di divino che si comunica attraverso l’umano. È una modalità espressiva inaugurata duemila anni fa da un altro uomo, Gesù di Nazaret. “Testimonianza” è la parola che esprime questo modo di essere e di porgersi. Papa Francesco, certamente molto ben ispirato da un Autore nascosto, ha optato per questo modo di comunicare. Questo e solo questo, senza tregua, per quanto è possibile a un pover’uomo peccatore, per Papa che sia.

Per cominciare, recarsi disarmato in uno dei teatri mediorientali dove più rumoreggia quella “guerra mondiale a pezzi” di cui Bergoglio parla di continuo non era certo da tutti. Francesco ha scelto di non usufruire delle misure di sicurezza -auto blindate, elicotteri, residenze bunker- cui nessun altro “grande” della terra avrebbe rinunciato. E ci mancherebbe, si sarà detto, che là dove i cristiani arrischiano la pelle per andare a Messa la domenica io non mi assuma certi rischi. Disarmato come lo fu l’altro Francesco che lo precedette 700 anni prima, in un tempo altrettanto segnato da venti di guerra tra mondo islamico e mondo cristiano. A portare la bellezza della stessa verità. 

E così Francesco si è presentato davanti a colui che può in certo modo rappresentare il “califfo” di oggi, il grande imam di al-Azhar, sceicco Ahmed al-Tayeb, che ha abbracciato. Ma senza annacquamenti di identità né buonismi ha fatto risuonare nella Sorbona dell’islam sunnita parole inequivocabili e durissime contro il terrore islamista, ossia «la violenza che si traveste da presunta sacralità», la «falsificazione idolatrica di Dio», chiedendo ai leader musulmani presenti di «valorizzare il passato e metterlo in dialogo con il presente senza rinunciare ad un’adeguata ermeneutica» (mettendo così garbatamente il dito nella piaga della cultura coranica che non sa e non vuole interpretare i testi sacri). Qualcuno ha definito acutamente queste parole di Francesco «un suo personale discorso di Ratisbona». Perfetto.

L’altro grande scopo del viaggio era l’incontro con i cristiani egiziani, copti ortodossi, che patiscono in modo crudele la violenza islamista (oltre all’emarginazione sociale e politica). Francesco li ha abbracciati attraverso il loro patriarca, Tawadros II. Tra i due l’intesa è profonda e il cammino ecumenico, iniziato da tempo, quasi febbrile. Anche qui senza “svendere” nulla della propria identità, perché il punto d’incontro riconosciuto concordemente dai cristiani separati è il cuore vero di tutta la testimonianza: il martirio (che significa appunto “testimonianza”). Il martirio dei cristiani di cui sono piene purtroppo le cronache di questi ultimi mesi. Begoglio l’ha chiamato “ecumenismo” del sangue. Perseguitati, in maggioranza vogliono restare nei loro Paesi a predominanza musulmana. Alcuni di loro muoiono perdonando i propri assassini.

Com’è umanamente possibile? Cosa c’è dietro questo amore sconvolgente? Se lo chiedono, innanzitutto, i loro fratelli musulmani, vittime sovente dello stesso terrore islamista. Qui siamo al cuore di una nuova civiltà, la stessa che cominciò a fiorire da quel Dio fattosi uomo che perdonò dalla croce i suoi carnefici. Tutto è rinato da lì e tutto dovrà e potrà ricominciare da lì, in forme nuove e in tempi che possono essere lunghi o brevi, perché fanno parte di un disegno che non è nostro, anche se è tutto per noi. Ecco perché un viaggio come questo segnerà la storia, in positivo, cento volte più fecondamente di quanto non l’abbiano segnata la “democrazia imposta” di Bush e le strette di mano buoniste di Obama, forti delle loro bombe (e dei petrodollari sauditi).

 

 

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